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La povertà lavorativa nell’UE, in crescita

L'Eurostat stima un incremento dall'8,3% del 2010 al 9,6% del 2016. In Romania il valore più alto, mentre in Italia si attesta, sopra la media, all'11,7%
di Redazione

Avere un lavoro, dunque un reddito, eppure essere poveri. Succede frequentemente al netto di ritenere una fortuna avercelo, intanto, un lavoro. E succede sempre di più in Europa dove, informa Eurostat, negli ultimi anni la percentuale di lavoratori dipendenti a rischio di povertà è aumentata continuamente, dall’8,3% del 2010 al 9,6% del 2016.

Insomma, quasi un decimo degli occupati di età superiore ai 18 anni nell’Unione europea (UE) è – al 2016 – a rischio di povertà. Il rischio è strettamente collegato al tipo di contratto, perciò aumenta per chi lavora a tempo parziale (15,8%), ma riguarda anche chi lavora a tempo pieno (7,8%), ed è quasi tre volte maggiore per i dipendenti a termine (16,2%) rispetto a quelli con un lavoro a tempo indeterminato (5,8%). Gli uomini occupati (10%) sono leggermente più a rischio povertà rispetto alle donne occupate (9,1%). Da definizione il rischio di povertà lavorativa riguarda chi vive in un nucleo familiare il cui reddito disponibile è al di sotto della soglia del rischio povertà, soglia che si attesta al 60% del reddito medio nazionale disponibile, considerando i contributi sociali.

Tra gli Stati membri dell’UE nel 2016, il tasso più alto di persone a rischio si è registrato in Romania (18,9%), seguito dalla Grecia (14,1%), dalla Spagna (13,1%), dal Lussemburgo (12%), dall’Italia (11,7%), dalla Bulgaria (11,4%), dal Portogallo (10,9%) e dalla Polonia (10,8%). All’estremo opposto della scala, meno del 5% dei disoccupati era a rischio di povertà in Finlandia (3,1%), Repubblica Ceca (3,8%), Belgio (4,7%) e Irlanda (4,8%). Rispetto al 2010, la quota di occupati a rischio povertà è aumentata quasi ovunque. I maggiori incrementi sono stati osservati in Ungheria (dal 5,3% del 2010 al 9,6% del 2016), in Bulgaria (+3,7), Estonia (+3,1), Germania (+2,3), Italia e Spagna (+2,2) e Regno Unito (+1,8). Dove al contrario si è verificato un trend inverso è in Lituania (dal 12,6% del 2010 all’8,5% nel 2016), in Danimarca (-1,2), Lettonia (-1,1) e Svezia (-1).

In Italia il tema è stato affrontato ancora di recente dal Censis, nell’indagine Millennials, lavoro povero e pensioni. Essere precari, una realtà che interessa in larga parte i giovani, di certo non aiuta. E anche quando il lavoro c’è, in molti casi si evidenziano bassa intensità e bassa qualità. La ricerca del Censis individua 5,7 milioni di giovani che entro il 2050 potrebbero diventare poveri, in cui confluiscono tre milioni di Neet e 2,7 milioni di working poor, lavoratori intrappolati nei cosiddetti “lavori gabbia”, da cui è difficile uscire.

 

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