Interviste – T-Mag | il magazine di Tecnè https://www.t-mag.it Thu, 28 Feb 2019 16:01:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.2 Usa-Nord Corea, niente accordo. E adesso? https://www.t-mag.it/2019/02/28/usa-nord-corea-niente-accordo-e-adesso/ https://www.t-mag.it/2019/02/28/usa-nord-corea-niente-accordo-e-adesso/#respond Thu, 28 Feb 2019 15:57:26 +0000 https://www.t-mag.it/?p=136349 Il summit di Hanoi tra Donald Trump e Kim Jong-un si è chiuso con un nulla di fatto, nonostante l’ottimismo della vigilia. Per capirne di più, T-Mag ha intervistato Francesca Frassineti, ricercatrice ISPI ed esperta di questioni asiatiche

di Fabio Germani

«Abbiamo avuto un tempo molto produttivo: c’erano diverse opzioni, ma questa volta abbiamo deciso che non era una buona cosa firmare una dichiarazione congiunta al summit». Nonostante i sorrisi e gli auspici sul buon esito del summit di Hanoi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader nordcoreano Kim Jong-un non sono riusciti a giungere ad un accordo sul processo di denuclearizzazione della penisola coreana. Trump ha specificato di aver «rifiutato la richiesta di togliere le sanzioni», sebbene le distanze tra le parti siano state ridotte. Ma in definitiva Kim – ha spiegato ancora il presidente Usa – «ha una certa visione che non coincide con la nostra». Un risultato positivo non era così scontato, nonostante qualcuno alla vigilia del vertice avesse previsto – un azzardo, con il senno di poi – che i due leader dichiarassero formalmente la conclusione della guerra di Corea. Il punto è che Pyongyang non sembra disposta a cedere in tempi troppo brevi senza ricevere garanzie da Washington. E gli Stati Uniti, analogamente, non intendono togliere le sanzioni prima di un impegno concreto da parte della Corea del Nord. Questa brusca interruzione dei negoziati tra Washington e Pyongyang pone ora una serie di interrogativi, anche perché – come ha ammesso Trump – «potrebbe passare molto tempo» prima di un nuovo incontro, senza dimenticare il ruolo fondamentale in questa vicenda di Cina e Corea del Sud. Per capire meglio cosa sta succedendo, T-Mag ha interpellato Francesca Frassineti, ricercatrice ISPI ed esperta di questioni asiatiche, che proprio in queste ore ha pubblicato diversi articoli sull’argomento.

Fonte: flickr/TheWhiteHouse

Il summit di Hanoi si è concluso con un “no deal”. Trump ha parlato tuttavia di distanze ridotte. Quali spiragli apre, a suo avviso, questo secondo summit tra i due leader?
Per quanto il primo vertice non avesse prodotto nulla di sostanziale, era servito a creare un rapporto diretto tra i due leader. La condotta negoziale dell’amministrazione Trump nell’ambito della questione del nucleare nordcoreano rappresenta un’anomalia rispetto alla tradizione americana in quanto il negoziato è ripartito in maniera inversa rispetto a quello che solitamente è il punto di arrivo, ovvero l’incontro tra i due leader. Nelle migliori delle attese, questo vertice avrebbe perciò dovuto dare vita ai primi passi di un processo incrementale verso almeno uno di questi obiettivi di lungo periodo: il disarmo nucleare, la normalizzazione dei rapporti bilaterali e la fine dello stato di guerra sulla penisola coreana. Ciò non è accaduto e i colloqui sono collassati di fronte all’impossibilità di trovare un compromesso sulla questione della rimozione delle sanzioni. Kim Jong-un si sarebbe reso disponibile a smantellare alcuni siti in cambio della revoca di tutte le misure che soprattutto a seguito della stretta operata a partire dal 2016 non hanno lasciato indenne alcun settore dell’economia nordcoreana.

Dopo Singapore, e adesso Hanoi, la sensazione è che si stia procedendo senza fretta verso la denuclearizzazione della penisola coreana. Stando sempre alle dichiarazioni di Trump, Kim Jong-un avrebbe illustrato delle visioni che continuano ad essere diverse dalle sue. C’era da aspettarselo?
Non era un esito difficile da prevedere se ci si attiene alle parole dei protagonisti. Non solo Kim Jong-un aveva espresso al presidente sudcoreano Moon l’intenzione di smantellare il sito di Yongbyon solo in cambio di “misure corrispondenti” da parte degli Stati Uniti, ma lo scorso gennaio Washington era stata poi messa in guardia dal regime attraverso gli organi di stampa ufficiali dalle “inevitabili conseguenze” che una strategia basata ancora sulle sanzioni e sulle pressioni avrebbe prodotto. Per il momento è ancora troppo presto per dare giudizi definitivi. Alla vigilia Pompeo aveva espresso la consapevolezza che a questo summit ne sarebbero seguiti necessariamente altri. Resta da vedere quando ciò si verificherà. Sicuramente avrebbe aiutato l’annuncio che da più parti era stato ipotizzato, dell’apertura di due uffici di collegamento, uno a Washington e l’altro a Pyongyang data l’assenza delle rispettive ambasciate, per facilitare l’operato dei negoziatori.

I tentativi di distensione tra Stati Uniti e Corea del Nord chiamano in causa, inevitabilmente, altri attori quali la Cina e la Corea del Sud. Quale ruolo avranno Pechino e Seoul, a questo punto, nel lungo e tortuoso processo di pace?
L’impossibilità statunitense di fare concessioni in termini di alleggerimento delle sanzioni complica notevolmente gli sforzi del presidente Moon Jae-in che ha investito tutto nella “risocializzazione” della Corea del Nord all’interno della comunità internazionale. Il rilancio del dialogo tra le due Coree negli ultimi dodici mesi ha viaggiato a velocità spedita, ma ora poco di più può essere fatto in assenza di progressi sul fronte della sicurezza sulla penisola coreana. Seoul aveva riposto molte aspettative nella buona riuscita di questo nuovo incontro tra Trump e Kim per far ripartire i programmi di cooperazione economica tra le due Coree attualmente impossibili da riattivare in quanto qualsiasi investimento sudcoreano al Nord, ad eccezione degli aiuti umanitari, costituirebbe una violazione delle sanzioni ONU.

E la Cina?
Negli ultimi mesi la leadership cinese era parsa più defilata rispetto al primo anno della presidenza Trump quando aveva deciso di attuare in maniera meno lasca le sanzioni Onu per poi allentare nuovamente la presa sull’economia del regime. Nonostante le apparenze, come ha riconosciuto Trump in conferenza stampa, questo attore non può non giocare un ruolo significativo dato che oltre il 90% del commercio estero di Pyongyang dipende dalla Cina. Kim Jong-un è riuscito nell’ultimo anno a ricomporre un rapporto con la leadership cinese sfilacciatosi a causa delle provocazioni, test nucleari e missilistici, che sono servite al leader nordcoreano per consolidare il suo controllo sul regime dopo l’improvviso avvicendamento ai vertici a seguito della morte del padre nel dicembre 2011. Questa nuova fase ha visto la Corea del Nord mantenere costante comunicazione con Pechino – il summit di Singapore era stato preceduto e seguito dalle visite di Kim al presidente cinese e proprio in queste ore emissari nordcoreani stanno riferendo a Pechino l’esito dei colloqui di Hanoi – che sostiene ufficialmente la via negoziale nel senso di un processo incrementale ‘step-by-step’ in quanto compatibile con il mantenimento della stabilità regionale, da sempre interesse strategico per i cinesi. Il ruolo di mediatore che Xi ha giocato resta una moneta di scambio cruciale di cui continuare a servirsi nell’ambito dei negoziati commerciali con Washington.

@fabiogermani

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Mobilità sostenibile: l’esempio di RomaTre https://www.t-mag.it/2018/12/11/mobilita-sostenibile-lesempio-di-romatre/ https://www.t-mag.it/2018/12/11/mobilita-sostenibile-lesempio-di-romatre/#respond Tue, 11 Dec 2018 12:08:15 +0000 https://www.t-mag.it/?p=134378 Analizzando l’ultimo Rapporto sulla Mobilità in Italia, realizzato da ISFORT – l’Istituto Superiore di Formazione e Ricerca per i Trasporti – in collaborazione con ASSTRA, ANAV e AGENS, si trovano parecchi dati interessanti. Uno tra questi riguarda la mobilità sostenibile: nel 2017 la percentuale di spostamenti compiuti a piedi o con bici e mezzi pubblici sul totale dei viaggi ha toccato il 37,9%. Nel 2015 era al 27,6%. Più in generale, lo studio osserva il consolidamento di una “svolta green”, in corso dagli anni della crisi economica: una quota crescente di italiani ha iniziato a ridurre l’utilizzo dell’automobile per una questione di risparmio. Oggi però, secondo Carlo Carminucci, direttore della ricerca ISFORT, il cambiamento sarebbe strutturale, dettato da nuove abitudini più radicate.

Nelle scelte che facciamo su come muoverci quotidianamente, «la forza dell’abitudine agisce come un freno», conferma a T-Mag Stefano Carrese, professore di Ingegneria dei Trasporti e delegato del Rettore dell’Università di Roma Tre, spiegando perché l’Ateneo romano ha deciso di lanciare #Mobilitré, una trasmissione dedicata alla mobilità sostenibile a Roma e nelle Università italiane, in onda tutti i mercoledì fino al 12 dicembre a partire dalle ore 14 sulle frequenze web di Roma Tre Radio.

