Ambiente – T-Mag | il magazine di Tecnè https://www.t-mag.it Mon, 30 Nov 2020 14:48:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.6 Ambiente, nel 2019 emissioni gas serra Ue in calo del 3,7% su base annua https://www.t-mag.it/2020/11/30/ambiente-nel-2019-emissioni-gas-serra-ue-in-calo-del-37-su-base-annua/ https://www.t-mag.it/2020/11/30/ambiente-nel-2019-emissioni-gas-serra-ue-in-calo-del-37-su-base-annua/#respond Mon, 30 Nov 2020 14:48:14 +0000 https://www.t-mag.it/?p=152067 Nel 2019 le emissioni di gas a effetto serra dell’Unione europea – il dato include il trasporto aereo – sono scese del 3,7% su base annua e del 24% rispetto al 1990. Lo ha reso noto la Commissione europea, diffondendo il rapporto annuale sui progressi dell’azione climatica. L’obiettivo 2020 per il clima (ridurre le emissioni del 20%) sarebbe stato già centrato. Secondo le stime per il 2020, nel primo semestre le emissioni sono calate dell’11%, a causa dei lockdown. «Tuttavia come sperimentato in passato, una rapida ripresa economica può portare a un forte e rapido rimbalzo delle emissioni” e i risultati definitivi per il 2020 non saranno noti prima del 2021».

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Green e competenze digitali per uscire dalla crisi https://www.t-mag.it/2020/11/27/green-e-competenze-digitali-per-uscire-dalla-crisi/ https://www.t-mag.it/2020/11/27/green-e-competenze-digitali-per-uscire-dalla-crisi/#respond Fri, 27 Nov 2020 15:22:30 +0000 https://www.t-mag.it/?p=152023 Nei prossimi anni serviranno sempre più lavoratori nei settori innovativi e ad alto contenuto tecnologico. E la pandemia, in qualche modo, sta accelerando l’intero processo

di Redazione

L’attuale situazione legata alla pandemia di coronavirus sta accelerando alcune dinamiche che in verità erano già in atto nel mondo del lavoro e sta inoltre favorendo ad una nuova concezione dell’economia, in cui le componenti green e quella digitale diventano sempre più fondamentali. A trainare la ripresa occupazionale dopo l’emergenza saranno infatti proprio i settori di soluzioni ecosostenibili e di competenze digitali, come l’utilizzo professionale di internet, secondo le previsioni a medio termine del Sistema informativo Excelsior di Unioncamere.

Non una vera e propria novità, ma secondo i dati del rapporto, tra il 2020 e il 2024 circa 2,7 milioni di persone entreranno nel mondo del lavoro nel settore green, di queste il 62%, che corrispondono ad oltre 1,6 milioni di nuovi lavoratori, dovranno essere in grado di sviluppare soluzioni e strategie ecosostenibili, mentre il 38%, pari a quasi un milione, soluzioni relative al risparmio energetico e alla sostenibilità ambientale, che sarà un fattore determinante per l’assunzione.

La necessità di competenze green nei prossimi cinque anni sarà trasversale a tutte le professioni, da quelle già esistenti – come ingegneri civili, energetici e meccanici, tecnici nella gestione dei cantieri edili e tecnici della sicurezza sul lavoro – alla domanda di nuove figure, i cosiddetti green jobs, come ad esempio il giurista ambientale, l’energy manager, lo specialista in contabilità verde, l’informatico ambientale, il promotore di nuovi materiali sostenibili. Da queste professioni, vecchie e nuove, risulta, come sottolinea Unioncamere, che molti dei nuovi lavoratori che andranno a soddisfare il fabbisogno occupazionale riguarderanno, per almeno il 46% del totale, profili altamente qualificati.

