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Le ultime sanzioni americane contro la Cina e la Russia

Colpiscono le forze armate cinesi e membri dei servizi segreti e dell'esercito russo, ma vanno inserite in un contesto più ampio
di Mirko Spadoni

Il Dipartimento di Stato americano ha imposto giovedì sanzioni al China’s Equipment Development Department, la branchia delle forze armate cinesi responsabile dell’approvvigionamento delle armi, e al suo direttore, il generale e ingegnere aerospaziale Li Shangfu, per aver intrapreso «operazioni significative» con Rosoboronexport, l’agenzia russa che si occupa delle importazioni e delle esportazioni delle armi russe, inserita nella “black-list” statunitense.


Fonte:
The White House-Flickr

Le sanzioni sono state imposte per l’acquisto da parte della Cina dei caccia Su-35 – Pechino ne ha acquistati 10 nel dicembre 2017: i jet sono stati poi consegnati nell’agosto di quest’anno – e dei sistemi di difesa aerea S-400, consegnati a gennaio 2018.

Il Dipartimento di Stato ha specificato che le sanzioni sono state applicate in base al Caatsa – acronimo che sta per Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act –, una legge che impone alle agenzie governative statunitensi di punire (tramite il congelamento di beni e il blocco di qualsiasi transazione negli States) chiunque abbia relazioni commerciali con membri dei servizi segreti e militari russi. Inclusi i produttori di armi.

Il Caatsa è stato approvato dal Congresso in risposta al coinvolgimento della Russia nella crisi ucraina e in quella siriana, all’annessione della Crimea, agli attacchi informatici e alle ingerenze nelle presidenziali del 2016.

Il Dipartimento di Stato americano ha colpito anche la Russia: 33 nuovi funzionari russi della Difesa e dell’Intelligence sono stati aggiunti alla “black-list”, che comprendeva altre 39 personalità russe.

Immediate le reazioni di Pechino e di Mosca. I primi hanno espresso «forte indignazione» minacciando «conseguenze» mentre i secondi l’hanno definita invece «un’altra azione di concorrenza sleale».

Alcuni funzionari americani interpellati dalla CNN hanno riferito che le nuove sanzioni rappresentano uno step importante nella crescente rivalità con la Russia e la Cina, inserite come “potenze rivali” degli Stati Uniti nel Documento strategico per la sicurezza nazionale americana curato dal Pentagono. Detto altrimenti: Mosca e Pechino minano gli interessi statunitensi. Di qui la necessità di contenere le due potenze.

Difficilmente considerabili “alleate” – troppo grandi le divergenze strategiche e storiche tra i due Paesi –, Mosca e Pechino si sono avvicinate molto di recente. Non solo sul piano economico, ma anche su quello militare. Tra l’11 e il 17 settembre, ad esempio, alcune unità dell’ELP, l’Esercito di liberazione popolare cinese, hanno preso parte all’esercitazione militare russa Vostok-2018, la più grande esercitazione mai condotta da Mosca dopo quella denominata Zapad-1981, svoltasi in piena guerra fredda.

Mosca non fa affari solo con Pechino, ovviamente: la lista dei clienti russi è piuttosto lunga e include anche importanti partner americani. Degli esempi: Algeria, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar, Egitto e Turchia. Nessuno di questi, però, è stato (ancora) colpito dalle sanzioni, anche se recentemente Ankara è stata avvisata che un eventuale acquisto dei sistemi di difesa aerea S-400, annunciato il 31 agosto dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan, potrebbe comportare una reazione.

A cosa si deve questa decisione? Funzionari del Dipartimento di Stato hanno spiegato che si tratta di «un cambiamento qualitativo e significativo nella natura delle attrezzature» militari che ha valore strategico, non semplici acquisti di parti minori o pezzi di ricambio.

In realtà, le sanzioni del Dipartimento di Stato va inserito in un quadro (molto) più ampio che vede contrapposte Cina e Stati Uniti anche sul fronte commerciale.

Dopo i dazi sulle importazioni cinesi introdotte nei mesi scorsi, il presidente statunitense Donald Trump ha lanciato lunedì nuove tariffe contro 200 miliardi di esportazioni cinesi verso gli Stati Uniti. Una decisione alla quale Pechino ha replicato colpendo prodotti Made in Usa per 60 miliardi di dollari. L’obiettivo di Trump è chiaro: ridurre lo squilibrio della bilancia commerciale che pende a favore della Cina. Uno studio della Deutsche Bank, però, sottolinea un aspetto interessante.

Il report – lo studio è basato su dati relativi al 2015 – sottolinea che le imprese americane hanno venduto in Cina prodotti per un valore di 372 miliardi di dollari. Di questi, però, soltanto 223 miliardi sono effettivamente esportati dagli Stati Uniti. I restanti 150 miliardi di dollari circa sono riconducibili ai prodotti americani creati e venduti direttamente in Cina. Dall’analisi della bilancia commerciale emerge un deficit notevole degli Stati Uniti verso Pechino. Se si prende in considerazione il totale complessivo dei prodotti Usa venduti sul mercato cinese, le cose prendono una piega diversa: secondo la Deutsche Bank, il deficit sarebbe di 30 miliardi di dollari.

 

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