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Neet o lavoratrici, le donne restano le più sfavorite

Tra i neet italiani quella femminile è la componente che preoccupa di più. Di contro, nonostante i progressi registrati negli ultimi anni, il gender gap nei ruoli apicali continua a farsi sentire
di Silvia Capone

La questione dei Neet, ovvero dei giovani che non studiano, non lavorano e non cercano un’occupazione, è in Italia una problematica molto sentita, dato che secondo i dati dell’Ocse il paese è al primo posto per inattivi in Europa, al pari della Grecia. La percentuale però si innalza prendendo in considerazione le giovani donne italiane: il 40% di coloro che hanno tra i 25 e i 29 anni risulta essere inattiva, numero che appare ancor più sconfortante soprattutto dal confronto con i coetanei maschi, di cui “solo” il 28% è classificabile come Neet.

La situazione, fotografata dall’ultimo rapporto Ocse Education at a Glance 2018, non sembra essere migliorata negli anni poiché ampliando lo sguardo alla fascia di età dai 25 ai 34 anni è inattiva una ragazza su 3, stessa quota della rilevazione effettuata 15 anni fa. In particolar modo i dati mostrano che sono classificabili come Neet il 70% delle giovani italiane senza titolo di studio, il 50% di coloro che hanno la licenza media e il 35% delle diplomate. La media tiene conto del divario che esiste tra nord e sud, infatti se per le inattive che hanno la licenza media il gap è di oltre 20 punti, le diplomate neet sono nel Mezzogiorno il doppio rispetto al Settentrione. Come per gli uomini la percentuale di inattive diminuisce all’aumentare del livello di istruzione, fino a scendere al 25% delle laureate, anche qui con differenze in base all’area geografica di provenienza, infatti nel Nord Italia il 17% di coloro che hanno conseguito una laurea sono Neet, mentre nel Sud arrivano al 38%.

Se si osserva invece il dato analizzando la controparte, quindi il tasso di occupazione, il gap tra donne in base ai livelli di istruzione permane, mentre si affievolisce quello tra giovani donne e uomini laureati: nel 2017 il 65% delle laureate lavora, a fronte del 69% degli uomini. Il minor dislivello nell’occupazione fra laureati apre alle donne posizioni più prestigiose, che secondo il Quaderno di ricerca della Consob, gioverebbe all’azienda tutta.

Infatti secondo lo studio sulla gender diversity, le quote rosa all’interno dei consigli di amministrazione delle aziende hanno fatto salire la percentuale di laureati, ridurre l’età media e migliorare le performance economiche. I ricercatori della Consob hanno però messo in luce che se si arrivasse alla parità di genere l’aumento della redditività sarebbe del 36%, ma gli effetti positivi della presenza femminile nei vertici si hanno solo se le donne superano il 20% della composizione totale dei cda, anzi in caso contrario l’apporto potrebbe essere anche negativo.

 

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