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Il Venezuela nel caos (e in crisi economica)

Il leader dell'opposizione e presidente dell'Assemblea Nazionale, Juan Guaidó, si è autoproclamato presidente ad interim. Sostegno dagli Stati Uniti e altri paesi, mentre la popolazione è allo stremo
di Redazione

Le tensioni in Venezuela che proseguono da settimane, aggravate dopo l’insediamento di Nicolás Maduro per un secondo mandato di sei anni, sembrano essere arrivate ad un punto di svolta. Che però, a ben vedere, rischiano ora di compromettere ulteriormente le cose nel paese. Nella giornata di ieri, mercoledì 23 gennaio, il 35enne Juan Guaidó, leader dell’opposizione e presidente dell’Assemblea Nazionale, si è autoproclamato presidente ad interim del Venezuela fino a nuove elezioni, superando l’esito elettorale di maggio 2018 – caratterizzato tuttavia da un’alta affluenza – e contestando la legittimità di Maduro che aveva prestato giuramento soltanto poche settimane fa. Guaidó ha ricevuto il riconoscimento immediato del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump e a seguire di altri paesi, tra cui Canada, Argentina, Brasile, Perù, Ecuador, Costa Rica e Paraguay. Anche il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, si è espresso a favore di Guaidó. Intanto si è aggravato il bilancio delle vittime per le proteste cominciate martedì.

Il giovane presidente dell’Assemblea Nazionale, forte del sostegno internazionale, ha invocato un emendamento costituzionale che gli consente di guidare un governo provvisorio. In Venezuela, di fatto, convivono due parlamenti: l’Assemblea Nazionale, regolarmente eletta nel 2015 con la vittoria delle forze di opposizione dopo 17 anni di chavismo, e l’Assemblea costituente voluta da Maduro, che si è insediata nell’agosto 2017 con l’obiettivo di riscrivere la costituzione. Dapprima l’Assemblea Nazionale aveva tentato di sfiduciare il presidente, ritenuto il responsabile della crisi umanitaria in Venezuela: insomma, un vero e proprio braccio di ferro. Ma in seguito, il Tribunale Supremo di Giustizia – organo anch’esso vicino a Maduro – ha deciso di depotenziare la stessa Assemblea Nazionale. Di qui l’escalation di proteste e tentativi di “spodestare” il presidente, il quale però resiste e prova a mostrare i muscoli.

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La situazione economica del paese è allarmante a dir poco. La crisi è cominciata – o meglio: è peggiorata – con il crollo del prezzo del petrolio registrato negli anni scorsi, petrolio da cui l’economia venezualana è assolutamente dipendente. Il Venezuela è tra i paesi con le maggiori riserve al mondo e ancora oggi il settore vale il 20% del Pil, la quasi totalità delle esportazioni, a fronte di una contrazione dell’economia – a partire dal 2014 – di circa 30 punti percentuali. L’inflazione è a livelli record, secondo le previsioni del Fondo monetario internazionale a 10 milioni per cento per il 2019. Nonostante Maduro abbia provato ad implementare (o ha almeno annunciato) misure straordinarie pur di rianimare il paese – tipo la criptovaluta agganciata al petrolio, istituita per difendersi dall’iperinflazione –, gli scaffali continuano ad essere vuoti e c’è carenza di medicinali, la popolazione è allo stremo.

Le imprese straniere hanno di fatto “abbandonato” il paese da tempo. Comprese quelle italiane le cui esportazioni hanno fatto registrare costantemente il segno meno. Dai dati del Gruppo Sace emerge come il valore dell’export italiano in Venezuela sia stato pari a poco più di 148 milioni di euro nel 2017, il 35,1% in meno rispetto al 2016, anno che a sua volta aveva fatto segnare un calo vertiginoso del 47,3% rispetto al periodo precedente, pur segnando l’andamento un valore più alto (228,8 milioni di euro).

 

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