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La competitività dei settori produttivi durante la crisi

Nel 2020 l’indice in valore del fatturato della manifattura ha registrato un calo dell’11,1% rispetto al 2019: così il Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat

di Redazione

Nel 2020 l’indice in valore del fatturato della manifattura ha registrato un calo dell’11,1% rispetto al 2019, con diminuzioni analoghe sul mercato interno (-11,1%) e su quello estero (-11,3%), dovute in buona parte al crollo del secondo trimestre (circa -30% su base tendenziale). È quanto emerge dal Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat. Il fatturato delle imprese manifatturiere, spiega l’Istat, ha registrato una diminuzione tendenziale molto accentuata per i beni strumentali (-10,7%) e per quelli intermedi (-9,7%). La flessione è risultata meno marcata per i beni di consumo (-7,6%), nell’ambito dei quali è forte la contrazione per i beni durevoli (-8,9%) e meno accentuata per quelli non durevoli (-7,5%).

Il calo ha riguardato pressoché tutti i settori, ma è stato più deciso nei prodotti della raffinazione (-34,7%), nelle filiere del tessile-abbigliamento-pelli (tra il -15 e il -30%) e nei comparti di metallurgia, prodotti in metallo, stampa, macchinari e autoveicoli, con contrazioni superiori al 10% dovute soprattutto (ad eccezione della metallurgia) al ridursi della domanda estera. 

La versione congiunturale dell’Indicatore sintetico di competitività (ISCo) misura il posizionamento di ciascun settore nell’ambito della dinamica della manifattura, prendendo in considerazione tre indicatori elementari: la produzione industriale, il fatturato estero e il grado di utilizzo degli impianti. Con riferimento al periodo del primo lockdown, l’ISCo evidenzia una tendenza alla divaricazione della performance relativa dei settori: quelli che l’anno precedente avevano registrato dinamiche migliori (ad esempio alimentari, bevande, elettronica) hanno poi manifestato una maggiore tenuta, mentre quelli già meno performanti (ad esempio tessili, abbigliamento, pelli, automobili) hanno continuato a perdere terreno. Tale tendenza si è invertita almeno in parte nel quarto trimestre 2020.

Tuttavia, l’evento pandemico ha determinato una contrazione dell’attività produttiva in tutti i comparti. Un esame delle singole componenti dell’indicatore ne evidenzia in modo chiaro la dinamica fortemente negativa nell’ultimo anno: anche i settori per i quali l’ISCo segnala miglioramenti relativi di performance hanno in realtà registrato cali nella produzione industriale, nel fatturato esportato e nel grado di utilizzo degli impianti.

La crisi ha colpito ancora più duramente il fatturato del terziario (-12,1%, la flessione più ampia da quando si misura tale indicatore), in particolare quello dei comparti legati al turismo (agenzie di viaggio -76,3%, trasporto aereo -60,5%, alloggio e ristorazione -42,5%). Dei mutamenti nei comportamenti sociali causati dalla pandemia hanno tuttavia beneficiato i servizi postali/attività di corriere (+4,4%) e quelli dei servizi di informazione (+1,8%).

La crisi globale, afferma ancora l’Istat, ha colpito l’export della manifattura: -12,6% per i macchinari, -19,5% per il tessile, abbigliamento e pelli, -11,6% per i mezzi di trasporto. Sono invece aumentate le esportazioni dei comparti legati al contrasto della pandemia o meno coinvolti dai provvedimenti di lockdown, quali farmaceutica (+3,8%) e agroalimentare (+1% per alimentari, bevande e tabacco, +0,7% per l’agricoltura).

Nei mesi di lockdown si è determinato un marcato aumento dell’incidenza dei beni relativi ai settori non colpiti dai provvedimenti di chiusura (quali il farmaceutico, l’alimentare, il chimico). Tale aumento è stato riassorbito nell’arco di pochi mesi. In modo simmetrico, le quote di prodotti dei comparti di autoveicoli, abbigliamento, pelli, mobili si sono rapidamente riportate ai livelli precedenti.

Le indagini qualitative confermano che nel 2020 le imprese manifatturiere hanno modificato di poco le proprie strategie di internazionalizzazione, sia in termini di diversificazione nelle tipologie dei prodotti venduti all’estero, sia in termini di numero di fornitori esteri. Nell’anno della pandemia potrebbero dunque aver prevalso orientamenti di attesa dettati dalla percezione di una interruzione solo temporanea dei flussi commerciali e delle catene del valore. Tra le imprese che, per scelta strategica o necessità, hanno modificato la componente merceologica del proprio export o il numero di fornitori esteri, i casi di riduzione tendono a prevalere su quelli di aumento. Con riferimento al numero di prodotti esportati ciò avviene in tutte le aree geografiche considerate; tale tendenza è comune a tutte le classi dimensionali. Le aree per le quali si registra una più accentuata diminuzione. 

Le misure di lockdown hanno causato l’interruzione delle catene di produzione internazionali nei primi mesi del 2020, limitandole fortemente nel resto dell’anno. Una simulazione basata sulle tavole input-output nazionali e internazionali mostra che la caduta del valore aggiunto (-7,9%) deriva per 5,7 punti percentuali dalla flessione dei consumi interni, per 0,8 punti dalla contrazione degli investimenti e per 1,4 punti percentuali dalla componente importata.

 

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