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I numeri della gig economy, facciamo un po’ di chiarezza

Quanti sono gli addetti alle consegne nelle imprese di food delivery in Italia? E a quali condizioni contrattuali? Una recente pubblicazione di Banca d'Italia prova a rispondere
di Redazione

Il modello su cui si basa la gig economy – “l’economia dei lavoretti” o “on demand”, come viene comunemente definita – prevede che liberi professionisti o autonomi possano accumulare reddito negli archi di tempo in cui manca il lavoro, o arrotondare se il lavoro non è sufficiente a soddisfare i propri bisogni. Spesso si rivela una soluzione rapida ed efficace per gli studenti che intendono guadagnare qualche soldo per non gravare troppo sul bilancio delle famiglie di origine. Un recente studio della Banca d’Italia sul tema prova a fare chiarezza su un particolare segmento economico, anche perché allo stato attuale molto frammentato.

Tanto per cominciare, bisogna osservare che «manca una definita categoria di riferimento, una classificazione delle mansioni e delle tipologie di impiego che permetta di individuare con precisione questi lavoratori sia nelle indagini campionarie standard (ad esempio, le rilevazioni sulle forze di lavoro), sia nelle basi di dati amministrative (ad esempio, quelle degli istituti previdenziali). In secondo luogo, nella maggior parte dei casi, i lavori svolti nel settore non rappresentano l’occupazione principale dei lavoratori e, pertanto, non vengono tipicamente riportati nelle indagini campionarie generiche».

In ogni caso, con riferimento alle piattaforme (17) di food delivery (settore oggetto di analisi nello studio di Banca d’Italia) inizialmente individuate, solo 12 sono state rintracciate negli archivi ANPAL (Agenzia Nazionale Politiche Attive del Lavoro) e, di queste, solo cinque riportavano assunzioni di addetti alle consegne (rider). In totale, quindi, sono stati individuati 3.876 contratti di lavoro di addetti alle consegne nelle imprese di food delivery, corrispondenti a 2.947 lavoratori attivi tra il 2012 e il 2017. Il trend osservato nel numero di contratti avviati e nel numero di quelli in essere (avviati e non scaduti) per trimestre, secondo i dati presenti nelle CO (Comunicazioni Obbligatorie) potrebbe sottostimare in maniera significativa la reale entità del fenomeno. «Un calcolo approssimativo suggerisce che il nostro campione di rider attivi a fine 2017 (1.757) – si legge nello studio – corrisponde a circa il 23% del totale, un numero che si aggirerebbe intorno alle 7.650 unità, lo 0,04% circa degli occupati».

Infine c’è ancora da osservare che «la rapida crescita del fenomeno ha sollevato, prima all’estero e poi in Italia, un ampio dibattito circa le tipologie di inquadramento contrattuale da adottare per il lavoro a chiamata tramite piattaforma e circa l’estensione delle tutele da accordare ai gig worker. La grande varietà che si riscontra nel tipo di intermediazione fornita dalle piattaforme digitali, e di conseguenza nella loro capacità di imporre salari e condizioni di lavoro, ha generato una forte frammentarietà nelle iniziative di regolamentazione adottate all’estero e nel nostro paese». «Le modalità d’impiego utilizzate dalle piattaforme per tali lavoratori – conclude l’approfondito studio a cura di Cristina Giorgiantonio e Lucia Rizzica – sono piuttosto variegate, ma tutte al di fuori del perimetro della subordinazione configurando, invece, fattispecie di lavoro autonomo».

Al di là delle condizioni cui sono sottoposti i lavoratori, studi in materia in grado di dare la misura del fenomeno, al momento provengono soprattutto dagli Stati Uniti. Secondo una ricerca del Pew Research Center, quasi uno statunitense su quattro nel 2015 si è affidato alla gig economy, chi per offrire servizi tramite piattaforme online, chi vendendo prodotti, chi affittando beni di proprietà. Apparentemente, insomma, tale tipologia di lavoro sembra essere una buona opportunità per chi ha necessità di arrotondare oppure per colmare i vuoti durante i periodi di difficoltà occupazionale.

 

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