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Gli italiani e le “nuove” condizioni di lavoro

Sono favorevoli all’uso delle mascherine la maggior parte dei lavoratori, secondo una ricerca Censis-Eudaimon

di Redazione

Il coronavirus ha cambiato la nostra quotidianità, dalle restrizioni sociali, allo smart working alla didattica a distanza, all’uso della mascherina. Nuove strette sono ora previste per contenere il rialzo dei contagi registrato negli ultimi giorni, ma secondo la recente ricerca Censis-Eudaimon Lavorare durante e dopo il Covid-19: perché è importante il welfare aziendale, gli italiani sembrano abbastanza concordi: l’80% è favorevole a tenere la mascherina ovunque, il dato sale all’86% per le donne. Nello specifico, dalla ricerca emerge che circa tre lavoratori su quattro sono concordi a renderla obbligatoria ovunque, anche nelle aziende e “incentivare” l’uso con delle sanzioni per chi non rispetta la norma.

In generale l’analisi mette in luce che gli italiani, l’83,7% degli intervistati, si sentono pronti ad affrontare la seconda ondata di coronavirus e che, anche se in misura minore, lo è pure l’azienda per cui lavorano: il 63,1% dei lavoratori crede che il luogo di lavoro non si farà cogliere dall’effetto sorpresa questa volta e che l’azienda sia preparata, la percentuale varia dal 70,9% di dirigenti, al 62,8% tra gli impiegati, al 68,5% tra gli operai. Ma l’essere pronti alla seconda ondata non equivale a tornare alle modalità di lavoro preesistenti, nonostante per sei lavoratori su dieci l’autonomia negli orari e negli impegni sia rimasta immutata, ma per quasi la metà del campione sono aumentati stress e fatica.

Durante il periodo di lockdown e nei mesi successivi, la conciliazione tra vita familiare e lavoro è migliorata soprattutto per gli smart workers rispetto ai lavoratori che invece hanno continuato fisicamente a recarsi nel luogo di lavoro: il 41,6% dei primi contro solo poco più del 13% dei secondi. Nello specifico, secondo il 44% di coloro che lavorano da remoto, è migliorata la gestione dei figli, percentuale che invece scende al 15,1% per chi è tornato in presenza. Rispetto al periodo pre-coronavirus, per il 24% di chi lavora in regime di smart working è migliorato il proprio lavoro, contro solo il 7,6% di chi lavora in presenza fisica.

L’emergenza sanitaria e i provvedimenti nel mondo del lavoro che ne sono derivati hanno però messo in luce anche forti gap tra i lavoratori, tanto che secondo la ricerca, per il 46,1% il coronavirus ha complicato ulteriormente la vita familiare e ha differenziato profondamente le condizioni di lavoro nelle aziende. I dati tuttavia mostrano che a pensarla maggiormente in questo modo sono i dirigenti, quasi il 60%, contro il 44,8% degli impiegati e il 45,7% degli operai.

È quindi evidente che la situazione attuale e la pandemia abbiano messo in luce la necessità e l’utilità di strumenti tipici del welfare aziendale – come la possibilità, appunto, dello smart working, degli ingressi scaglionati o degli orari flessibili -, confermando e accelerando l’importanza che questa pratica stava avendo negli ultimi anni.

 

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