Anche per quanto riguarda le competenze digitali, queste saranno richieste sia per profili professionali già esistenti, che per nuove figure emergenti come data scientist, big data analyst, cloud computing expert, cyber security expert, business intelligence analyst e artificial intelligence system engineer. La richiesta di competenze digitali interesserà circa 1,5 milioni dei lavoratori nei prossimi cinque anni, corrispondenti al 56% delle opportunità di lavoro che si creeranno fra turnover e nuovi posti.

I due trend sono stati in qualche modo amplificati proprio dalla pandemia. Da un lato il coronavirus ha determinato una spinta verso un processo di digitalizzazione di molte attività produttive e lavorative, dall’altra le imprese già sviluppate in questo senso si sono trovate avvantaggiate rispetto alle altre per le quali l’impatto è stato più drastico. Allo stesso modo, per quanto riguarda le competenze green: secondo quanto rilevato in un’indagine svolta da Symbola e Unioncamere nel mese di ottobre di quest’anno, le aziende green sono le più resilienti, poiché tra le imprese che hanno effettuato investimenti per la sostenibilità, il 16% è riuscito ad aumentare il proprio fatturato, contro il 9% delle imprese non green.

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«In dieci anni, in Italia, circa mille fenomeni meteorologici estremi» https://www.t-mag.it/2020/11/25/in-dieci-anni-in-italia-circa-mille-fenomeni-meteorologici-estremi/ https://www.t-mag.it/2020/11/25/in-dieci-anni-in-italia-circa-mille-fenomeni-meteorologici-estremi/#respond Wed, 25 Nov 2020 14:19:39 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151961 In un decennio, in Italia, sono stati registrati quasi mille fenomeni meteorologici estremi in 507 Comuni. A riferirlo è l’Osservatorio CittàClima di Legambiente, addebitando al cambiamento climatico le responsabilità. Da gennaio a ottobre 2020, ad esempio, ci sono stati 86 casi di allagamento da piogge intense e 72 casi di trombe d’aria, in forte aumento sul 2019. Negli ultimi dieci anni, Roma è tra le città più colpite, con 47 eventi estremi, 28 dei quali riguardanti allagamenti per piogge intense, dal 2010 a ottobre 2020. A seguire Bari e Agrigento dove ci sono state anche trombe d’aria e Milano dove sono anche esondati i fiumi Seveso e Lambro.

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Ambiente, Ispra: «Nel 2020 crollo delle emissioni di gas serra, ma il problema del cambiamento climatico resta» https://www.t-mag.it/2020/11/19/ambiente-ispra-nel-2020-crollo-delle-emissioni-di-gas-serra-ma-il-problema-del-cambiamento-climatico-resta/ https://www.t-mag.it/2020/11/19/ambiente-ispra-nel-2020-crollo-delle-emissioni-di-gas-serra-ma-il-problema-del-cambiamento-climatico-resta/#respond Thu, 19 Nov 2020 14:52:49 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151817 Da gennaio a settembre 2020, complici le misure restrittive, in Italia le emissioni di gas serra sono crollate. Lo ha reso noto l’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, sottolineando che il calo è stato pari al 9,2% su base annua. Questa riduzione, però, «non contribuisce alla soluzione del problema dei cambiamenti climatici, che ha invece necessità di modifiche strutturali, tecnologiche e comportamentali che riducano al minimo le emissioni di gas serra nel medio e nel lungo periodo».

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Ambiente ed emergenza climatica, le preoccupazioni dei più giovani https://www.t-mag.it/2020/11/13/ambiente-ed-emergenza-climatica-le-preoccupazioni-dei-piu-giovani/ https://www.t-mag.it/2020/11/13/ambiente-ed-emergenza-climatica-le-preoccupazioni-dei-piu-giovani/#respond Fri, 13 Nov 2020 14:30:27 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151694 Non c’è solo la crisi da coronavirus. L’emergenza sanitaria non fa dimenticare, almeno ai giovani, un altro problema che incombe: la crisi climatica

