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Mercato del lavoro in ripresa, ma con tante zone d’ombra

L’Istat rileva una crescita occupazionale su livelli record, ma ora la questione riguarda a maggior ragione il “come” avviene tale recupero, tra lavoro ibrido e fenomeno delle “grandi dimissioni”

di Fabio Germani

I dati Istat relativi al mercato del lavoro a marzo restituiscono un quadro di ripresa occupazionale, segnando valori record e recuperi rispetto ai livelli pre-pandemia. Non sono rialzi omogenei, ad esempio non comprendono i lavoratori autonomi e le classi di età più giovani, ma in generale interessano le diverse componenti, perlopiù tra i lavoratori dipendenti. Eppure, considerando le esperienze maturate fin qui, nei due anni di pandemia, non è più solo una questione di “entità” del recupero, ma soprattutto del “come” avviene tale recupero.

Una delle caratteristiche principali del “nuovo” lavoro riguarda la possibilità di sviluppare formule ibride, vale a dire, dal lato lavoratore, avere opportunità di flessibilità occupazionale nella struttura e nello svolgimento delle proprie mansioni, che possono essere in presenza o in remoto, ad ogni modo in stretta correlazione tra loro. Il mondo del lavoro, insomma, sta subendo dei cambiamenti che per la verità erano cominciati già prima che la pandemia rendesse queste modalità di lavoro una prassi o quasi, ma di certo ora si tratta di un processo in accelerazione. 

È un tratto distintivo del lavoro che cambia, e che impegnerà nel futuro più imminente anche i leader e più in generale i datori di lavoro. Secondo l’ultima edizione dell’annuale Work Trend Index, Great Expectations: Making Hybrid Work “Work”, pubblicato poco tempo fa da Microsoft, emerge una quota sempre superiore di dipendenti favorevoli delle formule ibride dell’impiego in quanto più propensa (53%) a dare la priorità alla salute e al benessere rispetto al lavoro di quanto avvenisse prima della pandemia. Inoltre si rileva che il 52% di lavoratori, tra millennial e della generazione Z, possa prendere in considerazione la possibilità di cambiare datore di lavoro entro l’anno, con un aumento del 3% in termini tendenziali. Di contro il 50% dei leader afferma che la propria azienda richiede già, o prevede di farlo a breve, un rientro di persona a tempo pieno. Tali dinamiche, suggerisce lo studio, si osservano, in quote inferiori seppure in crescita, anche in Italia.

Un altro aspetto interessante, riguarda il fenomeno delle dimissioni volontarie, ribattezzato Great Resignation. I numeri italiani sono lontanissimi da quelli, decisamente più alti, statunitensi, ma si stima che nel nostro paese dimissioni di questo tipo ammontino già a due milioni. Le motivazioni possono essere molteplici, si va dalla ricerca di un impiego che permetta una maggiore fruizione del tempo libero alle prospettive di crescita personale e salti di carriera – soprattutto tra i giovani ultra-qualificati che si sentono stretti tra le maglie del “vecchio” lavoro –, dalle difficoltà di conciliare lavoro e vita familiare fino alle ruggini all’interno dell’ambiente lavorativo in cui, nei casi più gravi, non si è disposti a scendere a compromessi. Chiaramente, in un mercato del lavoro ingessato quale è tradizionalmente quello italiano, prendere una decisione del genere, talvolta in assenza di richieste o opportunità altrove, può rappresentare un rischio in grado, nel lungo periodo, di alimentare la cosiddetta zona grigia dell’inattività.

Pur in presenza di nuove prospettive, legate alla tecnologia e all’innovazione, restano zone d’ombra tutt’altro che trascurabili. Dal recente rapporto Censis-Ugl – Tra nuove disuguaglianze e lavoro che cambia: quel che attende i lavoratori – si osservano lacune percepite dai lavoratori che comprendono stipendio inadeguato, giovani che faticano a trovare un’occupazione, lavoratori sottopagati e scarse tutele e formazione nella cyber security. Nello specifico, per il 64,3% dei lavoratori la propria retribuzione non è adeguata al costo della vita; il 10,4% dei lavoratori dipendenti è sottopagato; il 19,8% è impiegato part-time, mentre lavora in remoto il 52% degli occupati; il 65,9% richiede formazione per la sicurezza informatica.

@fabiogermani

 

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