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Cosa ci spiega l’Istat sui livelli di istruzione in Italia

E soprattutto sui ritorni occupazionali, dato che occupiamo la penultima posizione in Europa per numero di laureati 30-34enni. L'importanza di fare rete

Il modo migliore per “governare” la cosiddetta quarta rivoluzione industriale è sviluppare competenze, si è spesso detto al riguardo. E se ciò corrisponde al vero – ed è vero –, allora in questo senso l’Italia presenta più di un problema.

Scriveva Lavoce.info, all’inizio dello scorso anno: «I dati Eurostat indicano che per i paesi europei (inclusi i membri dell’Aels – Associazione europea di libero scambio) i lavoratori Hrst rappresentano un terzo degli addetti manifatturieri. È una quota in costante aumento: tra il 2008 e il 2015 sono cresciuti dell’8,5 per cento e nella manifattura nel suo complesso del 2 per cento. È in atto da tempo, quindi, un processo di sostituzione tra manodopera meno qualificata e lavoratori Hrst. L’Italia in questa graduatoria si colloca nelle ultime posizioni, con una quota simile a quella della Polonia (29 per cento) e un incremento degli Hrst inferiore alla media» (Hrst sta per Human Resources in Science and Technology).

Ora, a ben vedere, si potrebbe azzardare che il ritardo rimane almeno stabile, considerati i livelli di istruzione diffusi dall’Istat soltanto pochi giorni fa. Soprattutto in virtù – in un sistema oltremodo competitivo – che occupiamo le ultime posizioni in Europa per 30-34enni laureati, che sono il 26,9%. Entrando nel dettaglio: poco più di un italiano su quattro di età compresa tra 30 e 34 anni possiede una laurea. L’interrogativo a questo punto diventa: quali misure si rendono necessarie alla luce dei dati, nonostante il maggior coinvolgimento delle università previsto dal Piano Industria 4.0?

La media europea si attesta al 39,9% e siamo penultimi in Europa sebbene negli ultimi anni, tra il 2008 e il 2015, si sia verificata una crescita di 7,7 punti. C’è un ritardo generalizzato rispetto a quanto avvenuto in Europa. Basta prendere ad esempio altri indicatori: «Tra i giovani che hanno concluso il percorso di istruzione e formazione da non più di tre anni – scrive l’Istat –, il tasso di occupazione nel 2017 è stimato al 48,4% per i diplomati (74,1% la media europea) e al 62,7% per chi ha un titolo di studio terziario (84,9% la media Ue)». In più, durante la crisi, «le prospettive occupazionali dei giovani italiani al termine dei percorsi di istruzione e formazione hanno registrato un deterioramento molto più marcato rispetto ai pari europei. Tuttavia, nell’ultimo triennio, si è registrato un recupero più deciso rispetto alla media europea».

L’intervento deve essere di tipo strutturale. Può capitare spesso, di questi tempi, che i datori di lavoro lamentino difficoltà a reperire sul mercato risorse adeguate, persone qualificate per le mansioni o le attività (d alto contenuto tecnologico) che dovrebbero andare a svolgere nel nuovo impiego. Di recente, con riferimento all’Italia, l’Ocse ha osservato che alla scarsa offerta delle prime si associa un’altrettanto scarsa domanda da parte delle imprese, in quello che potremmo definire un quadro di low-skills equilibrium. E una parte del problema, dice sempre l’Ocse, è da ricercarsi nelle difficoltà che le università incontrano nel fare rete con il mondo del lavoro.

Anche qui, però, giungono ulteriori ostacoli, derivanti da una prerogativa del nostro tessuto imprenditoriale, fatto perlopiù di piccole e medie imprese, notava non molto tempo fa sempre l’Istat a proposito dell’importanza di riuscire a fare rete. Due fattori possono incidere in maniera significativa. Il ciclo economico, innanzitutto: se è positivo crescono le aspettative e allora si è maggiormente disposti a sperimentare e implementare innovazione. L’altro aspetto riguarda la dimensione dell’impresa, appunto: «La definizione di accordi di cooperazione con università o centri di ricerca – osserva l’Istat nel Rapporto annuale 2018 – appare assai più ardua per le imprese piccole o medie rispetto alle grandi imprese». Ciò vale anche per la formazione e per lo sviluppo di competenze, elementi entrambi imprescindibili in un mercato del lavoro sempre più esigente. Senza l’innalzamento delle competenze dei lavoratori, il solo aumento della spesa in Ricerca e Sviluppo potrebbe rivelarsi un fattore non così determinante per la crescita e la competitività.

 

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