«L’obiettivo – spiega Carrese – è stato quello di sensibilizzare l’opinione pubblica su quello che Roma Tre sta facendo. Ci siamo resi conto dell’importanza della comunicazione per incentivare la mobilità sostenibile. «Attraverso la comunicazione è possibile convincere le persone a cambiare le loro abitudini, abbracciando la mobilità sostenibile. Non si tratta soltanto di promuovere e offrire un servizio nuovo, tecnologico e a basso impatto ambientale. Bisogna fare uno sforzo anche per cambiare le abitudini delle persone. La forza dell’abitudine agisce come un freno. Ci vuole un’operazione psicologica e comportamentale».

#Mobilitré è soltanto una delle tante iniziative organizzate da Roma Tre per sensibilizzare gli studenti e la comunità dell’importanza della mobilità sostenibile: «La partnership con Enel è sicuramente tra quelle più rumorose mentre abbiamo introdotto la e-bike nel 2012. Ben sei anni fa, ormai», osserva il professore. «Per Roma Tre la mobilità sostenibile passa anche le convenzioni con le aziende dei trasporti pubblici e ferroviari. Una delle battaglie più importanti che abbiamo portato a termine è quella sulla norma INAIL casa-lavoro [dal 2016 gli infortuni in bicicletta negli spostamenti casa-lavoro saranno sempre riconosciuti dall’INAIL come infortuni in itinere, ndr]. Un’altra è quella del mobility manager scolastico. Una delle battaglie che stiamo combattendo adesso, invece, riguarda il diritto al trasporto pubblico per gli studenti universitari: crediamo che una volta iscritto all’Università, lo studente abbia diritto ad un abbonamento per il trasporto pubblico gratuito. Di esempi non ne mancano: dall’anno accademico 2018-2019, l’Università di Catania è stata la prima a farlo, garantendo un servizio gratuito di trasporto pubblico locale su gomma e su ferro a tutti gli iscritti all’Ateneo, senza distinzioni di categorie di aventi diritto. La Università Luigi Vanvitelli, conosciuta anche come la Seconda Università di Napoli, ha avviato un servizio di bus che sta riscuotendo un buon successo tra gli studenti».

Gli iscritti a Roma Tre, invece, come “reagiscono” alle iniziative della loro università? «La mobilità sostenibile è molto diffusa tra gli studenti di Roma Tre. Rispondono bene e velocemente alle nostre iniziative come #Mobilitré. Finora abbiamo registrato cinque puntate, l’ultima è in programma mercoledì prossimo. Nel corso delle trasmissioni abbiamo affrontato temi diversi. Nell’ultima puntata abbiamo ospitato l’ingegnere Luca Avarello di Roma Servizi per la Mobilità che ci ha illustrato il nuovo piano dei bus turistici».

Le Istituzioni si dimostrano sensibili al tema della mobilità sostenibile? «Sì, moltissimo», la risposta del professor Carrese. «In questo momento abbiamo un canale privilegiato con le agenzie Roma Servizi mobilità e con le altre due, grandi università pubbliche romane: La Sapienza e Tor Vergata. L’attuale amministrazione capitolina è molto interessata a spingere la mobilità sostenibile, partendo anche dagli studenti per lanciare dei progetti pilota da estendere al resto della popolazione».

Clicca qui per poter ascoltare le puntate di #Mobilitré andate in onda su Roma Tre Radio.

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Never tee Stop, nuova frontiera della moda e dello smart working https://www.t-mag.it/2018/08/10/never-tee-stop-nuova-frontiera-della-moda-e-dello-smart-working/ https://www.t-mag.it/2018/08/10/never-tee-stop-nuova-frontiera-della-moda-e-dello-smart-working/#respond Fri, 10 Aug 2018 07:30:27 +0000 https://www.t-mag.it/?p=131441 Non chiamatelo social network, sarebbe riduttivo. Never tee Stop è piuttosto un Social Fashion Lab, una piattaforma interattiva dedicata al mondo della moda, dove designer, stylist, fotografi, influencer e altre figure professionali possono mettersi in contatto, condividere e creare progetti o collezioni. Alla piattaforma – che già può vantare il coinvolgimento di numerose accademie sparse per l’intero territorio nazionale – si accede gratuitamente e una volta dentro è possibile interagire con gli altri utenti e dare consistenza alle proprie idee, partecipare alle call e promuovere le capsule collection. L’obiettivo è fornire agli iscritti gli strumenti per lavorare a distanza, in quella che potremmo definire un’innovativa forma di smart working. Juriy Villanova, ventisettenne nato e cresciuto nell’agro pontino, fondatore della piattaforma, considera quest’ultimo aspetto il valore aggiunto di Never tee Stop. Villanova ha potuto contare sull’esperienza maturata in un’azienda serigrafica, che poi lo ha aiutato nel lancio del suo progetto. «Sono sempre stato affascinato dal mondo della grafica, è il mio lavoro. Inoltre un mio grande hobby è la fotografia, specialmente quella legata al settore della moda», racconta il giovane startupper a T-Mag. «Lavorando in un’azienda serigrafica ho cominciato a capire il processo di personalizzazione di capi. Quello della serigrafia è un ambiente molto giovane e tanti ragazzi, provenienti dalle accademie, entravano in azienda per creare i propri brand di t-shirt o di costumi. È a quel punto che mi sono accorto della necessità di definire un percorso talvolta complesso, che può andare dall’anticipo dei soldi per avviare una piccola produzione alla sponsorizzazione del capo, la messa in vendita e soprattutto la distribuzione, progetti che iniziavano e finivano nel giro di una sola stagione. Siccome i casi di successo erano davvero pochi – ricorda Villanova –, mi sono messo a ragionare se fosse un problema solo locale o più ampio. Di qui l’idea di collegare tutte le fasi produttive in un’unica piattaforma». Così è nata Never tee Stop, un’azienda che non ha particolari pretese se non quella di proporre ai creativi un approccio diverso, un nuovo placement nel mondo del lavoro in quello che è un ambito estremamente competitivo e spesso di difficile accesso, nonostante gli anni di studio e le competenze accumulate.

Smart working, interazione e scambio di idee tra persone che parlano la stessa lingua. E ancora: il superamento dei più classici siti di e-commerce o marketplace. Tutto questo dà quasi l’idea di essere un incubatore di impresa, seppure viruale. Quali sono, dunque, i vantaggi per i creativi che decidono di realizzare i loro prodotti tramite Never tee Stop?
Noi puntiamo sull’individuo, sull’utente stesso. È nostra prerogativa dare risalto alla persona, al fashion designer, stylist, fotografo, o influencer, allo scopo di creare una community di addetti ai lavori. Non miriamo necessariamente ad un progetto che sia di lungo termine, ma soprattutto cerchiamo di agevolare gli utenti nella realizzazione delle caspsule collection, quindi di metterli nella migliore condizione lavorativa per la creazione di un progetto in un dato momento. Never tee Stop, di suo, non sarà mai un brand, è una piattaforma che interagisce con gli utenti – come è nel caso del magazine integrato (NtS MAGazine, ndr) – per cercare di avvicinarli al mondo del lavoro, in forma di smart working.

Rispetto alle capsule collection e ai prodotti venduti, quali sono i margini di guadagno per la piattaforma?
Sviluppiamo contratti di prevendita con tutte le varie figure professionali che prevedono percentuali del 15-20%, in linea con i grandi brand che stanno adottando il modello delle capsule collection. Noi cerchiamo di studiare le diverse situazioni prima del lancio, lo scopo è formare utenti consapevoli e autonomi, così da poter realizzare prodotti ad hoc secondo il target, il prezzo e tutte le variabili che possono entrare in gioco.

Facciamo un passo indietro. Interessante il modello dello smart working che in Never tee Stop viene applicato in modo innovativo.
A mio avviso lo smart working rappresenta un enorme valore aggiunto per il mondo del lavoro in generale. Dal punto di vista di Never tee Stop significa offrire all’utente o al collaboratore diverse possibilità di interfacciarsi con un’azienda nel momento stesso in cui entra nella piattaforma. Un valore, appunto, che dà libertà di espressione da un punto di vista creativo. L’idea è mettere gli utenti a proprio agio e non inquadrarli, nella maniera più assoluta, nelle canoniche otto ore lavorative, magari con l’esigenza di avere un ufficio. Sicuramente è una modalità lavorativa che si addice al settore e che spero sia utile soprattutto in questa prima fase del progetto.

Esistono competitor di Never tee Stop?
Competitor veri e propri non direi, esistono piattaforme più smart in cui gli utenti possono proporre una grafica e altri possono acquistare una maglietta o una felpa con quella grafica. Ma se andiamo in uno qualsiasi di questi store, troveremo una vetrina con 8.000-9.000 grafiche. Questo vuol dire che l’utente che ha creato una grafica si troverà in competizione con tanti altri come lui ed è difficile guadagnare su una tale mole di lavoro. Il nostro store prevede invece 60-80 capi diversi ogni 60 giorni: per ogni capsule collection è come se entrassimo in un negozio fisico.