di Redazione

Secondo un sondaggio di Skuola.net, condotto su 3.500 giovani italiani tra i 10 e i 25 anni, il 96% di essi è preoccupato per la salute del pianeta, i più pessimisti, il 54% non vede nell’immediato una soluzione, il 36% è invece preoccupato, ma resta fiducioso, solo il 6% pensa che la situazione sia ancora sotto controllo. I giovani e giovanissimi, cresciuti con le battaglie di personaggi noti tipo Greta Thunberg o Leonardo DiCaprio, posizionati nella difesa dell’ambiente, rispettivamente al primo e secondo posto nella classifica dei modelli da seguire, sono ben consapevoli di quanto sia urgente preoccuparsi di temi quali l’ambiente, la scarsità di risorse naturali e l’inquinamento e anche quanto ogni singolo debba fare la propria parte.

Dal sondaggio emerge anche che i giovani siano consci del loro ruolo e vogliano farsi carico di questo impegno. Molto diffusi sono i comportamenti virtuosi quali la raccolta differenziata, un limitato e attento uso delle plastiche, gestione accorta di elettricità e acqua, acquisto di prodotti a scarso impatto ambientale, adottati da un intervistato su quattro. La restante parte dichiara di adottare almeno uno di questi comportamenti.

Oltre che attenti, i giovani intervistati appaiono anche coscienziosi e pratici: usare i veicoli elettrici è considerato una moda, ma da sfruttare e a cui aderire per portare miglioramenti all’ambiente. Stesso discorso per le energie rinnovabili, per quasi il 70% degli intervistati tutto dovrebbe essere alimentato con queste fonti, mentre soprattutto i giovanissimi under 14, sembrano, a questo proposito, fiduciosi per il futuro: per 6 su 10 tra un decennio potremmo già vedere pannelli solari ovunque e fabbricati ricoperti dal verde.

Ma le preoccupazioni dei giovani che hanno preso parte al sondaggio, sul futuro del pianeta non sono così lontane dalla realtà: l’analisi Coldiretti, su dati dell’Isac Cnr relativi ai primi dieci mesi dell’anno, sostiene che per ora, il 2020 si classifica come il quinto anno più caldo mai registrato in Italia dal 1800, con una temperatura di quasi un grado, +0,91 gradi, più elevata della media storica. La tendenza al surriscaldamento del paese – che conferma gli anni più bollenti nell’ultimo periodo: 2018, il 2015, il 2014, il 2019 e il 2003 – sembra essere confermata anche dall’anomalo caldo di novembre, mese che si è caratterizzato anche per l’assenza di piogge.

Il cambiamento climatico è una cosa che riguarda ovviamente anche l’Italia, che non sempre ha rispettato gli standard. Secondo la Corte di Giustizia UE, tra il 2008 e il 2017, il nostro paese ha violato sistematicamente e in modo continuativo, i valori limite stabiliti dall’Unione europea sulle concentrazioni di PM10 nell’aria. Inoltre, sempre secondo la Corte di Giustizia, al termine del primo ciclo della procedura di infrazione, l’Italia non ha adottato, in tempo utile, misure adeguate per garantire il rispetto dei valori limite fissati dalle norme UE sull’inquinamento dell’aria.

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Ambiente, il 96% dei giovani italiani preoccupato per la salute del Pianeta https://www.t-mag.it/2020/11/12/ambiente-il-96-dei-giovani-italiani-preoccupato-per-la-salute-del-pianeta/ https://www.t-mag.it/2020/11/12/ambiente-il-96-dei-giovani-italiani-preoccupato-per-la-salute-del-pianeta/#respond Thu, 12 Nov 2020 14:48:47 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151681 Il 96% dei giovani tra i 10 e i 25 anni, coinvolti in un sondaggio realizzato da skuola.net e Sorgenia, si è detto spaventato per la salute del Pianeta. Complessivamente sono stati interpellati 3.500 ragazzi. Nel dettaglio, il 54% non vede nell’immediato una soluzione, il 36% è invece preoccupato pur restando fiducioso, solo il 6% pensa che la situazione sia ancora sotto controllo. Oltre 9 su 10 hanno dato la sufficienza al proprio spirito ecologista: in particolare, il 48% si assegna un “buono” e il 14% “ottimo”.

