Approfondimenti – T-Mag | il magazine di Tecnè https://www.t-mag.it Thu, 09 Apr 2020 10:02:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 La musica e la lettura ai tempi del Covid-19 https://www.t-mag.it/2020/04/09/la-musica-e-la-lettura-ai-tempi-del-covid-19/ https://www.t-mag.it/2020/04/09/la-musica-e-la-lettura-ai-tempi-del-covid-19/#respond Thu, 09 Apr 2020 10:02:03 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146732 L’isolamento forzato fa crescere l’utilizzo di internet e cambia alcune abitudini: ne risente lo streaming musicale, ma aumentano i prestiti di ebook e l’ascolto dei podcast.

di Redazione

Tutte le attività quotidiane sono state messe alla prova dall’emergenza coronavirus e gli italiani hanno risposto adattandosi grazie alla tecnologia -vedi la scuola, il lavoro, la spesa online – e la lettura non è da meno. Data la situazione e il divieto di uscire di casa, anche le biblioteche si sono adeguate rendendo pubblico e ampliando il proprio catalogo online. Attualmente il MLOL, la rete che permette il prestito digitale, conta 6500 biblioteche e ha visto crescere il numero nelle ultime settimane.

Contestualmente è aumentato il numero di italiani lettori tecnologici: tra il 24 febbraio e il 24 marzo i prestiti di ebook sono aumentati del 104% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Insieme alle richieste di prestito sono aumentati anche i nuovi utenti: circa 100 mila in più rispetto al 2019, a fronte di una crescita di 20 mila nuovi utenti in situazione standard.

Secondo i dati di Rakuten Kobo, una delle società leader del settore dell’e-reading, nei paesi più colpiti dal coronavirus l’ultima settimana di marzo ha fatto registrare un aumento dal 200% al 300% dei volumi medi di lettura rispetto alla settimana precedente. In particolar modo in Italia, sempre la scorsa settimana, ha rivelato un aumento del 133% del tempo dedicato alla lettura su eReaders e applicazioni, rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Anche le modalità di ascolto della musica sono cambiate, se prima le canzoni accompagnavano soprattutto i viaggi in macchina e il tragitto casa-lavoro, oggi la fruizione è prettamente casalinga e questo ha ripercussioni sulle riproduzioni. Ed infatti, per quanto riguarda l’Italia, secondo il sito Music Business Worldwide, l’ascolto della playlist “top 200” su Spotify è sceso a 95,4 milioni di riproduzioni nella settimana 7-13 marzo, rispetto, ai 109 milioni del periodo 28 febbraio-6 marzo, e ai 121 milioni del 21-27 marzo.

Nonostante ciò, i numerosi flash mob organizzati sulla spinta dell’entusiasmo delle prime settimane hanno fatto incrementare la riproduzione delle canzoni scelte: “Abbracciame” di Andrea Sannino ha subito un incremento dell’820% di ascolti, mentre “Azzurro” di Adriano Celentano è aumentata del 715%.

I podcast invece mostrano un andamento in contrasto con il trend in negativo dello streaming musicale anche perché, come rivela un’indagine Nielsen sul panorama dei podcast in Italia nel 2019, il 71% del totale degli ascolti viene effettuato a casa. Secondo l’analisi l’ascoltatore tipo pre-coronavirus è un uomo, il 67%, che ascolta soprattutto programmi di musica, nel 45% dei casi, di attualità, 42%, e programmi di intrattenimento. Sono soprattutto i giovani tra i 18 e i 24 anni a rientrare nella categoria heavy user, ovvero coloro che ascoltano un podcast quasi tutti i giorni.

Oggi però dai dati di Spotify e Spreaker emerge un cambiamento nella composizione del pubblico, sia per età che per gusti. Nella settimana dal 19 al 25 marzo su Spotify è cresciuto l’ascolto di podcast informativi, specie quelli dedicati agli approfondimenti sul Covid-19 e dei contenuti kids & family. Mentre Spreaker -piattaforma dedicata esclusivamente ai podcast- sottolinea che ad aumentare maggiormente sono stati i programmi sulla religione e a tema spiritualità che registrano un incremento del 1576%, seguiti dalle trasmissioni a tema automiglioramento, con un aumento del 484%, e di quelle sul marketing, +434%. Non solo una formazione personale e spirituale: secondo i dati sono aumentati anche i contenuti a tema arte, +347%, e quelli dedicati ai bambini, in aumento del 325%.

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Produzione industriale in calo a febbraio https://www.t-mag.it/2020/04/09/produzione-industriale-in-calo-a-febbraio/ https://www.t-mag.it/2020/04/09/produzione-industriale-in-calo-a-febbraio/#respond Thu, 09 Apr 2020 09:25:38 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146743 L’Istat ha registrato una flessione mensile dell’1,2%. Su base annua il calo è stato del 2,4%

di Redazione

A febbraio 2020 si stima che l’indice destagionalizzato della produzione industriale diminuisca dell’1,2% rispetto a gennaio. Nella media del trimestre dicembre-febbraio, il livello destagionalizzato della produzione diminuisce dello 0,8% rispetto ai tre mesi precedenti.

L’indice destagionalizzato mensile cresce su base congiunturale solo per l’energia (+2,7%); diminuiscono, invece, i beni intermedi (-1,1%) e i beni di consumo (-0,9%) mentre i beni strumentali risultano stabili.

Corretto per gli effetti di calendario, a febbraio 2020 l’indice complessivo è diminuito in termini tendenziali del 2,4% (i giorni lavorativi sono stati 20, come a febbraio 2019).