In cosa il progetto andrà rafforzato?
Obiettivo a breve termine è avvicinare l’esperienza dello smart working in modo fisico. Sembra un controsenso, è vero, però creare piccoli hub nelle città italiane, dove un ragazzo può entrare in azienda e avvicinarsi al lavoro, può migliorare il rapporto digitale-materiale. Ritengo che questo modello possa funzionare perché si ha la possibilità di provare a introdurre nuove tecniche di produzione a costo zero. Il giovane creativo può così muovere i primi passi, davvero, in questo settore e sviluppare una propria identità. Dietro un prodotto c’è il suo creatore ed è importante saperlo individuare.

Il mondo del lavoro sta cambiando, ormai si parla sempre più frequentemente di automazione dei processi produttivi. Con Industria 4.0, ad esempio, si sta tentando di promuovere, tra le altre cose, un più proficuo dialogo tra università e imprese. In definitiva il percorso di Never tee Stop non sembra tanto diverso. Come hanno accolto il progetto le accademie di moda?
Potrà suonare quasi paradossale, ma non ho mai voluto cavalcare un certo tipo di retorica, di solito negativa. La mia volontà era quella di destrutturare delle regole che esistono e che sono dure a morire. Ho cercato di rendere tutto questo un valore aggiunto, promuovendo un placement innovativo. Ci affianchiamo alla preparazione accademica per coinvolgere le persone che vogliono mettere in pratica tutto ciò per cui hanno studiato. Ad oggi posso dire che le accademie hanno risposto positivamente, copriamo l’80% del territorio nazionale e vogliamo ampliare la nostra rete.

Reazioni da parte degli studenti, o comunque dei creativi in erba?
Abbiamo riscontrato molto entusiasmo attorno al progetto, anche se non sempre è facile far capire ai ragazzi che esiste una realtà nuova, perché non si tratta di un’azienda che sta assumendo, ma che vuole dare delle opportunità. A volte non credono all’importanza che avranno nei loro stessi progetti, a partire ad esempio dalle etichette con il nome di chi ha contribuito alla realizzazione di quel capo o prodotto. E non ci credono a causa di alcune prassi consolidate, la grande industria della moda – che è tre le prime al mondo – tende a “coprire” i nomi dei creativi perché in questo senso deve rispettare determinate esigenze. Mettere in primo piano il nome, la faccia, la storia dell’utente viene percepito come un sogno quasi irrealizzabile, soprattutto se si è alle prime armi. Ma è questo che noi vogliamo realizzare e adesso, nel periodo estivo, concluderemo i workshop mentre a settembre partiremo con le call con i ragazzi che abbiamo incontrato e che hanno voluto partecipare al progetto.

GALASSIA LAVORO

@fabiogermani

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Il lavoro che cambia. «La sfida è sostenere le persone più a rischio» https://www.t-mag.it/2018/02/22/il-lavoro-che-cambia-la-sfida-e-sostenere-le-persone-piu-a-rischio/ https://www.t-mag.it/2018/02/22/il-lavoro-che-cambia-la-sfida-e-sostenere-le-persone-piu-a-rischio/#respond Thu, 22 Feb 2018 13:38:23 +0000 https://www.t-mag.it/?p=127469 Il mercato del lavoro italiano ha registrato dei progressi, ma dal solo punto di vista quantitativo. Il lavoro aggiuntivo osservato negli ultimi mesi è “povero”: stipendi bassi, occupazione perlopiù a termine, scarsa qualità. E c’è dell’altro: nel dibattito non vengono affrontati mai abbastanza temi quali l’automazione e l’ingresso nelle fabbriche e negli uffici delle intelligenze artificiali. Quale futuro per le attività lavorative? Che fine faranno i lavoratori che hanno più da perdere nell’attuale fase di transizione? Argomenti che hanno poco impegnato la campagna elettorale. In compenso T-Mag ne ha discusso con Emmanuele Pavolini, professore in Sociologia dei processi economici e del lavoro all’Università degli Studi di Macerata. «Negli ultimi 25 anni – osserva il professore – abbiamo cercato di trasformare il mercato del lavoro senza renderci conto che una trasformazione in positivo dipende dal fatto che non si cambia soltanto un mattone del muro, ma si deve intervenire per mettere a posto tutti gli altri mattoni, altrimenti si creano dei buchi».

Gli ultimi dati Istat sul lavoro fanno riemergere un’annosa questione: è meglio averlo un lavoro, anche se precario, o servono maggiori sforzi al fine di armonizzare quantità e qualità?
In assenza di alternative sicuramente è meglio averlo un lavoro, anche se precario. Semmai il problema principale che si pone, non solo da noi, ma in Italia in particolare, è il rischio di restare intrappolati nei lavori precari. Quella che era la speranza fino a qualche anno fa, e cioè che il precariato fosse un trampolino di lancio per un lavoro successivamente più stabile, purtroppo non si è poi concretizzata. Essere precari oggi è un indicatore di una condizione analoga domani. Dunque, se l’alternativa è essere precari o disoccupati, è chiaro che la prima è la migliore. Non solo perché almeno si ha un reddito, ma soprattutto perché si resta attivi sul mercato del lavoro. Incentivi e vincoli alle imprese sul reiterato uso di contratti precari o flessibili di varia natura possono essere una soluzione. Al riguardo è opportuna però una riflessione. Sappiamo che in alcuni paesi si verifica una sorta di trade-off, di scambio: se vengono imposte alle imprese regole troppo strette per spingerle ad assumere a tempo indeterminato allora si avranno tassi di disoccupazione più alti. Si deve capire se è più opportuno abbassare la disoccupazione favorendo un po’ il precariato, oppure disincentivare l’utilizzo di contratti di quel tipo. Paesi come quelli scandinavi sono riusciti a contenere il fenomeno del precariato, in altri si registrano – appunto – tassi di disoccupazione più alti: o hai un lavoro stabile o sei disoccupato. Non c’è una regola valida ovunque. Vorrei però far emergere un elemento che spesso sfugge in questa discussione…

Prego.
Quando noi parliamo di lavoro instabile, pensiamo che corrisponda necessariamente solo ai lavori a termine. Bisogna tener presente che nella normativa italiana per le imprese sotto i 15 addetti, in cui è occupata una mole consistente di lavoratori, la possibilità che il datore possa mandarti a casa nonostante il tempo indeterminato è relativamente alta. Anche pima del Jobs Act, nelle piccole imprese, i tempi indeterminati non coprivano allo stesso modo delle medie e grandi imprese i lavoratori dal rischio di perdere il posto. C’è tutto un mondo in cui stanno – e stavano già in passato – più della metà dei lavoratori italiani. È chiaro che psicologicamente, per le persone, c’è una sostanziale differenza. Ad ogni modo sono fenomeni strutturali della nostra economia che non si possono far risalire alle ultime regolazioni.

A cosa è dovuto il recente “boom” di posti di lavoro a termine? Potrebbe essere riduttivo associare il trend alla diminuzione/fine degli incentivi introdotti nel 2015, oppure la questione è tutta qui?
Non è stato solo questo, anche se in parte spiega cosa è successo. Gli incentivi hanno spinto tutti quegli imprenditori che volevano fare un tempo indeterminato a farlo, accelerando inoltre i tempi sulle trasformazioni dei contratti, ora speriamo che la ripresa sia d’aiuto. Ma c’è da osservare, ancora una volta, un elemento di fondo strutturale: ci sono settori dell’economia in cui la competitività delle imprese è strettamente legata al costo del lavoro. Servizi di consumo, bar e ristoranti, una parte del commercio: imprese che tendono a ridurre quanto più possibile il costo del lavoro per essere competitive e stare sul mercato. Se noi creiamo sempre più posti in settori a bassa produttività, come tipicamente lo sono il commercio e il turismo, settori che peraltro assorbono molta forza lavoro giovanile, una delle strategie per mantenere i prezzi bassi o in linea con la concorrenza è proprio ridurre il costo del lavoro. Di conseguenza il ricorso, anche indiretto, a forme non standard dei contratti gioca un ruolo importante.

Le donne sono spesso svantaggiate nel mercato del lavoro. C’è stato un recupero dei livelli occupazionali negli ultimi anni, ma il divario con la componente maschile resta ampio. Come se ne esce?
Analizzando la partecipazione delle donne al mercato del lavoro per livello di istruzione si scopre che tra le laureate non c’è molta differenza tra l’Italia e i paesi del centro-nord Europa, in altre parole le laureate si comportano nella stessa maniera, in gran parte stanno sul mercato del lavoro. Le differenze si fanno sentire di più tra le diplomate, mentre diventa una voragine il gap che si osserva tra le donne a bassa istruzione. Servono politiche differenziate perché il dilemma, tra le donne laureate, non è “lavoro o non lavoro”, bensì “faccio figli o non faccio figli”. Quindi il mancato supporto alle donne laureate non lo si vede tanto in termini di partecipazione quanto in termini di tasso di natalità, brutalizzando un po’ la questione. Per le donne a bassa istruzione, invece, avviene il contrario: spesso entrano giovani nel mercato del lavoro e ne escono alla nascita del primo figlio, figuriamoci del secondo. La situazione può essere migliorata soltanto se si cominciano a fare politiche di conciliazione in maniera molto più robusta delle attuali. Siamo il fanalino di coda tra i principali paesi europei per spesa ed interventi per politiche di conciliazione, che significa asili nido e servizi a costi accessibili. Inoltre abbiamo il doppio mix di pochi posti disponibili nei nidi e un carico non indifferente sulle famiglie. Non possiamo immaginare altri tipi di soluzione.