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«Entro il 2025 le rinnovabili potrebbero diventare la prima fonte d’energia» https://www.t-mag.it/2020/11/11/entro-il-2025-le-rinnovabili-potrebbero-diventare-la-prima-fonte-denergia/ https://www.t-mag.it/2020/11/11/entro-il-2025-le-rinnovabili-potrebbero-diventare-la-prima-fonte-denergia/#respond Wed, 11 Nov 2020 15:25:19 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151644 Quest’anno, circa il 90% della nuova potenza installata nel mondo sarà green. Lo sostiene il rapporto annuale “Rinnovabili 2020” curato dall’IEA, l’agenzia per l’energia dell’OCSE, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico, sottolineando che la pandemia non inciderà sulla rivoluzione green. Con questo trend, secondo il report, nel 2025 le rinnovabili potrebbero diventare la principale fonte di energia globale, superando le fonti fossili.

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Da emergenza sanitaria a emergenza ambientale? https://www.t-mag.it/2020/10/30/da-emergenza-sanitaria-a-emergenza-ambientale/ https://www.t-mag.it/2020/10/30/da-emergenza-sanitaria-a-emergenza-ambientale/#respond Fri, 30 Oct 2020 14:03:13 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151354 L’ulteriore accumulo di rifiuti (comprese mascherine e dispositivi di protezione individuale monouso) potrebbe causare, nel lungo periodo, ingenti danni

di Redazione

L’emergenza sanitaria legata alla pandemia di coronavirus, diventata presto economica, potrebbe nel lungo periodo trasformarsi anche in emergenza ambientale, a causa dell’uso abnorme di dispositivi di protezione individuale monouso. Molti studi hanno analizzato la relazione tra inquinamento atmosferico e diffusione del coronavirus, ma pochi ancora sono quelli che riguardano la pandemia come fonte ulteriore di rifiuti e danno per l’ambiente.

Photo by Mika Baumeister on Unsplash

Secondo uno studio pubblicato a giugno dalla rivista Environmental Science and Technology, dall’inizio della pandemia vengono gettati via 194 miliardi di dispositivi di protezione individuale al mese, di cui 129 miliardi di mascherine e 65 miliardi di guanti. Mentre per quanto riguarda solo l’Italia, a maggio l’ISPRA – l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – aveva stimato una produzione di guanti e mascherine per tutto il 2020 che ammonta ad un minimo di 160 mila ad un massimo di 440 mila tonnellate.

Si tratta comunque di miliardi di dispositivi realizzati in plastica oppure in lattice, nitrile, Pvc e altri materiali sintetici che essendo monouso vanno ad aumentare i consumi di plastica e che oltretutto non sono riciclabili perché potenzialmente infetti.

Infatti, guanti e mascherine, una volta utilizzati e quindi divenuti rifiuto, da una parte costituiscono un pericolo per la salute sa quando sono abbandonati per strada perché possibili veicoli del virus, sia se gettati correttamente perché sono smaltiti come rifiuti indifferenziati e quindi accumulati nelle discariche e poi inceneriti. Mentre dall’altra costituiscono un grande danno ambientale in quanto – oltre all’impatto per produrli essendo materiali plastici – nello specifico le mascherine, impiegano fino a 450 anni per decomporsi completamente.

Secondo le stime dell’ISPRA, se anche solo l’1% delle mascherine utilizzate in un mese venisse smaltito in maniera non corretta, se ne avrebbero circa 10 milioni al mese disperse nell’ambiente. L’allarme lanciato non è così lontano dalla realtà. Non è possibile fare una stima di quante mascherine vengono utilizzate, buttate e quante di queste gettate correttamente, ma l’organizzazione francese non profit Opération Mer Propre prevede che nei mari ci sarebbero già ora “più mascherine che meduse”.