Su base tendenziale e al netto degli effetti di calendario, a febbraio 2020 si registra una contenuta crescita solo per i beni strumentali (+1,4%). Diminuiscono, in misura marcata, i beni di consumo (-3,0%) e i beni intermedi (-2,3%); cala, in maniera più contenuta, l’energia (-0,6%).

I settori di attività economica che registrano i maggiori incrementi tendenziali sono la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (+8,3%), l’industria del legno, della carta e stampa (+6,0%) e le altre industrie (+5,7%). Le flessioni più ampie si registrano invece nelle industrie tessili, abbigliamento e pelli (-12,1%), nella fornitura di energia elettrica, gas, vapore e acqua (-6,2%) e nella fabbricazione di mezzi di trasporto (-3,7%).

(fonte: Istat)

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Coronavirus, come stanno reagendo il calcio e gli altri sport https://www.t-mag.it/2020/04/08/coronavirus-come-stanno-reagendo-il-calcio-e-gli-altri-sport/ https://www.t-mag.it/2020/04/08/coronavirus-come-stanno-reagendo-il-calcio-e-gli-altri-sport/#respond Wed, 08 Apr 2020 14:44:05 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146722 Stipendi tagliati, campionati e coppe sospesi. Come si sta adeguando “il mondo del pallone” al coronavirus

di Redazione

Il calcio si è fermato davanti al coronavirus e nella fase 1, quella del lockdown, ha deciso di salvaguardare le proprie casse e sta cercando di capire come riprendere. Consapevole del danno causato dallo stop ai club, la Lega di Serie A ha raggiunto un accordo sul taglio degli stipendi dei calciatori: l’intesa prevede un sospensione di due mensilità, ma che ogni società è libera di trattare con i propri calciatori.

La Juventus è stata la prima a muoversi in questo senso, raggiungendo un accordo con i propri tesserati che prevede il taglio di quattro mensilità – marzo, aprile, maggio e giugno -, a patto che non si torni a giocare. A differenza dei bianconeri, gli altri 19 club intendono sospenderne solo due, una soluzione che gioverebbe maggiormente a Inter, Napoli, Roma e Milan, le squadre con un monte ingaggi superiore ai cento milioni di euro. Altre società (Lazio, Bologna, Fiorentina e Cagliari) stanno trattando con i propri calciatori la sospensione di una mensilità e lo spianamento della seconda sui mesi successivi. Quest’ultima opzione è anche quella più gradita dall’AIC – l’Associazione italiana calciatori – che si è detta contraria all’annullamento di due mensilità, definendola una scelta “folle”.

La Serie A non è l’unica a risentire economicamente di questo blocco: anche nelle leghe minori, le società non vorrebbero retribuire i calciatori durante questo periodo di inattività. Contraria, anche in questo caso, l’AIC, che, nell’opporsi a questa soluzione, ha sostenuto che i compensi riconosciuti ai giocatori di Lega Pro non sono stratosferici ma, in alcuni casi, appena sufficienti per il pagamento di mutui ed affitti.

Intanto il calcio italiano sta pensando alla fase 2, quella della ripresa. I vari club stanno cercando una soluzione per tornare in campo, aprendo anche le porte all’opzione di giocare fino ad agosto, con la Uefa che ha acconsentito allo svolgimento delle competizioni anche nei mesi estivi. Alla Serie A mancano 13 partite e al momento ci sono due opzioni: la prima vede un ritorno in campo entro metà maggio, con un calendario con partite ogni fine settimana più qualche turno infrasettimanale, per concludere la stagione così entro metà luglio. L’altra opzione, invece, è quella di una ripresa per i primi di giugno ma con un calendario fittissimo che prevede una partita ogni 3 giorni.

Oltre al campionato, poi, ci sarà da disputare la Coppa Italia: mancano ancora due semifinali di ritorno e la finale. Per quanto riguarda, invece, la Champions e l’Europa League, la Uefa ha creato due gruppi di lavoro per individuare dei periodi ideali per disputare gli ultimi turni. Anche qui le opzioni sono due: la prima è quella di continuare a giocare in concomitanza con i campionati, alla quale la Uefa ha dato la priorità, oppure rimandare il tutto alla fine delle competizioni nazionali. Il format delle due coppe europee cambierà: probabilmente verrà scelta la strada dei turni con partite secche, ma al momento è al vaglio anche l’opzione che vede una finale a 4 per la Champions e a 8 per l’Europa League.

E NEGLI ALTRI PAESI?

Al momento il calcio è fermo anche in altri Paesi, come in Spagna, dove proprio in queste ore la Liga e l’associazione calciatori stanno cercando un accordo sul taglio degli stipendi, mentre il Barcellona ha già annunciato un taglio del 70% delle mensilità di marzo e aprile. Un eventuale ritorno in campo non è stato preso neanche in considerazione.

Situazione analoga nel Regno Unito, dove il ministro della Sanità britannico ha invitato i calciatori a ridursi l’ingaggio. Un appello che non è stato ben accolto dai protagonisti della Premier League, ma che comunque di comune accordo hanno optato di passare una parte delle proprio entrate ai dipendenti che lavorano all’interno delle società e che in questo momento rischiano il posto di lavoro.

Chi invece è già passato alla fase 2 è la Bundesliga che ha fatto tornare in campo le proprie squadre, che dovranno seguire attente regole per svolgere gli allenamenti. Gruppi con al massimo cinque giocatori in campo e docce in spogliatoi separati o a casa. Intanto il campionato tedesco sta pensando anche a come riprendere il campionato, con il via che potrebbe essere il 2 maggio, basta che all’interno degli impianti non si superi il numero di 239 persone, tra calciatori, staff e addetti ai lavori.