Al di là delle difficoltà legate ad una ripresa economica che appare ancora fragile, è vero anche che il mondo del lavoro sta cambiando: automazione dei processi produttivi, impiego di robot e intelligenze artificiali nelle fabbriche e negli uffici sono realtà che ormai cominciano ad essere consolidate. A quanti manifestano preoccupazioni, cosa si può rispondere?
Non c’è una risposta univoca. Noi abbiamo due scenari. Il primo ci dice che robot e altri processi di digitalizzaione porteranno via il lavoro ovunque, dagli ingegneri ai lavoratori manuali. Personalmente ritengo questa prospettiva fin troppo pessimistica. La seconda teoria è secondo me la più appropriata e spiega molto di quello che sta succedendo socialmente e politicamente in diversi paesi occidentali: le trasformazioni tecnologiche sostituiscono oggi in maniera crescente i lavori manuali o impiegatizi di tipo ripetitivo. Che sono tipicamente i lavori operai da catena di montaggio e gli impiegatizi a minore valore aggiunto. Quello che osserviamo da 15 anni, e che con ogni probabilità proseguirà nel tempo, è la diminuzione di un segmento specifico del mercato del lavoro, mentre nei servizi si nota meno la robotizzazione, ad esempio nelle professioni di assistenza alle persone in cui l’interazione è un aspetto fondamentale. Dove diminuisce l’occupazione una parte degli operai potrà riqualificarsi, diventando tecnici e migliorando salari e condizioni di lavoro, ma l’altra parte verrà espulsa dal processo produttivo.

Dunque che si fa?
Quando le nostre imprese licenziano si tende a pensare subito che abbiano spostato la produzione altrove, e in alcuni casi è vero: chi investe in tecnologia può decidere di abbassare il costo del lavoro delocalizzando. Ma in molti altri casi lo fanno semplicemente perché, grazie alla tecnologia, hanno meno bisogno dei lavoratori semiqualificati. La nostra grande sfida è perciò sostenere la qualità della vita delle persone più a rischio, spesso capifamiglia. Ed è qui che si concentra lo stress. Non a caso il successo dei partiti anti-sistema in molti paesi deriva anche dal disagio che coinvolge i lavoratori che non si sentono evidentemente al sicuro, a causa dell’impiego di tecnologia o della delocalizzazione. Non è la prima volta che la tecnologia muta il lavoro, anche negli anni ’80 ci sono stati profondi cambiamenti, ma potevamo contare sul prepensionamento. Oggi non è più possibile per vincoli di bilancio, addirittura abbiamo alzato l’età pensionabile, un tassello che è sconsigliabile andare a rivedere. Però il problema reale si pone. Pensiamo a un 52enne che perde il lavoro, che non riesce a trovarne un altro e che non può andare in pensione. O si cominciano a fare politiche di formazione professionale, di reinserimento e di sostegno al reddito o corriamo il rischio di avere un numero sempre più alto di persone arrabbiate perché hanno perso il lavoro o molto preoccupate perché lo stanno perdendo.

Strumenti come il sistema duale, l’alternanza scuola-lavoro, possono essere un buon auspicio per la maggiore occupabilità dei nostri giovani? I casi di successo in Germania o nei paesi del nord Europa farebbero ben sperare…
Io all’alternanza scuola-lavoro ci credo e ritengo che sia importante. Tuttavia c’è sempre una questione che non viene capita sul modello tedesco. Il modello tedesco, per funzionare, ha bisogno di alcuni pre-requisiti e il primo è che ci sia un numero sufficientemente ampio di imprese di medie e grandi dimensioni che può investire sulla crescita dei ragazzi che vanno a fare i percorsi di alternanza. Nel modello tedesco, infatti, le aziende sostengono in maniera forte i costi di formazione dei ragazzi-studenti alle prese con il praticantato. Insomma, pur essendo un fautore dello strumento, mi rendo conto che in Italia c’è un limite dimensionale delle imprese che non possono economicamente sostenere quei costi. Richiedere da un lato una maggiore integrazione scuola-mercato del lavoro, ma dall’altro non mettere i soldi, che poi è il modello all’italiana, chiaramente non lo rende funzionale come in Germania. Non abbiamo una struttura produttiva adeguata per proporre il modello tedesco, diciamo così, “puro”, che invece apprezzo molto.

Storicamente, in campagna elettorale, il lavoro è uno dei temi centrali. Eppure rimane il sospetto che ancora oggi, come nel recente passato, non si dia il giusto peso ai mutamenti che pure stiamo osservando. Ci stiamo muovendo in una direzione di sviluppo – penso al Piano Industria 4.0 da poco declinato in Impresa 4.0 –, ma meno dibattuto è il tema dei diritti e delle opportunità per i lavoratori nel “nuovo” contesto sociale ed economico. La fase di trasformazione che tutti descrivono, non implica, ad esempio, la necessità di un’evoluzione dei sistemi di welfare e delle relazioni industriali?
Negli ultimi 25 anni abbiamo cercato di trasformare il mercato del lavoro senza renderci conto allo stesso tempo che una trasformazione in positivo dipende dal fatto che non si cambia soltanto un mattone del muro, ma si deve intervenire per mettere a posto tutti gli altri mattoni, altrimenti si creano dei buchi. Va benissimo sostenere processi come Industria 4.0, va benissimo implementare nuove regole di funzionamento del mercato del lavoro, ma se tutto ciò non viene accompagnato da adeguati strumenti di welfare, di sostegno ai redditi di chi nella transizione ci perde e di servizi – di nuovo: per le politiche attive e per la conciliazione – che aiutino i lavoratori e le lavoratrici a riadattarsi, allora è un problema. Ma di welfare si continua a discutere secondo le priorità di trent’anni fa, mentre le innovazioni e le regole vanno in una direzione opposta. Così facendo si allarga il gap tra i nuovi bisogni e la capacità effettiva del nostro welfare di coprire quei buchi lì. Per non parlare del problema, drammatico, dei lavoratori poveri, cioè gente che pur lavorando ha un reddito familiare sotto la linea della povertà.

@fabiogermani

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Le campagne elettorali spiegate ai cittadini https://www.t-mag.it/2018/02/02/le-campagne-elettorali-spiegate-ai-cittadini/ https://www.t-mag.it/2018/02/02/le-campagne-elettorali-spiegate-ai-cittadini/#comments Fri, 02 Feb 2018 14:19:25 +0000 https://www.t-mag.it/?p=127006 «Più posti di lavoro»; «ridurremo le tasse»; «abbatteremo il debito pubblico», quando va bene. Altre volte se ne sentono di incredibili, eccessi voluti per coinvolgere maggiormente l’elettorato di riferimento o convincere gli indecisi. In campagna elettorale va così, si promette un po’ di tutto. E come si comportano i cittadini dinanzi alla mole di informazioni che più che in altri periodi si vedono costretti ad assimilare? È un tema interessante perché si colloca, al di là della più stretta attualità, nel dibattito sulla post-verità e sulle fake news che da qualche tempo a questa parte tanto piace ai media e agli esperti di strategie comunicative. T-Mag ne ha voluto parlare con Nicoletta Cavazza, professoressa di Psicologia sociale all’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia e autrice di Comunicazione e persuasione. L’abilità di convincere e di resistere (Il Mulino, 2017). Per prima cosa, suggerisce la professoressa, bisogna utilizzare i termini nel giusto modo: «La persuasione non è necessariamente manipolazione». In secondo luogo la conversazione è utile per disinnescare alcuni falsi miti dei nostri giorni. A cominciare dalla polarizzazione politica, dato che «l’offerta di oggi è molto meno distinguibile» rispetto al passato. E quella che percepiamo online, a volte addirittura in maniera feroce, ha in verità un’incidenza ridotta: «Le ricerche – spiega Cavazza a T-Mag – hanno mostrato che l’influenza dell’uso dei social media sul comportamento politico dei cittadini, in particolare sulla loro partecipazione, è sicuramente minore di quanto si tenda comunemente a pensare».

Nel suo libro scrive: «La persuasione non è necessariamente manipolazione, perché l’influenza è la sostanza di cui si nutre la nostra vita sociale». Come fa notare, ciò vale nelle diverse sfere del quotidiano, ad esempio nelle relazioni sociali con parenti o amici, non solo per i messaggi della pubblicità o della politica…
La frase che lei cita significa che ciascuno di noi isolato dagli altri non sarebbe sicuro della bontà delle proprie opinioni. Noi ci confrontiamo con gli altri sulle questioni socialmente rilevanti, discutiamo e facendolo forgiamo le nostre posizioni. Non vuol dire che le cambiamo radicalmente, ma le mettiamo a punto e ci sentiamo così più sicuri. Questo è un processo bidirezionale, cioè l’influenza può essere reciproca.

Quando la persuasione può trasformarsi in manipolazione?
La persuasione diventa manipolazione quando innanzitutto l’intenzione di persuadere è occultata al ricevente, quando lo si fa con argomenti che si sanno falsi, o quando è finalizzata a ottenere da questo una decisione o un comportamento contro la propria volontà. Per questo nella comunicazione politica non si può parlare di manipolazione più che in altri ambiti se i messaggi restano nella sfera di ciò che è legale. Nel periodo della campagna elettorale i cittadini sanno bene di essere bersaglio di tentativi di persuasione, per cui qualsiasi discorso, interpretazione politica, promessa, può essere facilmente inquadrata come finalizzata ad ottenere consenso. Forse si potrebbe parlare di un certo grado di manipolazione quando, per esempio, si esagerano intenzionalmente i termini di un problema per rendere urgente la propria soluzione agli occhi dei cittadini. Ogni parte politica ha dei temi che sono, diciamo così, dei cavalli di battaglia – la sicurezza, l’abbassamento delle tasse, la limitazione dell’immigrazione, la riduzione della disoccupazione –, ciascun partito tende a rendere saliente la gravità di quei problemi agli occhi dei cittadini per rendere le proprie proposte di soluzione gli “ingredienti” principali della decisione di voto. Ma più che di manipolazione, in questo caso parlerei di strumentalizzazioni. Diventa manipolazione quando si insinuano falsi sospetti o si usano dati di realtà distorti intenzionalmente.

