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Usa 2020. E se fosse un pareggio?

Quali meccanismi scatterebbero nel caso dalle elezioni non emergesse chiaramente il vincitore? Reale possibilità o scenario fantascientifico?

di Redazione

E se fosse un pareggio tra Donald Trump e Joe Biden? Se dovessero ottenere 269 grandi elettori ciascuno (su 538 in palio, ne servono 270 per essere eletti), come andrebbe a finire la contesa elettorale? Chi sarebbe, insomma, il presidente?

È uno scenario per certi versi fantascientifico, quasi impossibile che possa verificarsi qualcosa del genere. Per i dati di cui disponiamo oggi, a partire proprio dai sondaggi, sappiamo che Joe Biden è avanti e che dunque a Trump serviranno una serie di vittorie (in alcuni casi anche a sorpresa) e di incastri per essere confermato alla Casa Bianca. Alla stregua, cioè, di quanto avvenne nel 2016 contro Hillary Clinton, quando vinse la prima volta. Le possibilità di vittoria per Trump sono serie e molteplici, anche a fronte di una superiore combinazione di scenari favorevoli per Biden. La cosa fondamentale da ricordare in vista dell’election day di martedì 3 novembre è che si vota Stato per Stato e che, di conseguenza, tutto è ancora in gioco.   

Cosa rende incerto l’esito del voto? Soprattutto l’impatto dell’early voting – hanno già votato più di 90 milioni di americani, il che significa che martedì alle urne potrebbe recarsi una quota inferiore di elettori – è da misurare anche in termini di effettivi consensi e non possiamo escludere una distorsione, alla luce di una condizione del tutto inedita, dei risultati suggeriti fin qui dalle rilevazioni. In più non possiamo escludere nemmeno ricorsi, battaglie legali e richieste di riconteggi delle schede se qualcosa dovesse non tornare ai candidati, considerate le difficoltà già annunciate di molti Stati ad assicurare la conta dei voti per corrispondenza per la notte del 3 novembre. In altre parole: potremmo non conoscere subito il nome del vincitore, ma dover aspettare qualche giorno (se non settimana, nello scenario peggiore). 

Per rispondere alla domanda iniziale, in caso di parità tra i due candidati all’interno del Collegio elettorale, la decisione spetterebbe a quel punto alla Camera, che sceglierebbe il presidente tra i tre candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti alle elezioni. Ma attenzione: a decidere saranno le delegazioni dei singoli Stati, quindi il voto sarà uno per ogni delegazione (la soglia è fissata a 26). Se una delegazione non riesce ad avere una maggioranza al suo interno, il suo voto non verrà conteggiato. Ci sono dei precedenti, ma risalenti all’800: nel 1800, Thomas Jefferson e Aaron Burr, e nel 1824, quando Andrew Jackson vinse al primo ballottaggio. Al Senato, invece, si decide per il vicepresidente (qui ogni senatore esprime il suo voto). Ecco perché non è impossibile, in un quadro del genere, che il presidente sia di un partito e il vicepresidente di un altro. Nel caso Camera e Senato non arrivino ad una conclusione entro il 20 gennaio, giorno dell’insediamento del nuovo presidente (se alla Camera non si trova una soluzione ma al Senato sì, è il vicepresidente ad assumere la carica), alla Casa Bianca andrebbe infine la/lo speaker della Camera (quindi, ad oggi, Nancy Pelosi). Al momento i repubblicani controllano la maggioranza delle delegazioni alla Camera pur essendo in minoranza, mentre al Senato la stessa condizione interessa i democratici.

Le puntate precedenti
Usa 2020. Uno sguardo ai sondaggi
Usa 2020. Le incognite del voto
Usa 2020. «America First»: la politica estera di Trump
Usa 2020. Le “due economie” degli Stati Uniti
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Usa 2020. Gli scenari a poche settimane dal voto, intervista a Elena Corradi, ricercatrice ISPI
Usa 2020. Gli americani e la pandemia

 

4 Commenti per “Usa 2020. E se fosse un pareggio?”

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