La soluzione sarebbe, oltre quella di un corretto smaltimento dei dispositivi sia a parte dell’utilizzatore che al momento della gestione a fine vita, utilizzare mascherine non monouso e di materiali non plastici, quindi le mascherine di stoffa riutilizzabili.

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Usa 2020. «America First»: la politica estera di Trump https://www.t-mag.it/2020/10/21/usa-2020-america-first-la-politica-estera-di-trump/ https://www.t-mag.it/2020/10/21/usa-2020-america-first-la-politica-estera-di-trump/#comments Wed, 21 Oct 2020 14:25:13 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151141 Non solo Cina: i principali dossier nei quattro anni alla Casa Bianca del presidente repubblicano e i possibili cambiamenti se a vincere il 3 novembre sarà Biden

di Fabio Germani

Mentre negli Stati Uniti prosegue la campagna elettorale, si sta avvicinando anche il momento di tirare le somme di questi quattro anni di Donald Trump alla Casa Bianca. Almeno dal punto di vista degli interessi e degli aspetti che potrebbero riguardare anche noi europei. In altre parole dal lato della politica estera di Washington sotto la sua amministrazione. E capire, in caso di vittoria di Joe Biden, quanto sia lecito aspettarsi un’inversione di rotta. Molti osservatori, infatti, ritengono che il modello vigente, basato sul principio di «America First», abbia gettato le basi per una eventuale fine del multilateralismo. Le cose stanno davvero così? Procediamo con ordine.

La Nato

Venuta meno la minaccia sovietica, a partire dai primi anni ‘90 l’Alleanza atlantica ha mutato finalità e si è progressivamente allargata a Est. L’amministrazione Trump ha manifestato nei confronti della Nato un grado di scetticismo non trascurabile, ritenendola nei fatti una struttura obsoleta e, soprattutto, contestando agli alleati una mancata partecipazione anche in termini economici, contando sullo storico “scudo” americano. Non si tratta tuttavia di una relazione inedita. Già le amministrazioni Bush e Obama, prima dell’amministrazione Trump, avevano espresso posizioni simili, seppure con toni più morbidi. Il compromesso del 2014 di destinare alle spese per la Difesa, da parte di ogni Stato membro, il 2% del Pil, non ha fin qui prodotto risultati esaltanti dal punto di vista di Washington. Insomma, le distanze restano e sono accresciute negli ultimi anni. Una conferma di Trump alla Casa Bianca potrebbe significare un graduale disimpegno statunitense, un’eventuale elezione di Biden potrebbe invece comportare un riavvicinamento. Che tuttavia potrebbe non equivalere ad un legame davvero rinsaldato perché vanno considerati i rinnovati interessi Usa nel mondo e il nuovo corso, in questo senso, dei paesi europei.

L’America e l’Europa

L’Europa, appunto. Non è mistero che Francia e Germania premino per una maggiore autonomia europea nell’ambito della difesa. Da un maggiore disimpegno statunitense, che è da mettere in conto in ogni caso, deriva una maggiore assunzione di responsabilità dell’Europa. Ed è in questa direzione che va l’idea di una struttura militare europea. Anche qui, però, sarebbe un errore ritenere l’amministrazione Trump la sola responsabile di un rapporto talvolta instabile. Sia chiaro: l’alleanza Usa-UE non è minimamente messa in discussione, ma già nel 2003 divergenze con Washington erano emerse a causa della guerra in Iraq, ad esempio. E sotto l’amministrazione di Obama si è capito – al netto di traguardi importanti come l’accordo sul clima di Parigi del 2015 o sul nucleare iraniano, abbandonati poi dagli stessi Usa per volontà dell’attuale amministrazione (ulteriori questioni di attrito e frizioni) – che l’Europa non rappresentava più una reale priorità per l’America, ormai concentrata su altre regioni e sfere d’influenza. Con Trump tale condizione si è ampliata, come è noto. Con Biden un riavvicinamento tra le parti potrebbe consentire a Washington di recuperare terreno su piani strategici quali la lotta al cambiamento climatico.

