L’intelligenza artificiale beve più acqua di un cammello | Ecco quanta gliene serve per farti l’oroscopo
Le stime sul consumo d’acqua dell’AI sono spesso allarmanti, ma un analista svela una realtà sorprendente: i data center AI usano molta meno acqua di quanto si pensi. La verità ti stupirà.
Il dibattito sull’impatto ambientale dell’intelligenza artificiale (AI) si fa sempre più acceso, con particolare attenzione al consumo idrico dei data center che la alimentano. Mentre alcune ricerche hanno avanzato cifre considerevoli, stimando un consumo globale che varia da poche centinaia a oltre 600 miliardi di litri annui, queste misurazioni non godono di un consenso unanime. Spesso basate su modelli e ipotesi diversificate, le stime possono talvolta ingigantire la percezione pubblica di un problema che merita un’analisi più approfondita e contestualizzata.
È in questo scenario che si inserisce l’analisi di Andy Masley, un esperto che da tempo si dedica a demistificare le narrazioni dominanti sul consumo di risorse da parte dell’AI. La sua prospettiva offre un contrappunto cruciale, invitando a una valutazione più equilibrata e a un confronto con altri settori industriali che, pur consumando quantità d’acqua ben maggiori, ricevono meno attenzione mediatica.
Numeri a confronto: L’analisi sorprendente di Andy Masley
L’analisi sorprendente di Andy Masley: i numeri a confronto.
Secondo i meticolosi calcoli di Andy Masley, l’allarme sul consumo idrico dell’AI potrebbe essere stato eccessivamente amplificato. Le sue indagini, focalizzate sul contesto statunitense per l’anno 2023, rivelano cifre ben diverse da quelle più sensazionalistiche. Masley stima che la totalità dei data center negli Stati Uniti abbia contribuito solo per circa lo 0,2 per cento al consumo nazionale di acqua dolce. Una quota che si riduce ulteriormente se si considera specificamente l’apporto dei data center dedicati all’intelligenza artificiale, attestandosi intorno allo 0,04 per cento del totale.
È fondamentale ricordare che i data center non servono esclusivamente l’AI; essi sono la spina dorsale di gran parte dell’infrastruttura digitale che usiamo quotidianamente, inclusa la navigazione su internet. Questa distinzione è cruciale per comprendere la reale incidenza del consumo idrico legato all’AI.
Masley ha anche evidenziato come il consumo d’acqua diretta da parte dei data center, ovvero l’acqua utilizzata per il raffreddamento e altre operazioni interne, escludendo quella impiegata nella produzione di energia elettrica, rappresenti una percentuale ancora più marginale: circa lo 0,08 per cento del consumo nazionale. Per mettere in prospettiva questa cifra, l’analista sottolinea come sia significativamente inferiore all’acqua necessaria per mantenere i campi da golf verdi negli Stati Uniti, un confronto che invita a riflettere sulle priorità e sulla distribuzione delle risorse idriche.
Quanto “beve” un singolo prompt? Una prospettiva inattesa
Il consumo energetico di un prompt: la prospettiva inattesa sull’AI.
Per rendere il concetto ancora più tangibile, Andy Masley ha approfondito l’analisi fino al livello del singolo prompt, ovvero una singola richiesta inviata a un chatbot AI. Le sue conclusioni sono sorprendenti: il consumo d’acqua per un singolo prompt è stimato nell’ordine di soli 2 millilitri. Questo dato, apparentemente insignificante, aiuta a contestualizzare l’impatto reale dell’uso quotidiano dell’intelligenza artificiale.
Per comprendere meglio la portata di questi numeri, Masley propone un paragone illuminante: per eguagliare la quantità d’acqua utilizzata nella produzione di un singolo paio di jeans, sarebbero necessari circa 5,4 milioni di prompt AI. Questo esempio chiarisce come, a fronte di utilizzi industriali con consumi idrici ben consolidati e spesso molto elevati, l’impronta idrica dell’AI, se considerata per unità di servizio, sia decisamente contenuta. La sua ricerca suggerisce una narrativa più sfumata e meno allarmistica, invitando a distinguere tra le percezioni e i dati concreti.
In sintesi, mentre la questione del consumo d’acqua rimane un tema rilevante e meritevole di attenzione costante, le analisi come quelle di Masley offrono una visione più equilibrata. Esse ci ricordano l’importanza di basare il dibattito su dati rigorosi e di contestualizzare le cifre, evitando generalizzazioni che potrebbero distorcere la percezione pubblica e deviare l’attenzione da ambiti dove il consumo di risorse idriche è oggettivamente più impattante.
