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Ai regali di Natale non si rinuncia, ma l’incertezza frena la risalita

Si spenderà qualcosa in più per i regali, ma nel complesso il 2018 non è stato un anno particolarmente esaltante per i consumi
di Redazione

Che Natale sarà sul fronte dei consumi? Iniziamo con il dire che il 2018, in generale, non è stato un anno particolarmente esaltante per i consumi, anche se a ottobre l’Istat ha stimato un lieve aumento rispetto al mese precedente per le vendite al dettaglio (+0,1% in valore e +0,2% in volume). Le stime in vista delle festività natalizie – quelle del Codacons, tra le altre – prevedono consumi in crescita. Un incremento del 2,5%, a 10,2 miliardi, ed una spesa procapite di circa 170 euro. Confcommercio stima una cifra analoga, precisando tuttavia che il dato resta distante dai valori del 2009.

Gli articoli di elettronica e i capi di abbigliamento sono i regali più gettonati. Ma attenzione. Il possibile aumento di spesa – che avremo modo di verificare meglio nelle prossime settimane – potrebbe non essere sintomatico di un miglioramento complessivo delle condizioni economiche delle famiglie. Gli italiani, infatti, stanno mostrando da tempo una certa accuratezza nell’individuazione dei periodi più vantaggiosi per spendere. In questo senso c’è da ricordare che il Black Friday è andato meglio delle attese, e parte delle spese natalizie si sono concentrate nel weekend di sconti a novembre.

L’indice di disagio sociale elaborato dall’Ufficio studi di Confcommercio si è confermato su valori stabili nel mese di ottobre. Nel 2017 – riferiva l’Istat alcune settimane fa –, il 20,3% delle persone residenti in Italia (percentuale analoga a quella del 2016) risulta a rischio di povertà, pur in presenza di una diminuzione di quanti si trovano in condizioni di grave deprivazione materiale (quota che dal 12,1% è passata al 10,1%). Il potere d’acquisto delle famiglie italiane – stavolta è il Censis a ricordarlo nel Rapporto sulla situazione sociale del paese di recente pubblicazione – è ancora inferiore del 6,3% in termini reali rispetto a quello del 2008.

La forbice nei consumi tra i diversi gruppi sociali – osserva ancora il Censis – si è visibilmente allargata negli anni. Nello specifico: nel periodo 2014-2017 le famiglie operaie hanno registrato un -1,8% in termini reali della spesa per consumi, mentre quelle degli imprenditori un +6,6%. In altri termini fatta 100 la spesa media delle famiglie italiane, quelle operaie si posizionano oggi a 72 (erano a 76 nel 2014), quelle degli imprenditori a 123 (erano a 120 nel 2014).

Per rendere meglio l’idea, basti un confronto con i nostri vicini europei. Tra il 2000 e il 2017, infatti, nel nostro paese il salario medio annuo è aumentato solo dell’1,4% in termini reali. La differenza è pari a poco più di 400 euro annui, 32 euro in più se considerati su 13 mensilità. Nello stesso periodo in Germania l’incremento è stato del 13,6%, quasi 5.000 euro annui in più, e in Francia di oltre 6.000 euro, cioè 20,4 punti percentuali in più. Se nel 2000 il salario medio italiano rappresentava l’83% di quello tedesco, nel 2017 è sceso al 74% e la forbice si è allargata di nove punti.

 

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