Russia

I rapporti tra Usa e Russia hanno sempre avuto alti e bassi, al netto delle vecchie ruggini derivanti dalla Guerra Fredda. Da un lato, dopo l’11 settembre, Washington e Mosca hanno collaborato nella guerra al terrorismo, dall’altro – anche in tale scenario – non sono mancate le frizioni, laddove evidentemente gli interessi di una potenza stridevano con quelli dell’altra. Soprattutto a fronte delle mire egemoniche della Russia nei paesi dell’ex area di riferimento, in particolare in Georgia e in Ucraina. Donald Trump, già nella campagna elettorale del 2016, aveva sottolineato come fosse sua intenzione instaurare buone relazioni con Vladimir Putin, più di quanto non abbia fatto Obama. Sebbene l’atteggiamento sia stato sempre, in effetti, propositivo (al di là dei tentativi russi di insidiare il processo democratico statunitense, oggetto di diverse indagini), gli attriti tra Washington e Mosca non sono mancati in questi anni. Questo è avvenuto soprattutto perché membri dell’amministrazione e un ampio fronte bipartisan al Congresso non hanno mai smesso di guardare alla Russia con diffidenza. Condizione che, in ogni caso, viene ricambiata da Mosca. Probabilmente è soprattutto questo il teatro che vedrebbe cambiamenti sostanziali in politica estera se alla Casa Bianca dovesse fare il suo ingresso Biden. La Russia viene vista dal candidato democratico come una minaccia: potrebbero essere aggiunte nuove sanzioni e auspicato, in questo caso sì, un maggiore coinvolgimento della Nato.

La questione mediorientale

Forse è questo il capitolo più interessante dell’intera politica estera di Donald Trump. Perché nei quattro anni di mandato si è potuto osservare, in questo scacchiere, un reale cambio di rotta rispetto al passato. L’amministrazione Bush fu direttamente coinvolta in Medio Oriente, intraprendendo la guerra al terrorismo – una risposta agli attentati dell’11 settembre 2001 – culminata, appunto, con l’invasione dell’Iraq e la deposizione di Saddam Hussein. In seguito Obama, che pure ha adottato una dottrina diametralmente opposta a quella del predecessore, non è riuscito a realizzare un pieno disimpegno, pur garantendo una minore presenza militare nella regione, a causa dei nuovi contesti nel frattempo sopraggiunti (la primavera araba del 2011), i nuovi conflitti (su tutti quello nello Yemen), la crisi siriana e la nascita del sedicente Stato islamico. Secondo l’amministrazione Trump, quel poco che resta di quest’ultima minaccia non rappresenta più un reale pericolo, dunque è anche in questo senso che si spiega un rinnovato disimpegno in Medio Oriente, circostanza apprezzata peraltro da una parte sempre più consistente di americani. Ulteriori iniziative di questo tipo sono attese a breve, per novembre, specialmente in Afghanistan. La negoziazione avviata con i talebani (accordo raggiunto a febbraio di quest’anno) prevede inoltre un ritiro completo dal paese delle forze Nato. Semmai gli sforzi sono tornati a concentrarsi quasi esclusivamente sull’Iran. L’abbandono dell’accordo sul nucleare (ritenuto svantaggioso dall’attuale amministrazione) e il ripristino delle sanzioni hanno riacceso quasi inevitabilmente le tensioni con Teheran. L’uccisione a gennaio 2020 del generale iraniano Qassem Soleimani in Iraq avrebbe potuto rappresentare un punto di non ritorno, così fortunatamente non è stato. Intanto il riconoscimento di Gerusalemme come capitale dello Stato ebraico ha riavvicinato gli Stati Uniti a Israele, dopo le frizioni che si erano registrate con l’amministrazione Obama, ma soprattutto ha permesso a Washington di intraprendere un ruolo di mediazione, che è giunto, proprio di recente, agli accordi di Abramo, in cui Emirati Arabi Uniti e Bahrein hanno ufficialmente riconosciuto Israele, avviando un processo di normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Questa operazione e un più proficuo legame con l’Arabia Saudita possono essere considerate iniziative in chiave anti-Iran, allo scopo, cioè, di isolare ulteriormente il regime di Teheran (inviso anche a Riad). Un pensiero a Teheran, però, Trump lo ha rivolto proprio in uno dei suoi ultimi comizi elettorali, in Pennsylvania. «Se vinco, la prima chiamata sarà per il governo dell’Iran», ha promesso, ribadendo la volontà di fare presto un nuovo accordo (non mancando di criticare il precedente voluto da Obama).