Dunque, per un campionato che viene slittato a quest’estate, c’è un Europeo che viene spostato all’anno prossimo. Infatti, la Uefa, che come detto ha dato priorità a terminare questa stagione, ha deciso di slittare di un anno la competizione per le nazionali, dunque EURO2020 si disputerà a giugno-luglio 2021.

COME SI COMPORTANO LE FEDERAZIONI DEGLI ALTRI SPORT

Ma il calcio non è l’unico sport a pagare le conseguenze di questa emergenza: infatti, in Italia la Federugby e la Federbasket hanno deciso di annullare le stagioni senza assegnare i titoli. Negli altri sport internazionali invece, il tennis è costretto ad annullare per la prima volta dopo 134 anni il torneo più affascinante: quello di Wimbledon. Il torneo comunque, con un’assicurazione stipulata ai tempi della Sars nel 2003, vedrà entrare circa 100milioni nelle proprie casse. Per quanto riguarda i motori, sono in attesa di iniziare la propria stagione sia Formula 1 che MotoGp, ma al momento vedono annullarsi e rinviare Gran Premi giorno dopo giorno senza conoscere una data per la partenza. Infine, a malincuore, anche le Olimpiadi di Tokyo2020 sono state rinviate, andando a segnare così una pagina di storia dei Giochi olimpici che mai prima d’ora erano stati rinviati. Le Olimpiadi comunque si terranno nello stesso periodo ma del 2021 e la competizione si chiamerà sempre Tokyo2020. Insomma, il mondo dello sport sta cercando di resistere a questa fase 1, progettando la seconda.

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La ripresa non sarà facile https://www.t-mag.it/2020/04/08/la-ripresa-non-sara-facile/ https://www.t-mag.it/2020/04/08/la-ripresa-non-sara-facile/#respond Wed, 08 Apr 2020 10:21:51 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146713 Posti di lavoro a rischio, possibile crollo dei consumi: queste le conseguenze più immediate della pandemia. Ma non dobbiamo avere paura, nuovi modelli di sviluppo emergeranno presto. Si tratta solo di essere realisti

di Fabio Germani

Per il Fondo monetario internazionale, quella provocata dalla pandemia, sarà una crisi economica «senza precedenti», più grave del 2008. Le previsioni spaventano, quelle relative all’Italia neanche a dirlo. Stime al ribasso che oscillano, per il 2020, da -6% a -15%. Percentuali che sembrano buttate a caso – potrebbe andare in fondo meglio di così, o addirittura peggio –, ma che hanno un punto di contatto tra loro: sarà un anno molto, molto difficile. 

Come uscirne? Stavolta la sfida è duplice, perché non si tratta solo di salvare imprese e posti di lavoro, ma anche vite umane, mentre le nostre esistenze verranno stravolte da un qualcosa di completamente inaspettato. O per meglio dire: da un qualcosa cui, globalmente, non eravamo preparati nonostante i ripetuti allarmi della comunità scientifica. 

Molte imprese potrebbero chiudere, si temono 25 milioni di disoccupati nel mondo a causa della pandemia, mentre le ore lavorate sono previste calare del 6,7% nel secondo trimestre del 2020 (pari a circa 195 milioni di posti di lavoro a tempo pieno, fonte Ilo). L’esempio statunitense è già abbastanza chiaro, con l’impennata di sussidi di disoccupazione registrata nelle ultime settimane su livelli record. Nel nostro paese i primi a farne le spese sono stati gli autonomi, in molti casi impossibilitati dal lockdown ad esercitare la propria professione (l’Italia è tra i paesi dell’Eurozona con la maggiore incidenza di lavoratori indipendenti), mentre i dipendenti a termine sono tra i più esposti al rischio. L’unico modo per evitare che si verifichino gli scenari più nefasti è quello di iniettare liquidità e la sospensione del Patto di Stabilità contribuisce ad allargare gli spazi di manovra e ad allentare almeno un po’ i rubinetti. 

Il governo si sta muovendo in questa direzione, ma il dubbio – l’elevato debito pubblico resta comunque una zavorra per l’Italia (tant’è che con l’ultimo decreto non vengono immesse risorse fresche, semplicemente lo Stato garantisce le aziende che chiederanno un prestito alle banche) – è che le somme impiegate per il sostegno al reddito e alle imprese possano risultare, alla fine, insufficienti, se non altro in termini di mancata tempestività degli interventi e possibili lungaggini burocratiche. Inoltre, ancora più importante, sarà capire i comportamenti di ciascuno di noi nel medio periodo. 

Pur ammettendo la visione ottimistica di quanti sostengono che questa si rivelerà una fase di “lavoro dietro le quinte”, di idee nuove e innovazioni da lanciare sul mercato non appena sarà passata la tempesta, di start up pronte a fare il salto, di imprese che riusciranno a riprendere l’attività con rinnovata energia e motivazioni alle stelle, c’è da fare i conti in tasca ai consumatori, coloro che a tutti gli effetti muovono l’economia, acquistando beni e prodotti. Di solito, nei periodi di incertezza, i consumi diminuiscono. In altre parole: se non ricominciamo subito a spendere i nostri soldi, l’entusiasmo iniziale della ripartenza potrebbe presto affievolirsi e portare in dote una nuova ondata di negatività. Ma è probabile che, anche se il contesto emergenziale sarà nel frattempo superato, la convivenza prolungata con il virus, in attesa di vaccino o altro tipo di cura, possa spingerci a non mettere mano al portafogli, se non per le spese essenziali e quelle non procrastinabili. 

