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L’andamento delle borse mondiali durante la pandemia

Tra crolli e risalite, dalle prime notizie sui contagi le borse di tutto il mondo hanno mostrato la propria volatilità. Dopo i “rossi” di inizio 2020 i principali mercati hanno intrapreso un lento recupero

Di Matteo Buttaroni

Il 24 febbraio del 2020 l’ANSA titolava “Le Borse del mondo crollano con il coronavirus, bruciati 1000 miliardi”. Era un lunedì, il giorno seguente all’istituzione della prima zona rossa in Italia,  tra la Lombardia e il Veneto e tre giorni dopo la scoperta del primo paziente positivo del Paese: un 38enne residente a Codogno.

Quel 24 febbraio l’Eurosox 600, l’indice che racchiude i principali gruppi quotati d’Europa ha chiuso con un rosso di 3,79 punti percentuali, per effetto dei crolli che hanno interessato i principali listini, da Piazza Affari (dove l’indice Ftse Mib perse il 5,43%) a Londra (dove si registrò un -3,34%), passando per il -3,94% di Parigi e per il -4,01% di Francoforte. Crolli che proseguirono nei giorni seguenti, come ricorda la Consob in un approfondimento dedicato a “La Crisi da Covid-19”. Nel dettaglio, la Commissione nazionale per le Società e la Borsa sottolinea come la forte incertezza sulle prospettive economiche globali avesse innescato «forti turbolenze sui mercati azionari che, a livello mondiale, si sono riflesse in ampi cali dei corsi e in un incremento della volatilità», tanto da far tornare l’EuroStoxx50, nel periodo di massimo calo, al di sotto del livello registrato all’inizio del 2007.

In Italia, ricorda ancora la Consob, al 12 marzo, ovvero durante la prima settimana di lockdown, il FtseMib, registrava già una flessione del 36,6% rispetto a inizio anno e diminuzioni di simili entità erano state registrate anche negli altri principali Paesi europei, nonostante a quella data essi non avessero ancora adottato misure di distanziamento sociale. «Dopo il brusco calo delle prime settimane, tuttavia, i mercati azionari europei hanno registrato un lento recupero».

Nel periodo che va da aprile a dicembre, infatti, gli indici hanno proseguito nel timido trend della risalita e alla fine dell’anno c’è chi – grazie alle strategie intraprese dalle banche centrali e dalle autorità nazionali – ha addirittura chiuso in positivo il consuntivo dell’intero 2020. Secondo un’analisi de Il Sole 24 Ore nel corso dell’anno Tokyo ha guadagnato il 16%, mentre Shangai l’11,94%. Bene anche Wall Street, dove a fine anno si è registrata una crescita cumulata del 43,7% del Nasdaq e del 15,7% di S&P500. Diverso il discorso in Europa, dove lo Stoxx Europe 600 ha riportato una perdita del 3,7%, riflettendo il rosso che ha interessato tutte le principali Piazze Finanziarie, tranne Francoforte: a Milano il 2020 si è chiuso con un -5,4%, a Londra con un -13%, a Parigi con un -6,3%, a Madrid con un -14,6% e ad Atene con un 11,7%.

Per ovvi motivi un discorso a parte va fatto per gli andamenti settoriali, basti ricordare il caso del software quotato Zoom, tanto per fare un esempio, che nel corso della pandemia macinava record su record grazie all’uso massiccio dello smartworking e delle riunioni a distanza, o ai casi limite di GameStop, il cui titolo fu letteralmente spinto da una community social (ne abbiamo parlato qui). Meno dettagliatamente, nel 2020 i titoli sugli scudi sono stati quelli tecnologici e quelli legati alle utility e alla chimica, mentre i titoli legati al turismo e ai viaggi hanno sofferto le misure restrittive.

E nel 2021? Secondo uno studio di Mornigstar – società di servizi finanziari di Chicago – basata sull’analisi dell’indice Morningstar Global Markets, nel corso dell’anno da poco concluso i mercati dei paesi sviluppati hanno fatto meglio rispetto a quelli dei paesi emergenti: l’azionariato statunitense è cresciuto di circa il 30% nel corso degli scorsi dodici mesi, quello europeo del 16%, mentre il Morningstar Emerging Markets, che misura appunto l’andamento delle piazze finanziarie dei Paesi emergenti, si è limitato ad un +4%, per effetto della debolezza dei listini asiatici (con Cina e Corea del Sud che hanno riportato rispettivamente un -13% e un -4,5%) e del Sud America. Negli Stati Uniti è stato determinante il contributo dei tecnologici, del settore finanziario e del consumer cyclical, mentre l’Europa ha beneficiato dei rialzi che hanno interessato i titoli legati alla finanza, ai beni industriali e alla salute.

 

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