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Pensioni di reversibilità, il consiglio dell’Ocse

L'Italia è tra i paesi che spende di più. Ma la misura (così com'è) fu pensata in un contesto molto diverso da quello attuale, dice l'Organizzazione di Parigi
di Redazione

Dall’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, “Pensions Outlook 2018” i paesi Ocse spenderebbero in media l’1% del Pil nazionale per le pensioni di reversibilità, cioè per l’indennità riconosciuta ai familiari del defunto. L’Italia è il paese, tra quelli in esame, che riserva la quota maggiore a questo trattamento pensionistico, il 2,6% del Pil, la percentuale più alta al pari della Grecia (a seguire la Spagna, con il 2,3%). Mentre tra quelli che spendono meno, in ordine Nuova Zelanda, che dedica alla pensione al superstite lo 0,1% del Pil, Gran Bretagna e Canada, entrambe con lo 0,2%.

Per quel che riguarda l’Italia la spesa totale si aggirerebbe intorno ai 42 miliardi di euro, per una platea di circa 4,4 milioni di beneficiari, che nel 92% dei casi sono donne, a fronte di una media Ocse in cui le beneficiarie vedove sono l’85% del totale dei percettori.
Sottolineare la percentuale di donne è doveroso perché la misura è stata pensata in una realtà in cui l’occupazione femminile era bassissima e necessaria soprattutto per riconoscere a tutte quelle donne che potevano svolgere “solo” il ruolo di mamme e casalinghe una pensione senza aver versato contributi lavorativi e garantire così un’indennità per il lavoro domestico svolto nel caso di morte del coniuge che provvedeva all’economia della famiglia.

L’alta percentuale di spesa per le pensioni di reversibilità è quindi strettamente legata alla quota di donne che la percepiscono, dato il basso tasso di occupazione femminile nel paese, fermo al 49,5%. Proprio per questo legame con la variabile dell’occupazione femminile che va progressivamente aumentando e di conseguenza fa diminuire la platea delle beneficianti, i costi della pensione di reversibilità rispetto alle pensioni di vecchiaia erogate sono diminuiti negli ultimi anni, passando dal 22% negli anni ’90 al 18%.

La pensione di reversibilità è infatti una misura che per la realtà italiana appare ancora necessaria, ma che potrebbe adattarsi ai tempi che cambiano, adeguandosi all’aumento progressivo del tasso di occupazione femminile, alla durata dei matrimoni e alle unioni civili. Da qui il consiglio dell’Ocse di modificare le modalità e le condizioni di erogazione della pensione di reversibilità per evitare che la prestazione diventi un disincentivo al lavoro. L’Italia oltre ad essere il paese che spende di più, è anche quello in cui i requisiti per accedere all’indennità sono minimi: non ci sono restrizioni riguardanti l’età – che suggerisce di introdurre l’Ocse – in vigore in altri paesi, dove la pensione di reversibilità è legata al raggiungimento, del coniuge in vita, dell’età pensionistica.

 

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