Già nel mese di marzo, nel pieno, cioè, dell’emergenza sanitaria, l’Istat ha osservato una frenata dell’inflazione, un rallentamento che sarebbe potuto essere di proporzioni superiori se contestualmente non si fosse verificata l’accelerazione dei prezzi dei beni alimentari. Un mix micidiale, insomma, al momento dettato da ovvie ragioni, ma che potrebbe protrarsi oltre la riapertura del paese. Tendenze deflative inducono i consumatori (spesso anche le imprese) a rinviare l’acquisto di ciò di cui hanno bisogno (o eventuali investimenti), nell’attesa di un’ulteriore flessione dei prezzi. Un circolo vizioso che la nostra economia, fragile quasi per definizione, non può permettersi. 

Il ritorno alla normalità, dunque, non sarà semplice, ma questo non vuol dire che nuovi modelli di sviluppo non siano possibili. Anzi: il futuro potrebbe riservare enormi sorprese, soprattutto nella riorganizzazione delle attività produttive. Tuttavia potrebbe essere un recupero “povero”, lento, non in grado di riassorbire in un tempo breve quanto faticosamente riconquistato dopo la crisi economica e finanziaria post-2008. A quel futuro, però, dovremo arrivare con qualche certezza in più, che oggi invece manca, senza dimenticare l’esigenza (prioritaria) di garantire la salute dei cittadini nell’intero ciclo di diffusione del virus. È il principio del «whatever it takes» da estendere a tutte le categorie: imprenditori, lavoratori e consumatori.          

@fabiogermani

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Il comportamento degli italiani davanti alle restrizioni https://www.t-mag.it/2020/04/07/il-comportamento-degli-italiani-davanti-alle-restrizioni/ https://www.t-mag.it/2020/04/07/il-comportamento-degli-italiani-davanti-alle-restrizioni/#respond Tue, 07 Apr 2020 10:49:47 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146662 Il fine settimana di sole, di preannunciata libertà ha comportato che le sanzioni per non aver rispettato le misure restrittive in soli due giorni siano state oltre 20 mila. Ma in generale gli italiani appaiono responsabili e rispettosi dei divieti.

di Redazione

Secondo i dati del Viminale tra sabato e domenica sono stati effettuati 415 mila controlli, 20.522 persone sono state sanzionate perché trovate in giro senza una motivazione valida, 101 le persone denunciate per falsa dichiarazione o attestazione, mentre sono stati 35 i denunciati in quanto positivi che non hanno rispettato la quarantena. A questi si aggiungono i dati sugli esercizi commerciali: Sono oltre 150 mila le attività controllate nel fine settimana. E per quanto riguarda le sanzioni sono stati 232 gli esercenti multati, 21 le attività chiuse  e 30 i negozi chiusi provvisoriamente. Nello specifico domenica si è visto il boom di sanzioni , i controlli sono stati 186.741, contro i 229.104 effettuati sabato, e le persone multate sono state 11.022 rispetto ai 9.284 sanzionati il giorno precedente.

La bella giornata, il fine settimana che si preannunciava di libertà -dopo il tanto atteso 3 aprile- e la circolare poco chiara sull’attività motoria con i figli, ha fatto sì che gli italiani si sentissero più legittimati ad uscire ed infatti il Viminale ha registrato circa 4.400 multati in più rispetto ai 6.623 della domenica precedente. In termini assoluti, dato il lockdown quasi totale, il numero delle persone che sono ancora in giro è elevato, in termini percentuali su tutti i controlli effettuati “solo” il 5% ha violato le restrizioni perché fuori casa senza comprovati motivi di necessità, salute e lavoro. Questo implica anche che il 95% dei 415 mila controllati poteva essere fuori casa.

Anche secondo un’indagine Coldiretti/Ixe’ sui comportamenti degli italiani al tempo del coronavirus più di una persona su 10 non rispetta le restrizioni ed il divieto di uscire di casa. La necessità di fare la spesa è la scusa più utilizzata tanto che nonostante l’emergenza il 30% non resiste 72 ore prima di dover uscire per andare al supermercato o negozi di alimentari. Le percentuali anche in questo caso non sono elevate, ma possono bastare a vanificare le misure adottate per l’emergenza. Dall’altro lato l’88% degli italiani dichiara di rispettare sempre le indicazioni ed i divieti sugli spostamenti e le distanze sociali e il senso di responsabilità è evidente anche dall’aumento della spesa a domicilio e soprattutto dall’alta percentuale, il 72% degli italiani, di coloro che ritengono giusto segnalare alle forze dell’ordine comportamenti e atteggiamenti scorretti come assembramenti di persone o feste in casa.

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A febbraio vendite al dettaglio in crescita https://www.t-mag.it/2020/04/07/a-febbraio-vendite-al-dettaglio-in-crescita/ https://www.t-mag.it/2020/04/07/a-febbraio-vendite-al-dettaglio-in-crescita/#respond Tue, 07 Apr 2020 09:14:20 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146655 L’Istat ha registrato una variazione congiunturale pari a +0,8% in valore e a +0,9% in volume. Su base annua la crescita è stata del 5,7% in valore e del 5,8% in volume

di Redazione

A febbraio 2020 si stima, per le vendite al dettaglio, una variazione congiunturale positiva dello 0,8% in valore e dello 0,9% in volume. In aumento sia le vendite dei beni alimentari (+1,1% in valore e +1,2% in volume), sia quelle dei beni non alimentari (+0,5% in valore e +0,6% in volume).

