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Verso le elezioni europee, il calendario del voto

Si parte il 23 maggio in Olanda e nel Regno Unito. L’incognita Brexit e il nuovo “caso” Austria

di Redazione

Una manciata di giorni ancora e le elezioni europee 2019 prenderanno il via. Si parte, infatti, giovedì 23 maggio in Olanda e Regno Unito. Già, anche il Regno Unito, che non essendo riuscito ad attuare la Brexit ha dovuto organizzare le elezioni per rinnovare il Parlamento di Strasburgo con non poche conseguenze nella ripartizione dei seggi. Il Parlamento europeo è l’unica istituzione comunitaria i cui membri sono eletti direttamente dai cittadini (ma l’esito del voto ha un impatto sulla scelta di chi presiederà la Commissione di Bruxelles). Tra il 23 e il 26 maggio, circa 400 milioni di cittadini europei si recheranno alle urne per eleggere i loro rappresentanti.

Il calendario delle elezioni prevede poi al voto l’Irlanda il 24 maggio, 24 e 25 maggio la Repubblica Ceca, il 25 maggio la Lettonia, Malta e Slovacchia. Tutti gli altri domenica 26 maggio, compresa l’Italia. Quale sarà, dunque, l’impatto della Brexit sulla ripartizione dei seggi? I 73 eurodeputati che saranno eletti dai britannici resteranno effettivamente in carica fino al giorno dell’uscita del Regno Unito (che ha avuto una proroga fino a ottobre, non avendo completato il processo di uscita dall’UE il 29 marzo come altrimenti previsto). A quel punto, se le cose andranno cioè secondo previsioni, il Parlamento europeo verrà snellito da 751 a 705 componenti e la nuova ripartizione dei seggi avverrà secondo quanto in precedenza stabilito. Per capirci: all’Italia spetteranno 76 eurodeputati anziché 73.

Altra questione importante riguarda, come si diceva all’inizio, la nomina del presidente della Commissione europea. Da alcuni anni – più esattamente dall’entrata in vigore del Trattato di Lisbona nel 2009 – le elezioni europee hanno assunto un valore di rilievo, anche perché (seppur indirettamente) le scelte degli elettori andranno a incidere in modo significativo sulla nomina del futuro presidente della Commissione, nel caso specifico il successore di Jean-Claude Juncker (PPE in coalizione con S&D e l’Alde). Questo avviene attraverso un meccanismo (Spitzenkandidat) che prevede il diritto, per il partito europeo con più parlamentari, di indicare un proprio candidato. Di fatto, però, sono diversi i passaggi che anticipano tale nomina.

Formalmente, infatti, è il Consiglio europeo (l’organo che riunisce i capi di Stato e di governo dell’UE) che propone un candidato, il quale a sua volta dovrà passare per l’esame del Parlamento. È questo il motivo per cui – sondaggi alla mano – non si può escludere uno scenario più complesso rispetto al 2014 dopo il voto del 26 maggio, considerato il maggior peso che probabilmente otterrà l’alleanza delle forze cosiddette sovraniste, stando almeno alle rilevazioni prima del silenzio demoscopico. Oltre ad eleggere il presidente della Commissione europea, i deputati al Parlamento europeo nominano anche i singoli commissari.

Nelle ultime ore, un occhio di riguardo si avrà molto probabilmente per l’Austria, fresca di crisi politica. A settembre, infatti, il paese andrà al voto anticipato come ha annunciato il presidente austriaco Alexander Van der Bellen a seguito dell’incontro con il cancelliere Sebastian Kurz, il quale aveva deciso per le elezioni anticipate a causa dello scandalo che ha coinvolto l’alleato e vicecancelliere, Heinz-Christian Strache. È plausibile, insomma, che in Austria si guarderà molto al voto europeo come ad un possibile termometro, anticipatore di quello che potrà accadere a settembre. A Vienna spettano 18 seggi al Parlamento europeo.

LEGGI ANCHE:
Che ne sarà dell’Unione europea?

 

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