Bottiglie d’acqua inquinate, trovate sostanze pericolose in queste marche | In confronto, è meglio quella di rubinetto
Bottiglie d'acqua @pexels, tmag
Un’indagine di Greenpeace ha trovato tracce di un “inquinante eterno” in 6 bottiglie d’acqua minerale su 8 tra le più vendute in Italia: più che allarmismo, è un campanello d’allarme da prendere molto sul serio.
Negli ultimi mesi un test commissionato da Greenpeace Italia su alcune delle acque minerali più diffuse nei supermercati ha acceso i riflettori su un contaminante poco conosciuto: l’acido trifluoroacetico (TFA), un PFAS definito “inquinante eterno” perché persiste nell’ambiente e tende ad accumularsi. Nei campioni analizzati è stato trovato TFA in 6 marchi su 8, con risultati che non violano norme italiane specifiche ma sollevano interrogativi sulla qualità complessiva dell’acqua in bottiglia.
Le bottiglie prese in esame appartenevano a otto marchi molto noti: Ferrarelle, Levissima, Panna, Rocchetta, San Benedetto, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto. I laboratori, in Italia e in Germania, hanno rilevato TFA in Levissima, Panna, Rocchetta, San Pellegrino, Sant’Anna e Uliveto, mentre Ferrarelle e San Benedetto naturale sono risultate sotto il limite di rilevabilità (meno di 50 ng/l). I valori più alti sono stati riscontrati in Panna (700 ng/l), Levissima (570 ng/l) e Sant’Anna (440 ng/l).
Che cos’è il TFA e perché non vuol dire che l’acqua sia “velenosa”
Il TFA è un composto appartenente alla famiglia dei PFAS, usati in molti processi industriali e presenti ormai un po’ ovunque: nell’aria, nel suolo, nei corsi d’acqua. L’indagine su queste otto acque minerali ha trovato solo TFA e nessuno dei 20 PFAS già regolamentati dalla direttiva UE sull’acqua potabile, né i PFAS-4 più pericolosi (PFOA, PFOS, PFHxS, PFNA). In altre parole, non si parla di acqua “fuori legge”, ma di un inquinante emergente su cui la scienza sta ancora studiando gli effetti a lungo termine sulla salute.
Proprio per questo è scorretto immaginare queste bottiglie come “avariate” nel senso classico: non si tratta di batteri o acqua andata a male, ma di una contaminazione chimica diffusa, con valori comunque confrontabili con quelli riscontrati in altre indagini europee. Allo stesso tempo, l’allarme lanciato da Greenpeace punta a spingere istituzioni e aziende verso una regolazione più severa, chiedendo limiti chiari per il TFA e una progressiva riduzione dei PFAS lungo tutta la filiera.

“Meglio il rubinetto”? Perché il vero antidoto è informarsi (e leggere le etichette)
L’inchiesta riapre anche il confronto con l’acqua di rubinetto, spesso considerata “di serie B” rispetto alle minerali. In realtà, in molte città italiane l’acqua di rete è controllata più volte al giorno e i gestori pubblicano regolarmente i risultati delle analisi; i PFAS sono oggetto di monitoraggi sempre più stringenti a livello europeo. In questo quadro, la frase “è meglio quella del rubinetto” non è solo una provocazione: ricorda che l’acqua di casa, filtrata e verificata, può essere una scelta sicura, sostenibile ed economica.
Più che stilare una lista di marche “da non comprare mai”, il Galateo del consumatore oggi chiede un’altra cosa: scegliere con consapevolezza. Significa seguire gli aggiornamenti su studi e richiami, variare le etichette che acquistiamo, non farsi abbagliare dal marketing “puro di sorgente” e ricordare che il vetro è spesso preferibile alla plastica sul piano ambientale. E, quando possibile, dare una chance all’acqua del rubinetto, magari con filtri certificati, sapendo che la vera partita non si gioca tra marca X o Y, ma tra un sistema che riduce gli inquinanti alla radice e consumatori che pretendono trasparenza su ciò che bevono ogni giorno.