Nel trimestre dicembre 2019-febbraio 2020, le vendite al dettaglio registrano una crescita dello 0,6% in valore e dello 0,7% in volume rispetto al trimestre precedente. Sono in aumento sia le vendite dei beni alimentari (+1,1% in valore e +1,0% in volume) sia le vendite dei beni non alimentari (+0,4% in valore e +0,7% in volume).

Su base tendenziale, a febbraio, si registra una crescita del 5,7% in valore e del 5,8% in volume. L’aumento riguarda soprattutto le vendite dei beni alimentari (+8,2% in valore e +7,8% in volume), ma risultano in crescita anche quelle dei beni non alimentari (+3,8% in valore e +4,3% in volume).

Per quanto riguarda i beni non alimentari, si registrano variazioni tendenziali positive per tutti i gruppi di prodotti. Gli aumenti maggiori riguardano Generi casalinghi durevoli e non durevoli (+7,6%) e Utensileria per la casa e la ferramenta (+6,3%) mentre l’aumento minore si registra per Cartoleria, libri, giornali e riviste (+1,0%).

Rispetto a febbraio 2019, il valore delle vendite al dettaglio aumenta dell’8,4% per la grande distribuzione e del 3,3% per le imprese operanti su piccole superfici. Le vendite al di fuori dei negozi calano dello 0,1% mentre è in crescita sostenuta il commercio elettronico (+15,3%).

(fonte: Istat)

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Un terzo delle famiglie non ha computer o tablet in casa https://www.t-mag.it/2020/04/06/un-terzo-delle-famiglie-non-ha-computer-o-tablet-in-casa/ https://www.t-mag.it/2020/04/06/un-terzo-delle-famiglie-non-ha-computer-o-tablet-in-casa/#respond Mon, 06 Apr 2020 09:28:07 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146614 Penalizzate le famiglie del Mezzogiorno: 4 su 10 non hanno pc o tablet. La percentuale di famiglie senza computer supera il 41,0% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa

di Redazione

L’emergenza legata alla diffusione del Covid-19 ha messo in evidenza la necessità di avere a casa spazi sufficienti per chi ci vive e una strumentazione informatica adeguata per consentire agli studenti la possibilità di seguire le lezioni a distanza, a chi lavora di potere continuare a farlo anche da casa e a chi lo vuole di relazionarsi con gli
altri, guardare film, trovare occasioni di svago per il tempo libero.

UN TERZO DELLE FAMIGLIE NON HA COMPUTER O TABLET IN CASA

Negli anni 2018-2019, il 33,8% delle famiglie non ha un computer o un tablet in casa, il 47,2% ne ha uno e il 18,6% ne ha due o più. La percentuale di chi non ne possiede sale al 70,6% tra le famiglie di soli anziani (65 anni e più), ma scende al 14,3% tra le famiglie con almeno un minorenne. L’impatto del livello di istruzione è molto forte:
nelle famiglie mediamente più istruite (in cui almeno un componente è laureato) la quota di quanti non hanno nemmeno un computer o un tablet si riduce al 7,7%. Nel 22,7% delle famiglie sono meno della metà i componenti che hanno a propria disposizione un pc da utilizzare.
Solo per il 22,2% delle famiglie è disponibile un computer per ciascun componente. Penalizzate le famiglie del Mezzogiorno: 4 su 10 non hanno pc o tablet La percentuale di famiglie senza computer supera il 41,0% nel Mezzogiorno, con Calabria e Sicilia in testa (rispettivamente 46,0% e 44,4%), ed è circa il 30,0% nelle altre aree del Paese. Più elevata nel Mezzogiorno anche la quota di famiglie con un numero di computer insufficiente rispetto al numero di componenti: il 26,6% ha a disposizione un numero di pc e tablet per meno della metà dei componenti e solo il 14,1% ne ha almeno uno per ciascun componente.
Viceversa, nelle regioni del Nord la proporzione di famiglie con almeno un computer in casa è maggiore. In particolare a Trento, Bolzano e in Lombardia oltre il 70% delle famiglie possiede un computer, e la quota supera il 70% anche nel Lazio.
Nel Nord, inoltre, la quota di famiglie in cui tutti i componenti hanno un pc sale al 26,3%. Rispetto alla dimensione del comune, la percentuale più alta di famiglie senza computer si osserva nei comuni di
piccole dimensioni (39,9% in quelli fino a 2.000 abitanti), la più bassa nelle aree metropolitane (28,5%). Se si considerano le famiglie con minori, la quota di quante non hanno un computer scende al 14,3%, ma le differenze territoriali risultano ancora più accentuate con valori che vanno dall’8,1% del Nord-ovest (6% in Lombardia) al 21,4% del Sud.

OLTRE LA METÀ DEI RAGAZZI CONDIVIDE CON LA FAMIGLIA PC O TABLET  

Negli anni 2018-2019, il 12,3% dei ragazzi tra 6 e 17 anni (850 mila) non ha un computer o un tablet a casa e la quota raggiunge quasi un quinto nel Mezzogiorno (circa 470 mila). Il 57,0% lo deve condividere con la famiglia. In questi casi meno della metà dei familiari dispone di un pc da utilizzare. Sebbene la maggior parte dei minori in età scolastica (6-17 anni) viva in famiglie in cui è presente l’accesso a internet (96,0%), non sempre accedere alla rete garantisce la possibilità di svolgere attività come ad esempio la didattica a distanza se non si associa ad un numero di pc e tablet sufficienti rispetto al numero dei componenti della famiglia. Soltanto il 6,1% dei ragazzi tra 6 e 17 anni vive in famiglie dove è disponibile almeno un computer per componente.