In una fase come quella attuale, in cui si osserva un certo grado di polarizzazione, le promesse elettorali sono particolarmente altisonanti ancorché di difficile realizzazione. Eppure chi si dice convinto di qualcosa mantiene la propria posizione ferma e sembra non preoccuparsi troppo delle inesattezze o delle bugie che vengono raccontate. Perché?
Intanto non sono sicura che siamo di fronte a polarizzazione, né delle proposte, né delle posizioni della maggioranza dei cittadini. Il superamento delle ideologie, che radicavano in passato delle proposte politiche funzionali a visioni del mondo davvero diverse, ha finito per far rendere l’offerta politica di oggi molto meno distinguibile, dunque meno polarizzata. L’idea che “si vince al centro” è sempre molto in voga fra i politici, anche se spesso si è dimostrato falso. Anche per i cittadini, il venir meno dell’ancoraggio ideologico ha indebolito le identificazioni di partito, che un tempo tendevano a rimanere stabili nel corso della vita e animavano discussioni molto accese. La separazione identitaria fra comunisti e democristiani di un tempo non è certo la stessa oggi, e nessuno trova molto strano che ci siano persone che possono aver votato sia per Berlusconi che per Renzi.
Un discorso diverso, invece, vale per «chi si dice convinto di qualcosa»: quando le persone formulano un orientamento poi desiderano mantenerlo. Gli psicologi parlano di bias di conferma, cioè ciascuno di noi preferisce confermare anziché rimettere in discussione le proprie valutazioni. Per farlo cerchiamo di non incontrare o non fare attenzione a informazioni che sono in contraddizione con le nostre opinioni e credenze. Ecco perché non prestiamo attenzione alle inesattezze e diamo credito a ciò che dicono i politici verso i quali siamo orientati positivamente, e lo facciamo leggendo i giornali o guardando le trasmissioni che hanno orientamenti simili ai nostri.

Restando fedeli – almeno ci proviamo – all’approccio della social cognition, quali sono i processi, o più semplicemente gli input, che contano maggiormente per le persone nell’elaborazione della mole di informazioni che hanno a disposizione durante una campagna elettorale?
Nel determinare quali sono gli “ingredienti” più pesanti della decisione di voto, i media hanno un grande ruolo. Più spazio viene accordato ad una questione sociale più questa questione diventerà uno dei o il criterio più importante su cui si giocano queste decisioni. Oggi sicuramente il tema dominante è quello dell’immigrazione perché nel nostro paese questo fenomeno è cresciuto in un modo rapidissimo e spesso drammatico, catalizzando l’attenzione dei media e degli spettatori. Al di là di questo, l’interesse personale è una dimensione saliente per quasi tutti, quindi il tema delle tasse diventa sempre particolarmente appealing, ed è anche la ragione per la quale le sorprese in questo campo a volte vengono lanciate all’ultimo momento, quando anche gli elettori meno interessati alla politica sentono l’urgenza di stringere una decisione. Gli “effetti speciali” invece hanno meno presa sui cittadini più interessati alla politica perché di norma questi hanno orientamenti stabili e valoriali meno legati alle opinioni del momento.

L’esperienza dei social appare come uno “stravolgimento” delle “euristiche”. Basta poco: un link che diventa virale, una vecchia bufala che torna di moda, un concetto ad uso e consumo per attaccare la posizione altrui. Insomma alcune argomentazioni, per quanto sostenute da esperti, trovano dei muri invalicabili in quote importanti della popolazione, in questo modo diventano convinzioni approcci ad un determinato tema – prendiamo quello dei vaccini – su basi tutt’altro che scientifiche o che sono difficilmente dimostrabili. Come si può spiegare questo fenomeno?
L’esperienza della rete e dei social in realtà ha reso le euristiche – scorciatoie di valutazione – sempre più necessarie per orientarsi in una selva di informazioni nella quale non sapremmo altrimenti districarci. Poi ciascuno consolida le proprie euristiche. Di per sé l’euristica dell’esperto è sicuramente molto utilizzata quando le persone sono poco competenti nella materia. Per esempio: se non ho studiato medicina, mi fido di un medico con buona reputazione. Però l’expertise di una fonte non è una caratteristica oggettiva, è un attributo che viene riconosciuto a qualcuno da qualcuno. Anche se una persona ha tutti i “crismi” formali per essere un esperto – ha fatto tante ricerche, ha tante pubblicazioni, ha un ruolo importante in un centro di ricerca molto reputato –, può non essere reputato esperto da chi sospetta che abbia buone ragioni per non dire la verità, il classico argomento che riguarda “chi ha finanziato la ricerca?”, “ha interesse a dire che un certo problema non è poi così grave?”. Oltre al fatto che al di fuori della comunità scientifica, l’opinione pubblica non sa distinguere i segnali della reputazione di uno scienziato, dalla serietà e il prestigio delle riviste scientifiche alle altre pubblicazioni. Allora si usano anche altri segnali di expertise, quindi se l’informazione proviene da una fonte – giornale, sito, blog – che valuto come affidabile.

Spesso si parla di quanto la Rete abbia modificato il modo di fare le campagne elettorali e le percezioni dei cittadini. Eppure, dati alla mano (Istat, Censis…), la tv ha ancora oggi un peso enorme rispetto a tutti gli altri media. Quanto gli strumenti utilizzati incidono sull’opinione di un individuo? In altre parole può (anche) il mezzo contribuire a rafforzare un’idea, crearne di nuove o smontare precedenti convinzioni? E in che modo?
Dai dati che abbiamo ad oggi, in Italia così come negli Stati Uniti, la rivoluzione digitale della comunicazione politica sembra ancora lontana e la televisione è ancora il mezzo più usato dalle persone per informarsi e farsi delle opinioni. Le ricerche hanno mostrato che l’influenza dell’uso dei social media sul comportamento politico dei cittadini, in particolare sulla loro partecipazione, è sicuramente minore di quanto si tenda comunemente a pensare. Sul piano più generale, i nuovi mezzi di comunicazione hanno soprattutto “disintermediato” la comunicazione fra elettori e politici e indebolito il ruolo dei cosiddetti corpi intermedi, partiti, sindacati, associazioni. In più la comunicazione diretta fra i candidati e gli elettori attraverso la rete ha costi minori rispetto ai mezzi tradizionali (spot televisivi, cartelloni stradali…), ed è anche per questo vincolo strutturale che i nuovi mezzi vengono tanto utilizzati. Però richiede anche l’intenzione da parte degli elettori di esporsi a queste comunicazioni, non ci si imbattono per caso, e di prestarvi attenzione: leggere i post di un blog è più impegnativo che seguire un dibattito alla tv mentre si cucina. Questo ha influenzato lo stile comunicativo dei politici e ha reso il linguaggio più semplice, sintetico, informale, a volte perfino più volgare, per aumentare la probabilità di catturare l’attenzione e avvicinare gli elettori.

Alcuni colossi della comunicazione – Facebook su tutti – stanno mettendo in pratica misure per contrastare le fake news. Esiste un problema reale in questo senso o, a suo avviso, il dibattitto in materia è sproporzionato? Quale meccanismo scatta nelle persone per cui eventuali fake news hanno una maggiore presa rispetto ai dati di fatto?
A mio avviso il problema non è quello della quantità di fake news che circolano. Il vero problema è che il sospetto che le notizie in rete possano essere false, anziché motivare le persone ad impegnarsi a distinguere, le spinge a lasciare perdere e non prestare molta attenzione a qualsiasi notizia. Noi lo abbiamo studiato a proposito delle recensioni false, che sono sempre informazioni in rete quindi il processo non è molto diverso da quello che si attiva rispetto ad altre: quando le persone che leggono informazioni in rete hanno il sospetto che qualcosa possa essere falso rinunciano a leggere dopo poche parole. Questo però non impedisce loro di farsi un’opinione, solo che sarà un’opinione molto più superficiale, meno fondata.

@fabiogermani

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Le elezioni? «Si vincono o si perdono con le emozioni» https://www.t-mag.it/2018/01/18/le-elezioni-si-vincono-o-si-perdono-con-le-emozioni/ https://www.t-mag.it/2018/01/18/le-elezioni-si-vincono-o-si-perdono-con-le-emozioni/#respond Thu, 18 Jan 2018 09:47:45 +0000 https://www.t-mag.it/?p=126565 Giuseppe Musmarra è tra le persone che oggi in Italia riesce a produrre contenuti politici di maggiore efficacia su Facebook. Giornalista di lungo corso, ha lavorato in vari quotidiani e agenzie di stampa. Scrittore, poeta, blogger di Huffington, dove si occupa con vasto seguito di analisi politica indipendente, è stato tra i pochi – si ricorderanno i pronostici sballati ancora a poche ore dal voto statunitense del 2016 – a prevedere l’elezione di Donald Trump. Il suo linguaggio nella comunicazione politica è innovativo e tra i più originali nel produrre interazioni, emozioni, coinvolgimento, consenso. Ha, per scelta, un approccio ai social atipico, distante dai tecnicismi di cui diffida. Per la seconda volta, dopo qualche anno, T-Mag ha deciso di scambiare qualche parola con lui in occasione della imminente campagna elettorale, per parlare del suo lavoro e fare il punto su una questione sempre attuale, ormai da diverso tempo: quanti voti riesce a spostare una campagna (di qualità) condotta online?

