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Dimissioni dei neogenitori, per i papà è ancora una rarità

Generalmente è ancora la donna a lasciare il lavoro per occuparsi della famiglia

di Redazione

Lunedì 7 dicembre 2020, Rubin Ritter, il co-amministratore delegato di Zalando, colosso della moda online, ha annunciato che si dimetterà dal suo incarico nel 2021, con due anni di anticipo dalla scadenza del contratto, per dare alla sua vita una nuova direzione. Motivazione che ha meglio esplicitato spiegando di voler passare più tempo con la propria famiglia e che in questo modo le ambizioni professionali della moglie potranno avere la priorità.

La notizia ha fatto il giro del mondo, oltre che per la posizione di prestigio e la notorietà dell’azienda, anche perché, per quanto virtuose, questo tipo di scelte da parte di un uomo sono ancora un’eccezione, poiché generalmente è la donna che lascia il lavoro per occuparsi della famiglia.

In particolar modo, in Italia, sia per la cultura che per il mercato del lavoro, l’uomo ha ancora, indiscutibilmente, il ruolo del breadwinner,  termine che individua un modello di sostentamento familiare sviluppatosi nel corso dei secoli dove il peso economico e del sostentamento dell’intera comunità grava su di un solo membro. Infatti, secondo i dati dell’Ispettorato nazionale del Lavoro, che ha il compito di registrare e accertare le dimissioni volontarie, testimonia che ci sono ancora tantissimi neogenitori che lasciano il lavoro per l’impossibilità di conciliare vita lavorativa e famiglia: nel 2019 sono stati 51 mila, soprattutto in assenza di nonni che possano aiutare o di possibilità economiche per pagare una babysitter. Ma lo stesso istituto sottolinea anche che la scelta è compiuta in maggioranza dalle donne: in più di sette casi su dieci è la neomamma a licenziarsi. Sono infatti state 37 mila donne e 14 mila uomini a lasciare il lavoro per poter dedicarsi alla famiglia. In termini percentuali, la quota è stabile negli anni, ma a dispetto delle aspettative, in numeri assoluti, il 2019 ha registrato un aumento di dimissioni volontarie di donne del 4,6% rispetto l’anno precedente. Secondo i dati, l’interruzione volontaria del rapporto di lavoro coincide nel 66% dei casi già con l’arrivo del primo figlio, un “effetto maternità” che in Italia si fa sentire particolarmente presto rispetto al resto d’Europa dove solitamente si registra solo dopo l’arrivo del terzo figlio: il 75% delle donne europee tra i 25 e i 49 anni con un figlio è occupata, percentuale che in Italia arriva al 59%, mentre in caso di due figli le mamme che lavorano sono il 74,4% della media europea e il 56% di quelle italiane.

Il problema potrebbe essersi intensificato a causa della pandemia poiché il carico di lavoro familiare è più impegnativo. Inoltre, non è stato possibile, per motivi di sicurezza sanitaria, contare sull’aiuto dei nonni, perciò essendo le donne generalmente ad avere uno stipendio più basso, la decisione tra i genitori di chi deve rinunciare al lavoro potrebbe ricadere sulle mamme. La prospettiva potrebbe non essere così lontana dalla realtà, stando ai risultati di una ricerca sulla didattica a distanza, condotta in estate dall’Università Bicocca di Milano, secondo il 65% delle mamme la DaD non è compatibile con il lavoro e alla domanda diretta se abbinano valutato l’idea di lasciare il lavoro nel caso che i figli non fossero ritornati in aula a settembre, oltre il 30% delle mamme ha risposto di sì.  

 

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