SOLO TRE RAGAZZI SU DIECI HANNO COMPETENZE DIGITALI ELEVATE

Nel 2019, il 92,2% dei ragazzi di 14-17 anni ha usato internet nei 3 mesi precedenti l’intervista, senza differenze di genere. Tuttavia meno di uno su tre presenta alte competenze digitali (il 30,2%, pari a circa 700 mila ragazzi), il 3% non ha alcuna competenza digitale mentre circa i due terzi presentano competenze digitali basse o di base. Le ragazze presentano complessivamente livelli leggermente più elevati di competenze digitali (il 32% dichiara alte competenze digitali contro il 28,7% dei coetanei). Tale differenze sono più marcate se si considerano communication skills (83,3% contro 76,3%) mentre si attenuano per le altre competenze rilevate (information skills, software skills e problem solving skills) (cfr. Glossario). Dal punto di vista territoriale è abbastanza evidente il gradiente Nord – Mezzogiorno, con le regioni del Nord-est che presentano i livelli più elevati su quasi tutte le competenze digitali. I differenziali territoriali sono molto rilevanti per software skills e problem solving skills; si riducono leggermente su information skills e si annullano per communication skills.

LE RAGAZZE LEGGONO PIÙ LIBRI E E-BOOK DEI RAGAZZI

Negli anni 2018-2019 il 52,1% dei bambini e ragazzi tra 6 e17 anni hanno letto nell’ultimo anno almeno un libro nel tempo libero (circa 3 milioni 600 mila). Tra i giovani lettori il 46,9% ha letto fino a 3 libri (lettori deboli), il 40,7% da 4 a 11 libri (lettori medi) e il 12,5% 12 o più libri (lettori forti). Sono soprattutto le ragazze a dichiarare di aver letto almeno un libro nel tempo libero (il 58,2% contro il 46,4% dei coetanei). Tra le ragazze, inoltre, risulta più alta la quota di chi ha letto e-book/libri on line (10,5% contro 6,4%). La percentuale più elevata di lettori si registra, per i ragazzi, tra gli 11 e i 13 anni (53%), per le ragazze nella fascia di età successiva (66,2%). Si osserva una forte associazione tra capitale culturale familiare e abitudine alla lettura dei figli: legge il 67,6% dei ragazzi che vivono in famiglie in cui almeno uno dei due genitori è laureato ma la quota scende al 37,7% se i genitori hanno conseguito al massimo la scuola dell’obbligo.

AMPIA DIFFERENZA TERRITORIALE ANCHE NELLA LETTURA

Emergono forti differenze territoriali nell’abitudine alla lettura. Oltre il 60,0% dei bambini e i ragazzi di 6-17 anni residenti nel Nord dichiara di leggere libri, nel Sud la quota si attesta al 39,4%. Nelle Isole, la Sardegna registra un livello di lettori pari al 52,6% (in linea con le regioni del Centro), mentre in Sicilia la quota tocca il 32,7%.

OLTRE QUATTRO MINORI SU DIECI VIVONO IN CONDIZIONI DI SOVRAFFOLAMENTO ABITATIVO  

Nel 2018 il 27,8% delle persone vive in condizioni di sovraffollamento abitativo. Tale condizione di disagio è più diffusa per i minori, il 41,9% dei quali vive in abitazioni sovraffollate. Il disagio si acuisce se, oltre ad essere sovraffollata, l’abitazione in cui si vive presenta anche problemi strutturali oppure non ha bagno/doccia con acqua corrente o ha problemi di luminosità. La condizione di grave deprivazione abitativa riguarda il 5% delle persone residenti e, ancora una volta, è più diffusa tra i giovani. Infatti, vive in condizioni di disagio abitativo il 7,0% dei minori e il 7,9% dei 18-24enni. La quota scende al crescere dell’età fino ad arrivare all’1,8% fra le persone di 75 anni e più.

(fonte: Istat)

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Lavoro: i problemi che dovremo affrontare https://www.t-mag.it/2020/04/03/lavoro-i-problemi-che-dovremo-affrontare/ https://www.t-mag.it/2020/04/03/lavoro-i-problemi-che-dovremo-affrontare/#respond Fri, 03 Apr 2020 08:00:00 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146555 I dati Istat di febbraio sull’andamento dell’occupazione sono già superati dall’emergenza sanitaria ed economica, ma analizzarli può aiutarci a individuare le principali criticità

di Fulvio Fammoni*

I dati ISTAT di febbraio 2020, sull’andamento dell’occupazione, fotografano un periodo che non rappresenta più la concreta realtà dei fatti già dal mese di marzo. Gli effetti della pandemia hanno ripercussioni anzitutto sulla salute dei cittadini, ma con tutta evidenza anche sull’economia e sull’occupazione. Verrebbe da dire “prendiamo atto” e rimandiamo il commento al prossimo mese quando si inizieranno a vedere i primi effettivi riscontri sugli effetti del coronavirus relativi a occupazione disoccupazione e ore lavorate. Eppure, analizzare questa ultima rilevazione, può essere utile per capire le dinamiche già in corso e provare ad individuare i principali problemi che ci troveremo ad affrontare già nell’immediato.