L’algoritmo di Facebook sembra essere diventato il nemico quotidiano da battere per chi fa comunicazione social. Vale anche per lei?
Figuriamoci se so cosa è un algoritmo, se non so nemmeno avvitare una lampadina. Vedo tra l’altro tante società di comunicazione integrata che propongono prodotti di assoluto livello. Io mi occupo solo di contenuti, di coinvolgimento, e diffido per istinto della forma senza sostanza. Vicino casa c’è una pasticceria che produce dolci troppo belli per essere veri. Ma un dolce può permettersi di essere sfacciatamente bello solo se è buonissimo. Se è bellissimo e poi come gusto normale, a me diventa antipatico. Preferisco a quel punto la brutalità della pura sostanza. Questo per dire che tante pagine Facebook sono patinate ma frigide, ben confezionate ma non empatiche, prive quindi di qualsiasi impatto, di qualsiasi utilità.

Come si veicola un personaggio? Come si imposta una campagna?
Per il tipo di approccio che ho io, metodologicamente non convenzionale, si imposta soprattutto cercando di cogliere i bisogni emotivi dell’universo elettorale di riferimento. Si imposta mentendo il meno possibile e prestando più attenzione possibile alle persone. Vanno bene le rughe, le imperfezioni, gli errori e anche i refusi, che considero di tanto in tanto anzi indispensabili. Il nemico è la perfezione apparente, perché produce freddezza. Va benissimo il dubbio, anche lo sporadico sconforto, va male la boria, la presunzione. Bisogna poi evitare la fidelizzazione politica. Molti miei colleghi finiscono col fare il tifo ideologicamente per il cliente che in quel momento seguono. Lavori per Renzi? Allora scrivi quanto è bravo Renzi e quanto sono incapaci gli altri. Lavori per Salvini? Allora scrivi filippiche sui temi più cari al leader della Lega, tipo l’immigrazione. Considero invece l’indipendenza di giudizio l’unica salvezza possibile. Possiamo lavorare solo se ci riserviamo la possibilità di dirci di tanto in tanto che stiamo facendo una cazzata. Mi occupo spesso anche di analisi politica indipendente proprio per preservare il cervello dal rischio della fidelizzazione.

Se non è l’algoritmo di Facebook, qual è allora il principale nemico del suo lavoro?
I politici che pensano di dover parlare esclusivamente di politica. Una noiosa, micidiale sciocchezza.

In che senso?
Nel senso che per rendere efficace un messaggio politico molto spesso è indispensabile parlare d’altro, la politica deve arrivare in maniera subliminale al cervello e al cuore della gente. Del resto, al massimo un dieci per cento delle persone si occupa di politica. Parlare solo di quello significa autorestringersi, limitarsi, come voler pescare a mare solo nel dieci per cento delle acque e avere la presunzione di prendere tutti i pesci.

E il miglior alleato, invece?
La libertà nel lavoro e la fiducia che si riesce a conquistare. E il sense of humour nei rapporti personali. E non dimenticare mai che la vita è anche un gioco.

Ricordo alcuni anni fa quando si parlava di campagne elettorali online, di come avrebbero sempre più – nel futuro – potuto condizionare l’esito di un voto: libri e libri sull’argomento, corsi universitari, analisi dei singoli fenomeni. Il caso italiano, però, è davvero particolare: dati alla mano (Istat, Censis…) la cara, vecchia tv pesa ancora per oltre il 90% ed è la prima fonte di accesso alle informazioni. Come la vede da addetto ai lavori?
Guarda io credo che la realtà sia una torta. Hai bisogno di tutto: pan di spagna, crema, fragole. Il segreto non è la sciocca rivalità tra gli ingredienti, ma la calorosa complementarietà delle soluzioni.

Da giornalista ed esperto di interazioni online, come giudica questo spauracchio delle fake news? Spesso si fa molta confusione tra quelle che sono notizie false e quella che è la “post-verità”, tema di cui tanto si discusse l’indomani dell’elezione di Trump. I politici hanno spesso una “versione alternativa dei fatti” da proporre ai cittadini, così tutto rientra nel calderone. Può dirci qualcosa sull’argomento che non sia stato già detto?
Il mio personale punto di vista è che non contino nulla, essendo null’altro che un prolungamento dello strumento del pettegolezzo maligno e inventato, che però è sempre esistito e al quale puoi credere o no. Io per esempio ho orrore dei pettegolezzi, mi angosciano, cambio sempre discorso. Altri li amano. Per le fake news è uguale: se ci credi è segno che ci volevi credere. Non si vincono le elezioni con le fake news, non si vincono nemmeno facendo la guerra alle fake news. Le elezioni si vincono con le emozioni e si perdono con le emozioni: è questo il tema centrale, da molti sottovalutato.

Come vede la prossima campagna elettorale?
Io amo lavorare e anche in questo caso lavorerò per persone e non per partiti, e per persone di partiti diversi in città diverse, la qual cosa mi aiuta a mantenere indipendenza di giudizio e un occhio presente su mondi differenti. Ciò detto, la vedo male per il Pd, bene per Berlusconi. Credo però che una piccola sorpresa arriverà da Potere al popolo. Mi piace da matti la loro narrazione. Davvero bravi.

Come giudica la comunicazione di Renzi?
Molto ben confezionata, ma irritante. Credo sia seguito da persone di assoluto valore. Ma irritante è lui. Lui e i suoi record: «Come siamo bravi di qua, come sono figo di là». Tra l’altro i risultati del suo governo e del governo Gentiloni sono oggettivamente buoni, riuscire a stare così antipatico alla gente è davvero incredibile, è il vero miracolo italiano.

Salvini.
Noto recentemente un’ansia da prestazione, un nervosismo che non giova.

Di Maio.
Sbagliato attaccarlo sui congiuntivi, tanti elettori li sbagliano e lui così conquista simpatie tramite un elementare processo di immedesimazione.

Gli errori da non fare?
I troppi manifesti, archeologia dispendiosa da eliminare La freddezza e la tendenza a fare la lista della spesa delle cose fatte. Tutti pensano di aver fatto chissà che. Non amo nemmeno gli eccessi di comunicazione, e anzi ritengo che sovente la miglior forma di comunicazione possa anche consistere in uno sporadico silenzio. Quando hanno inventato il pianoforte ha avuto successo perché si suona piano e si suona forte. Se suoni sempre forte non sente più nessuno.

Giuseppe Musmarra

Come si giudica sui vari social?
Normale con punte di qualità su Twitter, una sostanziale nullità su Instagram, su Facebook invece probabilmente in questa fase nella comunicazione politica non ho rivali. Non ho rivali perché frequento luoghi non frequentati da altri, che tecnicamente sono molto più capaci di me. Ma bisogna anche un po’ diffidare della tecnica, secondo me è un inganno, un colossale inganno. I tag, gli hashtag sono cose molto lontane da me. Più Magna Grecia, meno algoritmi.

Per chiudere parliamo della poesia. Quanto conta nel suo lavoro?
La poesia è la cosa più concreta che esista. L’unica verità che possediamo. Per il mio lavoro è fondamentale. Potrei forse vivere senza poesia, ma senza poesia non potrei mai lavorare, e capirai che sarebbe un casino.

@fabiogermani

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“Pyongyang? Sua strategia coerente” https://www.t-mag.it/2017/09/13/pyongyang-sua-strategia-coerente/ https://www.t-mag.it/2017/09/13/pyongyang-sua-strategia-coerente/#respond Wed, 13 Sep 2017 11:06:32 +0000 https://www.t-mag.it/?p=122820 Il 3 settembre 2017 – a mezzogiorno circa, ora locale –, il Nuclear Weapons Institute della Corea del Nord ha condotto un test nucleare, nel sito militare di Punggye-ri. La bomba esplosa è la sesta dall’inizio del programma nucleare nord-coreano ed è anche la più potente mai testata. Mercoledì 12 settembre, 38north.org – sito che monitora quanto avviene in Corea del Nord – ha rivisto le stime sulla potenza della bomba, alzandole fino a 250 chilotoni. Quanto basta per rendere la regione ancora più instabile, dopo i test missilistici condotti da Pyongyang nei mesi scorsi.

