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Le caratteristiche del lavoro indipendente

Rispetto al terzo trimestre 2008 la diminuzione è di circa 400 mila unità, -7,1%
di Redazione

Al cospetto di un rallentamento della crescita economica e di un mercato del lavoro alquanto statico, quello autonomo si è rivelato negli anni una valida alternativa al lavoro dipendente. Il Censis, nel suo ultimo rapporto, osserva che su cento laureati, circa 20 svolgono la professione in modo autonomo, contro i 13 della Germania, i nove della Francia e gli 11 della media europea. E ogni 100 lavoratori autonomi con una età compresa tra 15 e 74 anni, in Italia ci sono 16 professionisti, contro i 14 della Germania, i 12 del Regno Unito e i due della media europea.

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In verità anche il lavoro autonomo ha subito rallentamenti negli anni della crisi, considerato poi che in questo segmento – come suggerisce l’Istat – esiste una pluralità di figure e diversi gradi di autonomia, dagli imprenditori ai collaboratori. È in quest’ultima fattispecie che si registra la maggiore incidenza di giovani (e di donne; nel complesso il 5,7% degli autonomi, l’1,3% degli occupati). Ma nel terzo trimestre 2016 si è pure osservata la contrazione più consistente, in questa categoria, sul terzo trimestre 2008: -28%, tenendo comunque conto dei recenti cambiamenti normativi che hanno incentivato le transizioni verso il lavoro dipendente.
L’Istat stima in generale cinque milioni e 386 mila lavoratori indipendenti (dati aggiornati al terzo trimestre dell’anno), con una diminuzione sullo stesso periodo del 2008 di circa 400 mila unità (-7,1%), un calo che ha coinvolto soprattutto gli uomini e la fascia di età 25-44 anni. Nel trimestre precedente si era registrato invece un aumento, ma il nuovo calo porta ora tale componente a rappresentare meno di un quarto del totale dell’occupazione.
Nel periodo dell’anno considerato gli autonomi con almeno un dipendente sono 1,4 milioni e la crisi prolungata, spiega l’Istat, “ha determinato una netta flessione di questo aggregato” che rappresenta il 26,6% degli autonomi e il 6,3% del totale degli occupati, così ripartito: il 15,3% è imprenditore e i restanti sono liberi professionisti o lavoratori in proprio (incidenze maggiori di uomini e ultracinquantenni).
Gli autonomi senza dipendenti con più clienti ammontano a 2,6 milioni (e rappresentano l’11,2% degli occupati). Rappresentano la quota più consistente del lavoro indipendente (il 47,7%), anche in questo caso con incidenze maggiori di uomini. La fascia maggiormente coinvolta è quella dei 35-49enni. I monoclienti sono invece 741 mila, il 13,8% degli autonomi (3,2% sul totale).
Per l’Istat i primi sono quelli più rappresentativi del lavoro autonomo, mentre gli autonomi con un solo cliente “presentano maggiori elementi di vulnerabilità e sono più esposti ai rischi derivanti dal ciclo economico”. A fronte di un calo degli autonomi nell’ultimo trimestre che ha riguardato tutte le categorie, quelli con un cliente sono risultati in aumento di 116 mila unità. Per oltre il 40% – afferma a tale proposito l’Istat – “l’aumento riguarda chi dichiara di non decidere autonomamente la propria sede e/o l’orario di lavoro, configurando una condizione intermedia tra autonomia e subordinazione”.

 

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