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I giovani italiani? A casa con i genitori o all’estero in cerca di opportunità

Cresce la quota di quanti, soprattutto maschi, vivono con mamma e papà. Ma non chiamateli "mammoni"
di Silvia Capone

Secondo l’ultima rilevazione dell’Eurostat, in Europa il 68,2% dei giovani tra i 16 e i 29 anni vive a casa con i propri genitori, percentuale che sale al 73,3% se consideriamo solo i ragazzi, mentre scende al 62,9% per le ragazze. Il profondo gap di genere fa sì che siano anche diversi i paesi che risultano primi e ultimi nella classifica: per quel che riguarda le ragazze, Malta è all’ultimo posto, con l’82,4% delle giovani che vivono ancora con i genitori, mentre al primo c’è la Finlandia che ha la percentuale più bassa al 30,1%. Per quel che riguarda i ragazzi, al primo posto la Danimarca con il 39,5% ancora a casa, e all’ultimo la Croazia, paese in cui più del 93% dei giovani vive con la famiglia di origine. L’Italia è il quarto paese con la percentuale più alta di giovani a casa: nello specifico le femmine che vivono con i propri genitori sono l’80%, mentre i maschi arrivano a poco meno del 90%.

Se si amplia la fascia di età considerata, ai giovani adulti tra i 18 e i 34 anni, uno su due, stando alla media europea, vive ancora con la famiglia di origine. Il paese che ha meno under 35 che sono ancora a casa dei genitori è la Finlandia, solo il 18,7%, mentre le quote maggiori si trovano in paesi quali la Grecia, in cui il 67,2% dei giovani adulti vive con i genitori, Malta, in cui la percentuale è del 67,3%, Slovacchia, con quasi il 71% ed infine la Croazia, in cui la porzione sale a 73,2%.

Anche in questo caso l’Italia è nelle ultime posizioni, subito prima della Grecia, con un tasso di giovani-adulti che è a casa del 66,4%, dato in salita rispetto allo scorso anno in cui la percentuale, registrata al 65,8%, risultava per la prima volta in dieci anni in calo. Come per la sezione prima, i maschi under 35 faticano di più a lasciare la casa familiare rispetto alle ragazze, infatti le percentuali parziali sono rispettivamente del 72,7% e del 59,8%.

La percentuale risulta in crescita, e acuisce il gap con la media europea, soprattutto per gli italiani nella fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, età in cui si ritiene consono non vivere più a casa con i propri genitori. Questa puntualizzazione, aggiunta al fatto che i paesi in cui i dati sono più allarmanti sono gli stessi che hanno una condizione economica tra le peggiori in Europa, fa pensare che la causa della prolungata convivenza dei figli con i genitori sia imputabile non, o almeno non sempre, alla scarsa propensione degli stessi a lasciare i confort della casa di origine, ma anche ad una più generale situazione socioeconomica. In Italia, infatti, il tasso di disoccupazione giovanile è al 32,6%, secondo solo alla Spagna (stando ai dati Eurostat di luglio). L’Italia dei giovani è quindi caratterizzata da un alto tasso di disoccupazione e un’alta percentuale di incertezza -nel 2017 circa il 14% dei giovani viveva in famiglie con intensità di lavoro molto bassa- nonché contingenze che limitano le possibilità professionali rispetto ai coetanei europei.

Con una maggiore indipendenza economica difficile da raggiungere, i giovani italiani si vedono costretti in molti casi a dover vivere con i propri genitori per totale mancanza o insufficienza di risorse finanziarie adeguate al proprio sostentamento e, di conseguenza, a quello di una futura, propria famiglia. Non immaginano e non sono nelle condizioni di progettare un futuro in modo autonomo. Anzi, diviene quasi una fortuna permettersi di essere ancora “mammoni”, di poter contare su quel fondamentale ammortizzatore sociale che è la famiglia di origine. Infatti, l’alternativa a non essere considerati “mammoni”, nel senso più dispregiativo del termine, ci sarebbe, ed è quella che nel 2017 hanno intrapreso circa 28 mila laureati italiani: lasciare il proprio paese per cercare un lavoro per cui hanno studiato anni, all’estero, quindi dove ci sono più possibilità di trovarlo, combinate a maggiori garanzie future. Questo implica che oltre una dispersione del capitale umano, oltre una perdita di menti ben formate dal sistema scolastico, anche uno spreco economico che secondo le stime del Centro studi di Confindustria si aggira intorno ai 42,8 miliardi di investimenti privati, ossia di spese familiari investite nell’istruzione dei giovani che hanno lasciato il paese, a cui si aggiungono 5,6 miliardi di contributo sostenuto dallo Stato per la formazione.

 

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