Con l’opzione militare difficilmente percorribile – il presidente statunitense Donald Trump ha minacciato l’intervento, salvo poi ripensarci –, la comunità internazionale cerca di mettere sotto pressione il governo nord-coreano in altri modi.
Nella notte tra lunedì e martedì, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità le nuove sanzioni contro la Corea del Nord. Le sanzioni – embargo all’export di prodotti tessili, divieto di rilasciare nuovi visti per i lavoratori nord-coreani all’estero e taglio del 30% all’import di petrolio – costeranno al regime nord-coreano 1,3 miliardi di dollari. Solo l’opposizione di Russia e Cina hanno impedito una risoluzione più pesante. Gli Stati Uniti sono stati accontentati così solo parzialmente ed hanno espresso il loro malcontento apertamente: Trump ha definito le sanzioni “un passo molto piccolo”. Tra le altre cose, Washington chiedeva il congelamento dei beni all’estero del dittatore, Kim Jong-un, e il blocco totale all’export nordcoreano di petrolio.
La prossima mossa spetta alla Corea del Nord. Cosa farà, Kim? Stando alla propaganda, molto altro: mercoledì, il ministero degli Esteri di Pyongyang ha annunciato che verranno “raddoppiati gli sforzi” sul programma nucleare.
T-Mag ha intervistato Marco Milani, post-doctoral research fellow al Korean Studies Institute dell’University of Southern Carolina, per cercare di capirne qualcosa in più, su cosa sta succedendo, sul perché e sui possibili sviluppi.

Stiamo assistendo ad un’escalation nell’area coreana: il regime di Pyongyang si è dotato di armi sempre più potenti e pericolose. A cosa dobbiamo questo dinamismo del regime nord-coreano? Quali sono – sempre se è possibile individuarli, ovviamente – gli obiettivi di Kim Jong-un? Perché ha deciso di accelerare con dimostrazioni di forza sempre più frequenti proprio in questo momento, c’è una ragione precisa?

La strategia nucleare di Pyongyang rientra pienamente in quelle che sono le linee guida politiche del leader Kim Jong-un, il quale sta continuando a perseguire tale strategia in maniera coerente e costante sin dall’avvio della propria leadership. La politica del byungjin – sviluppo parallelo dell’arsenale nucleare e dell’economia – si appoggia in maniera determinante sul nucleare, che ormai non è soltanto una garanzia di sopravvivenza del regime, ma anche un’importante leva negoziale in caso di negoziazioni ed una vera e propria componente dell’identità stessa del regime. Gli obiettivi del regime sono anche e soprattutto di natura politica: in primo luogo il riconoscimento da parte della comunità internazionale della Corea del Nord come potenza nucleare. Fermo restando che la questione di garantire la sopravvivenza del regime era ed è ancora cruciale. In questo momento Kim Jong-un sa di essere in una posizione di relativa forza, anche a causa della totale inattività della comunità internazionale – con gli USA in testa – degli ultimi anni, che ha permesso a Pyongyang di proseguire in maniera indisturbata nell’acquisizione e perfezionamento di tecnologie nucleari e missilistiche. Inoltre, la Corea del Nord è convinta che le dimostrazioni di forza possano darle maggiore potere negoziale in un eventuale futuro tavolo diplomatico. Infine, la retorica e le azioni di forte contrapposizione messe in atto dagli USA, ma anche dalla Corea del Sud, spingono Pyongyang in questa direzione: la Corea del Nord risponde alla pressione esercitando a propria volta pressione, e in questo il regime è maestro.

Naturalmente il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, non ha accolto con favore gli ultimi sviluppi, ribadendo più volte che ogni opzione è sul tavolo. Anche quella militare, dunque. Ritiene la retorica di Trump matura rispetto all’escalation delle ultime settimane o troppo affrettata, magari lasciando più tempo alla Cina per mediare?

Credo che le risposte bellicose di Trump siano da considerarsi reazioni affrettate; tanto è vero che spesso vengono poi ridimensionate dal Segretario di Stato Tillerson o altri membri dell’amministrazione. Come detto, con Pyongyang rispondere alla pressione con ulteriore pressione storicamente non ha mai pagato. Probabilmente una risposta più meditata sarebbe più utile. In questo senso, più che lasciare tempo alla Cina, bisognerebbe cercare di lavorare di più in concerto con Pechino. Il programma nucleare nordcoreano è diretto – politicamente più che militarmente – agli USA e una soluzione deve essere trovata nella relazione fra Washington e Pyongyang; lasciare che sia la Cina a risolvere il problema nordcoreano, come sostenuto da Trump a più riprese non credo sia la strada giusta. Detto ciò, Pechino ha sicuramente delle forti leve, soprattutto economiche, sulla Corea del Nord e anche una conoscenza del paese che agli USA manca; può quindi giocare un ruolo chiave, ma non gli si può delegare in toto la risoluzione della questione. Lavorare assieme alla Cina può però essere una strada percorribile, soprattutto nell’ottica di limitare le differenze di priorità strategiche che Washington e Pechino hanno in relazione a dossier nordcoreano.

Quanto pesano sulla situazione attuale le decisioni delle amministrazioni che hanno preceduto Trump alla Casa Bianca? Da quando l’allora presidente statunitense George W.Bush inserì la Corea del Nord nell’elenco dei Paesi dell’Asse del Male, cosa è cambiato? Perché gli Stati Uniti hanno preferito concentrarsi su altri dossier – pensiamo all’Iran e l’Iraq –, lasciando la Corea del Nord in disparte?

La politica americana verso la Corea del Nord degli ultimi anni ha un peso enorme sulla situazione attuale. L’accordo del 1994 aveva congelato il programma nucleare della Corea del Nord e, con l’aiuto della politica inter-coreana cooperativa del presidente Kim Dae-jung, ridotto notevolmente la tensione sulla penisola. Il discorso sullo Stato dell’Unione del gennaio 2002 ha cambiato decisamente le cose, e ancora di più l’invasione dell’Iraq (e successivamente della Libia), la quale ha convinto il regime di Pyongyanang delle velleità di regime-changing americane. Da quel momento l’accelerazione del programma nucleare è stata decisa e non si è più tornati indietro. Anche perché il forum negoziale multilaterale dei Six Party Talks si è rivelato pressoché inutile in tal senso. L’amministrazione Obama, escluse labili e temporanee aperture, ha sposato la cosiddetta ‘pazienza strategica’ – che io personalmente considero una contraddizione in termini, in quanto ‘aspettare e vedere che succede’ in tale situazione non mi è sembrata una scelta molto strategica – la quale consisteva sostanzialmente nel disinteressarsi del problema, salvo svegliarsi sporadicamente in occasione di test missilistici o nucleari per condannarli e sanzionarli. Questa mancanza di strategia attiva ha garantito a Pyongyang il tempo necessario per proseguire sulla propria strada, fino al punto in cui la de-nuclearizzazione non sembra più essere una opzione perseguibile in maniera credibile. La Corea del Nord è stata lasciata in disparte da Washington sia perché non rientrava fra le priorità della War on terror di Bush, sia per questioni di opportunità politica. Il Presidente Obama era cosciente della difficoltà del dossier, e probabilmente ha preferito concentrarsi su questioni che avrebbero potuto portare a risultati tangibili – vedi Iran e Cuba – lasciando la cosiddetta ‘patata bollente’ al proprio successore.

Russia e Cina. I due governi hanno ribadito più volte la necessità di seguire la via del dialogo. Per Putin, le sanzioni sono completamente inutili. Entrambi vogliono evitare un conflitto militare nella penisola coreana. Hanno qualche possibilità di convincere il dittatore nordcoreano, Kim Jong-un, a fare un passo indietro? O ormai possiamo considerare il regime fuori controllo?

Credo che ‘fuori controllo’ non sia la definizione più adatta, dal momento che rimanda ad una narrativa di ‘irrazionalità’ del regime che io sinceramente non vedo. Kim Jong-un persegue una strategia chiara e coerente, e trovo curioso quando gli osservatori internazionali si stupiscono per un nuovo lancio o un nuovo test nucleare. Sicuramente si tratta di una strategia pericolosa, illegale – se consideriamo le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza – e che non piace alla comunità internazionale, ma sicuramente non è irrazionale. Se consideriamo il regime ‘fuori dal controllo di altre potenze esterne’ allora la risposta è affermativa. Ma in realtà Cina e Russia non hanno mai avuto un pieno controllo sulle dinamiche di potere a Pyongyang, neanche durante gli anni della Guerra fredda. Probabilmente è ancora possibile costruire un tavolo negoziale – mentre convincere Kim Jong-un ad un passo indietro unilaterale la considero un’opzione decisamente più improbabile – a patto che ci si renda conto delle condizioni esistenti attualmente sul terreno, eliminando l’opzione de-nuclearizzazione almeno per il momento e provando a seguire un approccio graduale come quello del freeze-for-freeze proposto dalla Cina alcuni mesi fa e rifiutato dagli USA (temporanea sospensione di test missilistici e nucleari in cambio della sospensione delle esercitazioni militari congiunte USA-Corea del Sud).

La Corea del Sud. Qual è l’atteggiamento del governo di Seoul di fronte ad una minaccia così concreta e (ovviamente) vicina? In campagna elettorale il presidente sudcoreano, Moon Jae-in, aveva ribadito la necessità di dialogare con il vicino del nord. Ha cambiato idea o è rimasto fedele alla sua linea?

