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Così rallenta la locomotiva del terziario

Il rapporto Confcommercio sull’impatto della pandemia: per la prima volta da 25 anni il terziario di mercato ha smesso di spingere Pil e occupazione (a farne le spese soprattutto le lavoratrici). Crollano i consumi

di Redazione

Per la prima volta, dopo 25 anni di crescita ininterrotta, la pandemia di coronavirus ha avuto, tra i suoi effetti, quello di ridurre la quota di valore aggiunto del terziario di quasi il 10% nel 2020 (-9,6% rispetto al 2019). Ovviamente un impatto c’è stato anche sui consumi con quasi 130 miliardi di spesa persa, di cui l’83%, pari a circa 107 miliardi, in soli quattro settori: abbigliamento e calzature, trasporti, ricreazione, spettacoli e cultura e alberghi e pubblici esercizi. Così emerge dal rapporto dell’Ufficio Studi Confcommercio, diffuso alcuni giorni fa, La prima grande crisi del terziario di mercato.

I riflessi sull’occupazione, poi, sono notevoli. Quanto registrato nell’ultimo anno sul versante produttivo, spiega l’Ufficio Studi Confcommercio, si è inevitabilmente trasferito sul mercato del lavoro. Il piano di misure messe in atto, anche con il sostegno europeo, è stato volto alla conservazione del posto di lavoro e al sostegno, sia pure parziale, al reddito. Ciò si è tradotto in una riduzione degli occupati (-2,1% gli occupati-teste di Contabilità nazionale), molto meno intensa rispetto alla caduta del PIL (-8,9%), coinvolgendo, comunque, fasce particolarmente deboli del mercato del lavoro, come gli stagionali, i lavoratori con contratto a tempo determinato e tutte quelle figure meno regolamentate e tutelate. La circostanza che nel terziario di mercato la quota di occupazione femminile presenti un’accentuazione rispetto ad altri settori ha penalizzato significativamente le lavoratrici: sono poco meno del 51% degli occupati nel terziario, il 44% nel commercio e negli alberghi, il 25,6% nell’agricoltura e il 21,3% nell’industria. Stando alle forze di lavoro oltre il 54% dei posti persi nel terziario riguarda le donne, il 59% delle quali svolgeva un lavoro a tempo parziale.

La riduzione dell’input di lavoro, si apprende ancora dal rapporto della Confcommercio, seppure ha interessato la quasi generalità dei comparti produttivi, ha assunto, in linea con l’impatto che hanno avuto le misure di contrasto alla pandemia sull’attività dei diversi settori, intensità molto diverse. Delle circa 2,5 milioni di Ula (unità di lavoro) perse tra il 2020 ed il 2019 oltre 1,9 milioni (il 78,2%) si concentra nel settore dei servizi, principalmente tra i settori che rientrano all’interno del terziario di mercato (Area Confcommercio), che segnalano una caduta di oltre 1,5 milioni di unità standard. Il terziario di mercato ha conosciuto dal 1995 una perdita di occupazione solo in tre occasioni: 2009 (-198 mila unità), 2012 (-12 mila) e 2013 (-238 mila). Durante questi episodi il resto dei settori conobbe diminuzioni ben più accentuate. Dal 1995, quindi, il peso dell’occupazione di questo aggregato sul totale è stato sempre crescente (solo nel 2005 stabile sul 2004). La quota di occupazione nel terziario di mercato è passata dal 37,6% del 1995 al 47,3% del 2019. Nel 2020 la quota di occupazione impiegata nel terziario di mercato è scesa di 1,6 punti percentuali attestandosi al 45,7%.

 

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