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La Brexit e i rischi per il Made in Italy (con il “no deal”)

Secondo la Coldiretti senza accordo la Gran Bretagna può diventare il «porto franco» dei falsi prodotti alimentari italiani in Europa

di Redazione

Alla vigilia di una delle ultime fasi del negoziato sulla Brexit tra Unione europea e Regno Unito, aumentano sensibilmente le possibilità che l’uscita britannica dall’UE avvenga senza un accordo commerciale tra le parti, il cosiddetto “no deal”. La cosa ci riguarda da vicino, ovviamente. E a tale proposito la domanda è: quali conseguenze, in caso, per il Made in Italy?

Le trattative tra Londra e Bruxelles

Prima di tutto serve un ripasso. La dead-line è fissata per il 1° gennaio 2021 e, attualmente, Londra e Bruxelles sembrano ancor più distanti – non sono mai state tanto vicine, per l’esattezza: le trattative sono state difficilissime su quasi tutti i punti affrontati –, dopo le ultime decisioni del governo britannico e le dichiarazioni del premier britannico Boris Johnson, intenzionato a concedere 38 giorni di tempo all’UE per trovare un’intesa.

L’esecutivo britannico ha annunciato nelle ultime ore che proporrà una riforma del mercato del lavoro che non rispetterà alcuni aspetti del Withdrawal Agreement, l’accordo stretto con l’UE nel 2019 per l’uscita ordinata del Regno Unito che soddisfa una delle richieste europee – l’assenza di una frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord –, che il precedente governo britannico, guidato da Theresa May, si era rifiutato di accordare. Per raggiungere questo obiettivo, l’Irlanda del Nord dovrebbe continuare a rispettare le leggi europee in materia di dazi e circolazione di beni e servizi. Alcuni punti previsti dalla riforma, invece, violerebbero proprio diverse di queste norme comunitarie. Alcuni osservano concordano che le mosse e le dichiarazioni britanniche facciano parte di una strategia negoziale più ampia, per convincere Bruxelles a fare qualche concessione. Che si tratti di una strategia vincente, eventualmente, è tutto da verificare. 

I possibili rischi per i prodotti alimentari italiani

La “denuncia” arriva dalla Coldiretti: la Gran Bretagna, a seguito dell’ultima posizione assunta da Londra, «rischia di diventare il porto franco del falso Made in Italy in Europa per la mancata tutela giuridica dei marchi dei prodotti alimentari italiani a indicazioni geografica e di qualità (Dop/Igp), che rappresentano circa il 30% sul totale dell’export agroalimentare oltremanica». Questo perché il Made in Italy resterebbe senza protezione europea e, aggiunge la Coldiretti, subirebbe la concorrenza sleale dei prodotti di imitazione realizzati oltreoceano e nei paesi extracomunitari come dimostrano le vertenze del passato nei confronti della Gran Bretagna con i casi della vendita di falso prosecco alla spina o in lattina fino ai kit per produrre in casa finti Barolo e Valpolicella o addirittura Parmigiano Reggiano.

«Il rischio – secondo l’organizzazione degli imprenditori agricoli – è che si affermi in Gran Bretagna una legislazione sfavorevole alle esportazioni agroalimentari italiane come ad esempio l’etichetta nutrizionale a semaforo sugli alimenti che si sta diffondendo in gran parte dei supermercati inglesi e che boccia ingiustamente gran parte del Made in Italy a denominazione di origine (Dop), compresi prodotti simbolo del Made in Italy, dall’extravergine di oliva al prosciutto di Parma, dal Grana Padano al Parmigiano Reggiano. A pesare sui rapporti commerciali è anche la minaccia di ostacoli amministrativi alle esportazioni, che scatterebbero con il nuovo status di paese terzo rispetto all’Unione europea, dopo che le forniture agroalimentari Made in Italy stimate nel 2019 sono state pari a circa 3,4 miliardi di euro e classificano la Gran Bretagna al quarto posto tra i partner commerciali nel settore preceduta da Germania, Francia e Stati Uniti».

 

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