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Il ritorno a scuola in Italia e in Europa

«Basta con le classi sovraffollate», afferma la ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina. Il distanziamento è tra le misure previste anche negli altri paesi

di Redazione

La ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina, ha assicurato che la scuola ripartirà a settembre durante l’informativa urgente alla Camera sull’argomento. Un tema prioritario, perché da una parte sarà fondamentale garantire agli studenti di ogni ordine e grado l’accesso all’istruzione, dopo il brusco stop degli scorsi mesi a causa dell’emergenza sanitaria, in sicurezza. Dall’altro per permettere, soprattutto per i casi di famiglie con figli piccoli, ai genitori lavoratori di non sottrarre ore alle proprie mansioni lavorative (per quanto, nelle stesse ore, il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, in audizione sul Piano nazionale di riforma (Pnr) e nuovo scostamento, abbia parlato di proroga delle procedure semplificate per lo smart working nel privato). 

Il punto, però, rimane sempre lo stesso, ripartire cioè in sicurezza. «Basta con le classi sovraffollate, volgarmente dette classi pollaio. Dovrà essere varato un piano di formazione del personale scolastico in grado di assicurare qualità e innovazione», ha spiegato a tale proposito Azzolina. Quella del ridimensionamento delle classi è ad ogni modo un modello che non è stato dibattuto esclusivamente in Italia, ma anche nel resto d’Europa le misure relative al distanziamento sembrano andare per la maggiore.

In Belgio, ad esempio, è previsto un distanziamento di almeno 4 mq per studente, per un massimo di dieci studenti ad aula. Misure analoghe sono previste in Francia, mentre in Spagna la distanza interpersonale minima deve corrispondere sempre a due metri. L’uso della mascherina è di norma raccomandato per il personale, pur con qualche eccezione.

Da maggio, inoltre, in paesi come Francia, Germania e Spagna le scuole sono state riaperte, almeno nella componente asili nido e materne. Spesso sulla base di una presenza volontaria, ma volta a tutelare — all’incirca le motivazioni si equivalgono — quei genitori che svolgono professioni delicate la cui presenza fisica sul luogo di lavoro non poteva essere evitata o comunque, più in generale, per chi proprio non aveva alternative. In Italia una misura del genere non è stata intrapresa, nonostante i numerosi appelli in questo senso. 

A livello globale, soltanto alcuni giorni fa, Save The Children lanciava l’allarme: «Sono almeno 9,7 milioni i bambini che saranno costretti a lasciare la scuola per sempre entro la fine di quest’anno: i profondi tagli al budget per l’istruzione e la crescente povertà causati dalla pandemia di COVID-19 potrebbero portare all’interruzione del loro percorso educativo». Per poi aggiungere: «Il cammino per garantire entro il 2030 a tutti i bambini di poter andare a scuola era già a rischio, e non aveva registrato significativi progressi, ma l’emergenza Covid-19 rischia di consegnare a una generazione di bambini un futuro fatto solo di povertà».

 

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