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Cosa significano le proteste in Iran

Le manifestazioni di questi giorni – mercoledì i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato «la sconfitta della rivolta» – rivelano un malcontento diffuso in tutto il Paese
di Mirko Spadoni

Raccontare quanto è accaduto in Iran non è cosa semplice. Prima i fatti. Dal 28 dicembre ci sono state diverse proteste in molte città del Paese. Le persone uccise dalla polizia durante le manifestazioni sono state una ventina, quelle arrestate oltre 400. Adesso tutto sembra essere finito – mercoledì i Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato «la sconfitta della rivolta» –, anche se le proteste rivelano un malcontento diffuso tra la popolazione.

Pur non essendo di fronte a un evento completamente inedito – non è la prima volta che gli iraniani scendono in piazza –, ci sono significative differenze, almeno con l’ultimo precedente. Quello del 2009. Prima differenza: le manifestazioni organizzate dall’Onda Verde nel 2009 avevano riguardato tre o quattro grandi città (il movimento era partito da Teheran per poi raggiungere Yazd, Shiraz e Mashad), questa volta invece le città coinvolte sono state molte di più. Seconda differenza: le proteste di questi giorni sembravano essere spontanee – non c’è stato nessun referente politico, almeno per il momento – mentre l’Onda Verde fu diretta dai riformisti contro la vittoria alle presidenziali del conservatore Mahmud Ahmadinejad. Terza ed ultima differenza: nel 2009 le proteste furono animate dalla media borghesia, oggi hanno protestato soprattutto gli operai, gli studenti, le donne e i disoccupati.

La fisionomia della protesta dice molto sulle richieste dei manifestanti: molti iraniani sono scesi in piazza per chiedere migliori condizioni economiche, innanzitutto (nel 2009 le motivazioni delle proteste erano politiche). I dati restituiscono un Paese con qualche difficoltà. Secondo la Central Bank of Iran, circa 15 milioni di famiglie, composte mediamente da cinque persone, hanno redditi inferiori o di poco superiori ai mille euro al mese. A ciò va aggiunto anche un secondo fattore, non meno importante. In Iran, la popolazione è in larghissima maggioranza composta da giovanissimi – degli 82 milioni di abitanti, il 40% ha meno di 25 anni –, la stragrande maggioranza dei quali fatica a trovare un impiego: secondo la Banca mondiale, la disoccupazione giovanile è pari al 26,7% mentre quella generale si ferma al 13%. Di chi è la colpa? Non soltanto dei giovani. Specie considerando la diffusa istruzione universitaria (nel 2015 il tasso di iscrizione all’università era pari al 70%).

Gran parte della responsabilità è dell’economia iraniana, che non riesce a generare un milione di posti di lavoro – tanti sono i giovani che ogni anno iniziano la ricerca di un’occupazione –, anche a causa delle sue caratteristiche. I Guardiani della Rivoluzione e il clero religioso, quest’ultimo attraverso le fondazioni dette Bonyad (inefficaci e corrotte), controllano buona parte dell’economia, rendendola scarsamente competitiva. L’accordo sul nucleare, raggiunto nel 2015 dal presidente iraniano Hassan Rouhani, e il parziale allentamento delle sanzioni internazionali ha creato delle attese che poi non sono state rispettate. A dimostrazione che il deludente andamento dell’economia iraniana non può essere imputabile esclusivamente alle sanzioni, alcune delle quali, imposte dagli Stati Uniti, sono rimaste in vigore, impedendo all’Iran di aprire delle linee di credito con le principali banche internazionali.

Le proteste di questi giorni hanno sorpreso un po’ tutti: in Iran il sistema repressivo è molto efficiente e manifestazioni realmente spontanee – soprattutto di queste dimensioni – sono rarissime. Come è stato possibile tutto ciò? Molti analisti hanno osservato che le proteste hanno avuto inizio a Mashhad, una delle roccaforti dei ultra-conservatori, e che molti slogan gridati dalla folla erano rivolti contro il presidente iraniano, il riformista Rouhani, accusato di non aver mantenuto la promessa di una maggiore crescita economica. Dunque l’ipotesi è che gli ultra-conservatori abbiano dato inizio alla protesta, salvo poi perderne il controllo – in altre città, la rabbia dei manifestanti era rivolta alla Guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Khamenei, e ai rappresentanti del clero religioso –, rendendo necessaria la repressione dei diversi focolai.

Breve passo indietro: la Repubblica islamica, nata dalla rivoluzione khomeinista del 1979, è caratterizzata da una doppia leadership, da una parte c’è la Guida suprema, una carica a vita che fino ad ora è stata sempre ricoperta da un ayatollah, dall’altra c’è un presidente, che viene eletto in votazioni non propriamente democratiche ma pur sempre a suffragio universale. Esistono, poi, correnti diverse all’interno del sistema, tra cui riformatori (Hassan Rouhani è uno di questi) e conservatori, termini che però non vanno intesi all’occidentale – l’Iran è pur sempre una teocrazia – e che indicano due schieramenti che puntano sempre alla sopravvivenza della Repubblica islamica.

Nell’annunciare «la sconfitta della rivolta», i Guardiani della Rivoluzione, che sono ascrivibili allo schieramento dei conservatori, hanno addossato la responsabilità delle proteste all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad, anche lui conservatore. Lo hanno fatto senza citarlo esplicitamente, in realtà. «Le proteste a Mashad sono iniziate a seguito dell’invito di un sito ritenuto collegato ad uno degli ex responsabili della Nazione che oggi ha iniziato a criticare i principi e i fondamenti del nostro sistema», ha spiegato il generale Mohammad Ali Jafari. È tuttavia difficilissimo dimostrare la veridicità di entrambe le tesi. La rapidità con cui la protesta ha raggiunto diverse città rivela comunque un malcontento esteso a tutto il Paese, in larga parte della popolazione. Chi ha protestato sembrava avercela con il sistema nel suo complesso.

 

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