Cina

Questo, invece, è il capitolo più ostico. A insediamento appena avvenuto, Trump aveva garantito buone relazioni con Pechino. Questo non significava sconfessare la retorica sulla Cina in campagna elettorale, ma rimarcare alcuni punti fondamentali, come ad esempio stracciare le vecchie relazioni commerciali (la cui bilancia pendeva a favore della controparte cinese con gravi conseguenze sull’economia americana), concetto che il presidente ha poi ribadito nel vertice a Pechino con Xi Jinping di novembre 2017. In altre parole: un nuovo inizio nei rapporti tra le due superpotenze. In verità, a seguire, si è osservata una continua escalation, caratterizzata tuttavia da stop and go negoziali, specialmente per quanto riguarda la guerra dei dazi avviata dall’amministrazione Usa (che ad ogni modo non ha avvantaggiato fin qui nessuna delle parti). A inizio anno è stata siglata un’intesa preliminare, una base (teorica) per un futuro accordo commerciale. Ma lo scoppio della pandemia di coronavirus, che proprio in Cina ha avuto origine, ha inasprito ulteriormente le relazioni, soprattutto a causa delle accuse al riguardo rivolte da Washington, che non hanno escluso l’Organizzazione mondiale della sanità, colpevole – secondo la versione statunitense – di eccessiva accondiscendenza verso Pechino. Nel mentre le proteste a Hong Kong (con le relative questioni legate al rispetto dei diritti umani) e il dossier Taiwan hanno contribuito ad aggravare la situazione. E ancora: gli scontri sulla tecnologia 5G, le accuse di cyberspionaggio, la querelle sulle sorti del social network cinese TikTok negli Stati Uniti, i timori per l’ingerenza di Pechino in Europa attraverso la Belt and Road Initiative, sono tutti elementi sullo sfondo di un processo diplomatico che resta a tutt’oggi molto complicato. Un’eventuale presidenza Biden di certo non collocherebbe tra i migliori alleati di Washington la Cina, che rimarrebbe piuttosto un avversario strategico, da “affrontare”, però, giocando la carta del multilateralismo.

Corea del Nord

A giugno 2018 il primo incontro storico, a Singapore. Circa un anno dopo un secondo incontro, altrettanto storico, al confine intercoreano al villaggio di Panmunjom. Nel mentre costanti tentativi di dialogo tra le due Coree e l’annunciata volontà di denuclearizzare la penisola. Ma il buon rapporto personale, almeno dinanzi alle telecamere del mondo, tra Donald Trump e il leader nordcoreano, Kim Jong-un – che ha fatto seguito ad un’estate di botta e risposta al vetriolo tra Washington e Pyongyang, quella del 2017, tra minacce nucleari e insulti reciproci – non si è tradotto in una tangibile e immediata soluzione al conflitto coreano. La mediazione statunitense non è riuscita fin qui ad assicurare un successo all’intera operazione diplomatica, anche a causa della rigidità della Corea del Nord. Che per il momento non sembra intenzionata a rinunciare, sul serio, al proprio programma nucleare e missilistico. Non solo. Ad aggravare la situazione le recenti voci sullo stato di salute di Kim, il cui posto è stato preso in alcuni momenti cruciali dalla sorella Kim Yo Jong, la quale ha inasprito il dialogo con Seul. Di recente Kim Jong-un è riapparso in pubblico e ha mostrato (di nuovo) i muscoli, facendo sfilare a Pyongyang nuovi missili che secondo gli analisti sono i più grandi dell’arsenale mondiale. I negoziati con gli Stati Uniti e la Corea del Sud, intanto, sono in una fase di stallo.