Anzitutto, già nel 2° semestre del 2019, la dinamica dell’occupazione, per la stagnazione in atto, era rallentata e nel trimestre dicembre 2019-febbraio 2020 (rispetto a settembre-novembre 2019) il saldo è complessivamente negativo di meno 89mila unità. È dunque un mercato del lavoro già in difficoltà, quello che si imbatte negli effetti della pandemia. Analizzando i dati, alcuni dei punti più deboli nel prossimo futuro si evidenziano e vanno posti sotto lente di ingrandimento.

I numeri da tenere a riferimento, per la prima verifica con i dati di marzo sono:
Occupati : 23 milioni 262mila; abbiamo già commentato il calo a livello trimestrale, ma non si può non notare che per la prima volta da tempo già a febbraio diventa negativo l’andamento annuale di -6mila unità rispetto a febbraio 2019.
Disoccupati: 2 milioni 513mila; il calo annuale di -206mila unità si azzera di fatto nell’ultimo trimestre (-5mila).
Inattivi: 13 milioni 232mila; vedono una assoluta eguaglianza fra il dato dell’ultimo trimestre e quello annuale (+51mila).

Cosa tenere (o meglio temere) in particolare attenzione per il prossimo futuro: sarà altissimo già da marzo e nei mesi successivi, il ricorso agli ammortizzatori sociali, con conseguente calo di ore lavorate che, è bene ricordare, sono attualmente ancora più basse di quelle del 2008; la chiusura di aziende e il calo di attività avrà ripercussioni sull’andamento dell’occupazione su diversi versanti; i lavoratori a tempo indeterminato, sia relativamente al numero totale che al numero dei part time; i lavoratori a termine che nell’immediato, a mio parere, rappresentano il pericolo più grande. Nel 2008 furono i primi a subire la ripercussione della crisi, da allora sono aumentati di circa un terzo fino al numero di febbraio di 3 milioni 106mila. Molti di loro hanno periodi di attività molto brevi e a forte rischio nel prossimo futuro, per gli altri la spada di Damocle è legata al termine di scadenza. Lo scorso anno le attuazioni fra marzo, aprile e maggio furono circa 850 mila; le cessazioni circa 500 mila e circa 150 mila trasformati a tempo indeterminato. Il rischio concreto è che tutti e tre questi parametri vadano contemporaneamente in sofferenza, con un particolare riferimento negativo a cessazioni e trasformazioni.

Ragionamento analogo può essere fatto per il lavoro in somministrazione che già a gennaio 2020 si era ridotto del 2,3%. Infine, nel lavoro autonomo, è presente un numero alto di cosiddetti (definizione ILO) Dependent Contractor, cioè rapporti sostanzialmente dipendenti limitati ad un unico cliente/committente; in Italia si tratta di una cifra vicina fra le 300 e le 400mila persone. Come si vede, numeri enormi, che già in tempi brevissimi possono cambiare sostanzialmente e in negativo sia il numero di occupati che di disoccupati. Penso non serva altro a motivare la urgentissima necessità di ulteriori tutele rispetto a quelle già previste e di interventi straordinari (più che urgenti immediati) a supporto della possibile ripresa appena la condizione sanitaria lo renderà possibile.

*presidente Fondazione Di Vittorio

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Inutile ragionare sul «quando», ragioniamo sul «come» https://www.t-mag.it/2020/04/02/inutile-ragionare-sul-quando-ragioniamo-sul-come/ https://www.t-mag.it/2020/04/02/inutile-ragionare-sul-quando-ragioniamo-sul-come/#respond Thu, 02 Apr 2020 10:41:01 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146545 La pandemia ci obbliga a ripensare le nostre vite, che verranno stravolte almeno per un po’. È doveroso riflettere sulla riapertura del paese, ma la priorità resta la salute dei cittadini

di Fabio Germani

La situazione in cui versa l’Italia (ma non solo l’Italia) sta mutando profondamente parametri e metriche della nostra quotidianità. Di norma, tendiamo a fare programmi, anche a lungo termine, a dare una scadenza agli impegni presi, a immaginare un futuro, ora più o meno vicino, ora più o meno lontano. Questo isolamento forzato, peraltro aggravato dalla mancanza di una dimensione temporale definita, ci obbliga a cambiare paradigma. Il quando passa inevitabilmente in secondo piano, mentre acquisisce un’importanza straordinaria il come. Ed è il come, oggi, a dover determinare il quando.

Se ciò è vero per molti di noi, presi individualmente e avvolti nell’incertezza di una pandemia che non solo ci ha sottratto agli affetti più cari, ma anche, in molti casi, al lavoro, alle nostre abitudini, alla frenesia che quasi rimpiangiamo, alle relazioni sociali ormai limitate ad una videochiamata (meglio di niente, si dirà), in maniera altrettanto efficace lo schema può essere applicato al sistema paese.

In questo senso assume un tono surreale – sia beninteso: per come è stato posto negli ultimi giorni – il dibattito sulla riapertura delle attività produttive. Sembra essere nata una contrapposizione – che inquina il dibattito – tra quanti ritengono doveroso non vanificare gli sforzi fin qui compiuti e andare avanti con lo stop alle attività “non essenziali” ancora per un po’, confidando in una fine (si spera) repentina dell’emergenza, e quanti , invece, ritenevano opportuno tornare dopo il 3 aprile (e adesso, a seguito delle ultime disposizioni in materia del governo, si presuppone dopo Pasqua) ad una “graduale normalità” al fine di non mortificare ulteriormente la nostra economia, in fase di indebolimento da prima che scoppiasse la crisi sanitaria.

