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Perché il calcio italiano è da rifondare

La mancata qualificazione dell’Italia al Mondiale in Qatar è un fallimento sportivo con ripercussioni anche economiche, che nasconde problemi alla radice più gravi degli errori dei singoli

di Giacomo Buttaroni

Al peggio non c’è mai fine. Questo è il proverbio più adatto per la nazionale italiana di calcio. Se pensavamo che Italia-Svezia di novembre 2017 fosse solo un lontano ricordo, ci sbagliavamo di brutto. Infatti, 1.592 giorni dopo, il disastro si è ripetuto. Questa volta, forse ancora più grande perché davanti all’Italia, campione d’Europa solo pochi mesi fa, ci stava una nazionale interessante, ma sulla carta modesta, come appunto la Macedonia del Nord. Nonostante questo, gli azzurri sono stati incapaci di segnare un gol, addirittura prendendone uno allo scadere, autoescludendosi dal Mondiale in Qatar, in programma a novembre. Insomma, questa volta si è toccato veramente il gradino più basso della storia del calcio italiano, perché non era mai capitato nella storia che la nostra nazionale non prendesse parte per due volte di fila all’evento calcistico più importante. Ma soprattutto, per la prima volta, la nazionale campione d’Europa non farà parte delle fasi finali di una campionato del mondo.

Un fallimento che peserà anche sulle casse della nazione, dato che nel 2018, con la mancata qualificazione a Russia 2018, si registrarono ripercussioni economiche per l’intero movimento, in termini di accordi e diritti, che ora si ripeteranno. Un fallimento che dovrà far aprire gli occhi specialmente agli addetti ai lavori. Basti pensare a quanto detto dal ct dell’Italia U21, Paolo Nicolato, nei giorni scorsi: «Non ci sono giocatori».

I dati lo confermano, la media giocatori italiani under 21 nel campionato di Serie A è di 2,7 ragazzi a squadra. La percentuale dei minuti giocati sul totale dei tempo complessivo è del 4%. Quelli schierati titolari per ogni squadra è di 0,43, ovvero neanche uno a partita. Tolti Tonali, Raspadori e Ricci, la media cade drasticamente. La lamentela del tecnico dell’U21 è solo un monito per il futuro, dato che nel momento in cui il campionato entra nel vivo non viene più dato spazio ai giovani e dunque non maturano esperienza per quando vengono chiamati in una partita decisiva come può essere un playoff che vale un Mondiale.

Ma il dato ancora più preoccupante è il rapporto tra calciatori italiani e stranieri per ogni squadra: infatti, solo Genoa ed Empoli hanno una percentuale superiore di giocatori nati in Italia; le restanti 18 hanno più stranieri che italiani. Ma la verità è che la Serie A è l’ultimo dei problemi del calcio italiano. I dilemmi principali riguardano le serie minori, dalla Lega Pro ai campionati Primavera, che necessiterebbero di riforma in grado di alzare il livello di competitività. In un campionato Primavera, ad esempio, non può giocare un 19enne quando all’estero 16enni e 17enni sono già in prima squadra. Di conseguenza, le squadre di Serie A non possono avere 25 giocatori a rosa esclusi i Primavera, anche perché, in seguito, il ragazzo di 19 anni non avrà la possibilità di salire. C’è un tutto un movimento da rifondare, tecnici da preparare, procuratori e direttori sportivi da formare. Insomma, al di là del fallimento dei singoli, c’è un fallimento alle radici di un sistema e l’Italia deve trovare i giocatori per non bucare anche l’appuntamento successivo, lavorando già oggi per quello del 2026 negli Stati Uniti.

 

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