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La differenza retributiva di genere nel calcio

Tevez il nuovo "paperone"? Può darsi. Anche il calcio, comunque, non è immune alla differenza retributiva di genere
di Mirko Spadoni

Carlitos Tevez è il calciatore più pagato al mondo. Forse, però. La sua nuova squadra, lo Shanghai Shenua, ha preferito non riferire le cifre che hanno convinto il giocatore sudamericano a lasciare il Boca Juniors, in Argentina, per approdare nel massimo campionato cinese, la Chinese Super League. A prendere per buone le indiscrezioni riportate dalla stampa locale, l’argentino percepirà 38 milioni di euro all’anno. O detto altrimenti: 110mila euro al giorno. Un mucchio di soldi che farebbero del sudamericano il calciatore più pagato del pianeta. Non che a molti altri vada tanto peggio – avete presente Cristiano Ronaldo e Lionel Messi? –, anche se il rapporto annuale della FifPro, il più grande sindacato dei calciatori del mondo, rivela una verità (probabilmente) inaspettata.

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Nel suo Global Employment Report, il FifPro scrive che il 45% dei giocatori intervistati percepisce uno stipendio di mille dollari. Il 29% guadagna tra i 1.001 e i 4.000 dollari al mese e il 14,2% supera gli 8.000. Secondo il Global Transfer Market Report della FIFA – l’organizzazione che governa il calcio mondiale –, nel 2015 lo stipendio medio mensile dei calciatori d’età compresa tra i 26 e i 29 anni era di 47mila dollari.
Quella della FifPro è una media, naturalmente: in Italia la quota dei calciatori professionisti che guadagnano meno di mille dollari scende fino a toccare il 2,3%, la percentuale più bassa di quelle rilevate dall’indagine. Inoltre l’analisi non considera tre dei campionati professionistici più importanti al mondo (Premier League, Bundesliga e Liga) dove giocano alcuni dei giocatori più pagati al mondo.
Anche il calcio non è immune alla differenza retributiva di genere che caratterizza il resto del mondo del lavoro: come accade anche in altri settori, le calciatrici guadagnano meno dei loro colleghi uomini. Un’analisi del New York Times sul budget della U.S. Soccer – la federazione di calcio statunitense – rivela che le giocatrici della nazionale ricevono effettivamente meno del 40% di quello che percepiscono i colleghi uomini. Se vincono 20 amichevoli, il numero minimo di partite che la nazionale deve disputare in un anno, ognuna delle giocatrici della nazionale riceve 99mila dollari. Agli uomini ne spettano 263mila per lo stesso obiettivo o 100mila anche in caso di sconfitta in tutte e venti le gare.
Perché prendere a riferimento il caso degli USA? Semplice. La differenza dei premi riconosciuti dalla U.S. Soccer è difficilmente giustificabile, tanto dal punto di vista sportivo (la nazionale femminile ha vinto quattro medaglie d’oro alle Olimpiadi e tre Coppe del mondo) quanto da quello commerciale: la rappresentativa di calcio femminile riesce a catalizzare l’interesse di un pubblico molto numeroso. La finale dei Mondiali femminili del 1999 fra Stati Uniti e Cina fu seguita da 90.185 persone assiepate sugli spalti, il record di spettatori registrati per una partita di calcio negli Stati Uniti.
In Italia, le cose vanno diversamente: il campionato di calcio femminile italiano, istituito dalla FIGC nel 1986, è (tuttora) un torneo dilettantistico: lo stipendio più alto “qualcuno dice che sia di 6.000 euro al mese”, ha detto al Corriere della Sera Elena Tagliabue, fondatrice e presidente dell’ASD Femminile Inter Milano, parlando ovviamente di “voci di corridoio”.

 

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