L’emergenza climatica

Se non vivessimo in tempi straordinari, caratterizzati dalla pandemia e scadenzati dalle misure e dai provvedimenti che i diversi paesi stanno adottando per arginarla, non vi è alcun dubbio che la vera emergenza mondiale sarebbe quella climatica. Un’emergenza a cui, però, l’America di Trump ha smesso di credere, o che almeno ha ridimensionato, quasi azzerato, in difesa dell’industria tradizionale. Un approccio che volge in tutt’altra direzione rispetto al lascito dell’amministrazione Obama che aveva indicato l’emergenza climatica quale priorità dell’agenda politica del futuro e che, tramite l’accordo di Parigi del 2015, era riuscita a “imbrigliare” la Cina nel rispetto di determinati parametri (oggi Pechino punta a diventare leader mondiale delle energie rinnovabili, nonostante sia tra i paesi che inquinano di più). La decisione dell’attuale amministrazione di abbandonare tale accordo, formalizzata lo scorso anno e che sarà efficace a partire, guarda caso, dal 4 novembre, cioè un giorno dopo le elezioni, è stato un duro colpo per la comunità internazionale (va ricordato, inoltre, che l’America è tra i maggiori responsabili delle emissioni di CO2). Inutile dire che tutto verrà ripristinato, nel minor tempo possibile, alle precedenti intese, se a vincere le elezioni sarà l’ex vicepresidente Biden, convinto sostenitore dell’accordo del 2015.

@fabiogermani

Le puntate precedenti
Usa 2020. Le “due economie” degli Stati Uniti
Usa 2020. Gli americani e i media
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Usa 2020. Gli americani e la pandemia
Usa 2020. Il primo dibattito tra Trump e Biden
Usa 2020. Breve storia dei dibattiti televisivi
Usa 2020. Come cambia la geografia politica

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Ambiente: in Italia, ogni anno l’inquinamento atmosferico costa oltre 1.500 euro procapite https://www.t-mag.it/2020/10/21/ambiente-in-italia-ogni-anno-linquinamento-atmosferico-costa-oltre-1-500-euro-procapite/ https://www.t-mag.it/2020/10/21/ambiente-in-italia-ogni-anno-linquinamento-atmosferico-costa-oltre-1-500-euro-procapite/#respond Wed, 21 Oct 2020 13:00:35 +0000 https://www.t-mag.it/?p=151135 Oltre 1.500 euro. Questo è il costo procapite annuo dell’inquinamento per gli italiani. A stimarlo è uno studio realizzato dall’Epha, l’Alleanza europea per la salute pubblica, che ha quantificato il valore monetario di morte prematura, cure mediche, giornate lavorative perse e altre spese sanitarie causati da particolato, ozono e biossido di azoto, i tre inquinanti atmosferici più pericolosi. Secondo il rapporto, che ha preso in considerazione 432 città europee – inciso: i dati sono relativi al 2018 –, Milano, Padova, Venezia, Brescia e Torino sono tra le prime dieci metropoli dove l’inquinamento atmosferico ha il costo procapite più elevato, con il capoluogo lombardo addirittura al secondo posto, con oltre 2.800 euro annui, preceduta soltanto da Bucarest, dove l’inquinamento costa 3.000 euro. A seguire i padovani (terzi in classifica) con 2.500 euro, i veneziani (sesti), i bresciani (settimi) e i torinesi (noni) a circa 2.100.

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