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La grammatica della fede

Il valore, in tempo di pandemia, delle liturgie celebrate dai sacerdoti in assenza di fedeli, costretti a “partecipare” solo virtualmente e trasmesse online da canali tradizionali o digitali  

di Rosalba Teodosio

«Qualcuno mi ha fatto riflettere sul pericolo che stiamo vivendo in questo momento di pandemia che ha fatto sì che tutti ci comunicassimo anche spiritualmente attraverso i media. C’è un grande popolo: stiamo insieme, ma non insieme. Anche il Sacramento: oggi ce l’avete, l’Eucaristia, ma la gente che è collegata con noi, soltanto la comunione spirituale. E questa non è la Chiesa: questa è la Chiesa di una situazione difficile, che il Signore permette, ma l’ideale della Chiesa è sempre con il popolo e con i sacramenti. Sempre». Le parole sono di Francesco, durante la Messa celebrata a Santa Marta il 17 aprile. A pochi giorni dalle celebrazioni pasquali vissute quest’anno senza fedeli.

E per i cattolici, per chi la domenica “ha l’abitudine” di partecipare alla Messa e ai Sacramenti, per quanti sono certi che la fede sia composta di atti, di gesti, di segni, di comportamenti, di scambi reali, la riflessione posta al Papa e dal Papa è essenziale nel rapporto Chiesa-Dio. E non a caso – proprio come popolo, famiglia, gregge, comunità – nell’analisi grammaticale “Chiesa” è un nome collettivo. In discussione, in fondo, è la grammatica della fede.

Che valore dunque hanno, in tempo di pandemia, le liturgie celebrate dai sacerdoti in assenza di fedeli? Costretti a “partecipare” solo virtualmente? Trasmesse online da canali tradizionali o digitali?  Nel documento del 15 luglio 1984, “Il Giorno del Signore”, Nota Pastorale dell’Episcopato Italiano, al punto 35 si legge a proposito della Celebrazione Eucaristica trasmessa alla radio e alla tv (e dunque, per estensione, su tutti i media):  «Una parola a parte merita la Messa radio o teletrasmessa. Avversata da alcuni, essa è spesso vissuta con partecipazione e devozione dal malato, dall’anziano, o da chi si trovi comunque nella impossibilità di recarsi personalmente in chiesa. E proprio a questi ultimi essa può offrire un servizio spiritualmente assai utile. Anzi, è soprattutto a queste categorie di persone che bisognerà pensare nella preparazione di quelle Messe, nell’omelia, nelle intenzioni della preghiera universale. Chi per seri motivi è impedito, non è tenuto al precetto. D’altra parte, la partecipazione alla Messa alla radio o alla televisione non soddisfa mai il precetto. Tuttavia è evidente che una Messa alla televisione o alla radio, che in nessun modo sostituisce la partecipazione diretta e personale all’assemblea eucaristica, ha i suoi aspetti positivi: la parola di Dio viene proclamata e commentata “in diretta”, e può suscitare la preghiera; il malato e l’anziano possono unirsi spiritualmente alla comunità che in quello stesso momento celebra il rito eucaristico; la preghiera universale può essere condivisa e partecipata. Manca certamente la presenza fisica, ma l’impossibilità di portare un’offerta all’altare non esclude quella di fare della propria vita (malattia, debolezza, memorie, speranze, timori) un’offerta da unire a quella di Cristo».  

Insomma, nulla può sostituirsi alla presenza fisica al Sacrificio Eucaristico ed alla Grazia che questa presenza comporta, tuttavia quanti ne sono impossibilitati possono beneficiare dei mezzi televisivi per nutrirsi spiritualmente. E allora, in tempo di COVID-19, e con «prudenza e obbedienza alle regole» (secondo le parole di Papa Francesco), ciascun fedele può essere accomunato a «chi per seri motivi è impedito», al «malato e all’anziano che possono unirsi spiritualmente alla comunità che in quello stesso momento celebra il rito eucaristico». Nonostante «la nostalgia dei Sacramenti», che sta coinvolgendo tutti i fedeli da oltre 50 giorni.

Se poi si esamina la vicenda da altre angolature, qualcosa di positivo c’è. Qualcosa che parla dei giovani e della modernità. Nessuna parrocchia ha rinunciato alla sfida lanciata dal dramma, nessun sacerdote ha lasciato senza risposta il bisogno di fede del proprio popolo. Messe su YouTube e in diretta Facebook, catechesi online, momenti di preghiera e condivisione sui canali social più diffusi, telecamere nelle chiese, anche quelle di isolati paesi, soluzioni innovative per l’audio, per le musiche. C’è da scommetterci: c’è l’aiuto dei ragazzi dietro l’innovazione delle parrocchie, ministranti, adolescenti di catechismo e associazioni, catechisti, tutti accanto al proprio parroco, anche se da lontano.

Commuove, inoltre, il tempo del silenzio ritagliato in ogni casa, madri che chiedono aiuto ai figli per connettersi, nonni “istruiti” da nipoti spesso distanti, amati rituali “trasferiti” sul divano di casa, preghiere recitate o semplicemente ascoltate in famiglia. La fede al tempo del coronavirus, la fede come spazio intimo, in attesa di una nuova Pasqua.

Per concludere con Papa Francesco, l’unica raccomandazione è a «non viralizzare» la Chiesa. Le nuove tecnologie servono solo a ridurre le distanze, in attesa che la comunità torni a essere comunità, e la Chiesa a essere Chiesa.

 

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