Considerazioni quest’ultime giuste, ma dobbiamo partire da un fatto purtroppo netto: l’emergenza è tutt’altro che passata. Stiamo attraversando un rallentamento dei contagi (di per sé un’ottima notizia), ma la strada potrebbe essere ancora lunga. La storia delle epidemie insegna che la “fase due” è anche più difficile della prima, che “abbassare la guardia” potrebbe farci risprofondare in una situazione emergenziale che potremmo non reggere, se nel frattempo non si saranno liberati posti letto (in terapia intensiva e non) a sufficienza per garantire le cure a quanti potrebbero averne bisogno. 

Oggi, però, rispetto al passato, disponiamo degli strumenti e della tecnologia per riflettere sul come riaccendere il motore economico del paese. Sarebbe un grande balzo in avanti: avere una strategia fattuale – individuare ad esempio a cosa e a chi dare priorità (va tuttavia sottolineato che la comunità scientifica non sembra avere un parere univoco al riguardo) e quali settori è indispensabile riaprire per primi così da affiancarli a quelli essenziali – permetterebbe anche di riuscire a immaginare un quando plausibile, proprio perché il virus non intende concedere un termine esatto.

C’è un elemento, infatti, che abbiamo compreso in questo scenario per noi del tutto inedito. Passata l’emergenza, il virus, verosimilmente, non svanirà in automatico. Servirà del tempo, l’arrivo di un vaccino (non prima del 2021, sono le previsioni ad oggi) o un lento processo naturale, con alti e bassi che potrebbero di volta in volta condizionare le nostre vite. In pratica accetteremo il rischio di poterlo contrarre, ma con conseguenze meno aggressive e, soprattutto, con la consapevolezza di poter accedere alle cure se necessario, con un sistema sanitario nazionale non più in affanno.

Non è tanto importante il quando, adesso: l’unica cosa che conta davvero è essere al sicuro. Ma il come uscirne, tornare al lavoro e alla piena libertà, governo e politica dovranno saperlo illustrare anche attraverso informazioni chiare e tempestive ai cittadini e non di proroga alle restrizioni in proroga, accrescendo frustrazione alla già palpabile incertezza.    

@fabiogermani

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Così il mercato del lavoro a febbraio https://www.t-mag.it/2020/04/01/cosi-il-mercato-del-lavoro-a-febbraio/ https://www.t-mag.it/2020/04/01/cosi-il-mercato-del-lavoro-a-febbraio/#respond Wed, 01 Apr 2020 10:23:46 +0000 https://www.t-mag.it/?p=146508 Occupazione stabile, disoccupazione in calo e inattivi in lieve crescita. Ma i dati Istat fanno riferimento alla fase immediatamente precedente all’emergenza sanitaria

di Redazione

Rispetto al mese di gennaio 2020, a febbraio l’occupazione è sostanzialmente stabile, la disoccupazione cala e il numero di inattivi aumenta lievemente a fronte di un tasso di inattività che rimane invariato. La sostanziale stabilità dell’occupazione, cui corrisponde un tasso di occupazione stabile al 58,9%, è il risultato dell’aumento lieve registrato tra le donne (+0,1%, pari a +12mila), i dipendenti a termine (+14mila) e, in misura più consistente, i giovani tra i 15 e i 24 anni (+35mila) e del calo tra gli uomini (-0,2% pari a -22mila), i dipendenti permanenti (-20mila), gli indipendenti (-4mila) e gli over35 (-44mila). Sono i dati provvisori dell’Istat su occupati e disoccupati relativi al mese di febbraio, periodo, che lo stesso Istituto chiarisce, fa riferimento alla fase immediatamente precedente l’emergenza sanitaria legata al COVID-19.

La diminuzione delle persone in cerca di lavoro (-0,7% pari a -18mila unità) nell’ultimo mese, prosegue l’Istat, coinvolge le donne (-3,2%, pari a -39mila unità) e gli over35, mentre tra gli uomini (+1,7%, pari a +22mila) e i giovani 15-24 il numero delle persone in cerca di occupazione è in aumento. Ne deriva il lieve calo del tasso di disoccupazione, che si attesta al 9,7% (-0,1 punti), e la stabilità di quello giovanile al 29,6%. A febbraio la crescita del numero di inattivi (+0,1%, pari a +12mila unità) è circoscritta alle donne e alle persone con almeno 35 anni di età, mentre il tasso di inattività rimane invariato al 34,5%.

Confrontando il trimestre dicembre 2019-febbraio 2020 con quello precedente (settembre-novembre 2019), l’occupazione risulta in evidente calo (-0,4%, pari a -89mila unità) per entrambe le componenti di genere e per i 15-49enni; diminuisce anche tra i dipendenti permanenti e gli autonomi, mentre una lieve crescita si rileva tra i dipendenti a termine. Nello stesso trimestre calano lievemente anche le persone in cerca di occupazione e aumentano gli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+51mila unità).

Rispetto a febbraio 2019, l’occupazione è sostanzialmente stabile per effetto dell’aumento tra i dipendenti (+120mila) e la diminuzione tra gli autonomi (-126mila); gli occupati crescono tra i giovani di 15-24 anni e tra gli over50, mentre diminuiscono tra i 35-49enni per effetto del loro decrescente peso demografico. Nell’arco dei dodici mesi, alla stabilità degli occupati si accompagna il calo dei disoccupati (-7,6%, pari a 206mila unità) e l’aumento degli inattivi tra i 15 e i 64 anni (+0,4%, pari a +51mila).

(fonte: Istat)

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