La linea di Moon è rimasta piuttosto costante dal momento in cui è entrato in carica. Durante la campagna elettorale si erano aperte prospettive di dialogo e riavvicinamento, che però non si sono concretizzate dopo le elezioni. L’idea di perseguire una politica del dual-track, con da un lato la pressione per la de-nuclearizzazione e dall’altro l’impegno per la cooperazione inter-coreana, è sempre stata fallimentare. E in realtà non si allontana molto dalla Trustpolitik elaborata da Park Geun-hye, che è naufragata subito dopo il suo insediamento. L’idea di base di dividere i due dossier è probabilmente corretta, ma Moon fin da subito si è posto in prima linea nel condannare e sanzionare l’attivismo nucleare e missilistico nordcoreano. Ovviamente questo atteggiamento ha spinto Pyongyang a rimandare al mittente tutte le offerte di dialogo e cooperazione. In questa situazione gioca un ruolo fondamentale anche l’alleanza fra USA e Corea del Sud, in passato messa alla prova dai tentativi di apertura verso il Nord di Seoul. Durante la campagna elettorale uno degli slogan lanciati da Moon era ‘saper dire di no agli Stati Uniti’, lasciando quindi presagire la possibilità di una politica inter-coreana maggiormente indipendente. In realtà, soprattutto dopo la visita di Moon a Washington a fine giugno, è emerso come la Corea del Sud si sia allineata alla politica americana piuttosto che il contrario, sebbene lo stesso Presidente sudcoreano avesse sostenuto di aver convinto Trump della bontà del proprio approccio. Una strada alternativa sarebbe quella di mantenere un basso profilo su queste problematiche, lasciando che sia Washington ad esporsi in prima linea, e concentrarsi sul miglioramento delle relazioni inter-coreane. Le motivazioni sono diverse: in primo luogo, come detto, il programma nucleare parla agli USA e non a Seoul, quindi esporsi in prima linea nel condannare e sanzionare è inutile e controproducente, sarebbe forse più utile migliorare le relazioni con Pyongyang e inserirsi come facilitatore del dialogo in un secondo momento, sfruttando appunto i buoni rapporti costruiti, come accaduto per esempio fra il 2005 e il 2007 sotto la presidenza di Roh Moo-hyun. Inoltre, l’arsenale nucleare non cambia in maniera sostanziale l’equilibrio sulla penisola: Seoul, una metropoli di 12 milioni di abitanti, che salgono a oltre 20 se si considera tutta l’area urbana, è situata a soli 60 km dal confine e dalle migliaia di pezzi di artiglieria nordcoreani lì schierati. Il potenziale di distruzione e vittime di un eventuale attacco convenzionale sarebbe già di per sé altissimo. Il programma nucleare e missilistico è può quindi essere visto soprattutto come un deterrente contro possibili attacchi americani al territorio nordcoreano, più che un’arma di aggressione contro Seoul. Credo quindi che insistere su un discorso legato alla dual-track non possa portare grossi benefici né per le relazioni inter-coreane, né per la questione nucleare.

Infine, una domanda sullo scacchiere internazionale. Tra i paesi coinvolti, quale potrebbe trarre qualche vantaggio da una soluzione diplomatica e pacifica della crisi nordcoreana? Considerando gli interessi dei diversi attori coinvolti (Cina, Russia, Giappone…).

Credo che una soluzione, anche temporanea, pacifica e diplomatica ottenuta attraverso il dialogo gioverebbe a tutti gli attori in campo. Sicuramente alla Cina in primo luogo. Pechino è preoccupata soprattutto della stabilità della regione, la quale sarebbe messa in serissima difficoltà tanto da un proseguire delle provocazioni nordcoreane, quanto da azzardate azioni militari americane. Per Pechino la sopravvivenza del regime nordcoreano – o meglio evitare un suo crollo improvviso – è una questione fondamentale dal punto di vista della sicurezza nazionale; per questo, nonostante la crescente irritazione verso le azioni di Pyongyang, non è disposta ad abbandonare il regime. Anche per la Russia questa sarebbe la soluzione ideale, anche se i suoi interessi in gioco sono sicuramente più limitati. La Corea del Sud ne beneficerebbe in maniera decisa, limitando la tensione sulla penisola – che può avere conseguenze anche dal punto di vista economico-finanziario, di immagine e turistico (basti pensare alle prossime Olimpiadi di Pyeongchang in programma per febbraio 2018) – e creando le condizioni per riavviare una reale strategia di dialogo e cooperazione inter-coreana. L’unica questione controversa potrebbe esserci per USA e Giappone, nella più ampia strategia di rinforzamento del proprio ruolo, anche militare, nella regione. In realtà, dopo l’abbandono del Pivot to Asia da parte di Trump, in favore di una strategia decisamente più isolazionista, Washington sembra meno interessata di quanto lo fosse con Obama a rinforzare la propria presenza su quello scacchiere. La politica verso l’Asia di Trump appare alquanto fumosa – basti pensare alle nomine molto tardive degli ambasciatori a Pechino, Tokyo e Seoul (ancora non confermata) e la mancata nomina del nuovo Sottosegretario di Stato all’Asia Pacifico – e a tratti improvvisata, fatta di annunci di stampo isolazionista (ritiro dal TPP e ridiscussione del trattato di libero scambio proprio con la Corea del Sud) e successivi strappi in avanti. Il dossier nordcoreano è stato comunque utilizzato per rafforzare la presenza militare americana nella regione, basti pensare all’installazione del THAAD in Corea del Sud. Per quanto riguarda il Giappone la questione è diversa. Il Primo Ministro Abe ha da sempre sostenuto la necessità di rafforzare le forze di auto-difesa e anche di modificare l’articolo 9 della Costituzione, incontrando però spesso la contrapposizione dell’opinione pubblica, tradizionalmente favorevole alla Costituzione pacifista. La continua minaccia nordcoreana, soprattutto quando coinvolge il Giappone in maniera più diretta come nel caso del missile che ne ha sorvolato il territorio poche settimane fa, potrebbe fare il gioco di Abe, spostando l’ago della bilancia dell’opinione pubblica verso posizioni più favorevoli ad un maggior riarmo del paese.

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Sei mesi di Trump alla Casa Bianca https://www.t-mag.it/2017/06/27/sei-mesi-di-trump-alla-casa-bianca/ https://www.t-mag.it/2017/06/27/sei-mesi-di-trump-alla-casa-bianca/#comments Tue, 27 Jun 2017 07:30:34 +0000 https://www.t-mag.it/?p=120654 Criticato. Controverso. Osteggiato. Tutto e il contrario di tutto. In due sole parole: Donald Trump. Sono passati poco più di sei mesi dall’insediamento del 45esimo presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca. Una vittoria elettorale, la sua, che stupì il mondo. E che ha lasciato subito strascichi evidenti, tra proteste, manifestazioni e pareri discordanti. Eppure Donald Trump mantiene dalla sua una porzione di elettorato che crede fermamente nelle sue scelte, uno zoccolo duro pronto a scommettere ancora oggi che sia lui l’uomo giusto per avversare l’establishment di cui una parte importante della middle class americana si fida sempre meno. Da qualche settimana Trump è costretto a stare sulla difensiva a causa del Russiagate, l’inchiesta dell’intelligence statunitense su possibili interferenze russe durante la campagna elettorale volte a dirottare l’esito del voto a favore dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Nel frattempo si registrano frizioni con Mosca, soprattutto sulla crisi siriana. Incoerenze e contrasti appaiono all’ordine del giorno. Con Daniele Fiorentino, professore di Storia e istituzioni degli Stati Uniti d’America all’Università degli Studi Roma Tre, che T-Mag interrogò già prima dell’election day dell’8 novembre, abbiamo fatto il punto della situazione su pregi, difetti e le misure fin qui adottate dal presidente che ha sdoganato una volta per tutte i protocolli e che ama – oltremodo – il linguaggio istantaneo e confidenziale di Twitter.

Professor Fiorentino, partiamo dal Russiagate. Trump sembrava in un primo momento essere indagato per intralcio alla giustizia, lo stesso presidente aveva dichiarato qualcosa di simile. In seguito uno dei legali ha precisato che non lo è e negli ultimi giorni ci sono stati sviluppi che tirerebbero in ballo anche l’ex presidente. Al di là di questo, quali ripercussioni – politiche e non – potranno derivare dalla vicenda? Esistono, secondo lei, i presupposti per una procedura di messa in stato d’accusa?
Va detto innanzitutto che la procedura di Impeachment, regolata dalla Costituzione, è principalmente un atto politico e in parte anche giudiziario. Non è facile mettere sotto inchiesta un presidente e come si sa questo è avvenuto solo altre tre volte, anzi due, visto che Nixon non arrivò mai al giudizio finale poiché si dimise prima di essere effettivamente messo sotto impeachment. Gli altri due, Clinton, e Andrew Johnson nell’Ottocento si salvarono per un pelo. Per capire se ci sono gli estremi per procedere bisognerà rivolgere l’attenzione a due fattori principali: il primo è se effettivamente il presidente ha mentito sui legami con la Russia e ha cercato di insabbiare le inchieste in tal senso; l’altro è la volontà politica del Congresso che è responsabile della procedura. I Repubblicani hanno un’ampia maggioranza e saranno loro a dover determinare prima di chiunque altro se perseguire o meno Trump. Credo che al momento a loro non convenga perché creerebbero una forte spaccatura non solo nel partito ma nel Congresso stesso. Tuttavia, con il passare dei mesi e con l’avvicinarsi delle elezioni di mid-term nel 2018, quando tutta la camera e un terzo del Senato verranno rinnovati, se Trump dovesse perdere consensi e credibilità, alcuni potrebbero trovare più conveniente sbarazzarsene o perlomeno metterlo in un angolo; in questo caso allora l’impeachment potrebbe essere una strada percorribile. Credo comunque si sia ancora molto lontani da una scelta in questo senso a meno che non emergano fattori ed elementi nuovi, cosa che non mi stupirebbe vista la frequenza e rapidità di colpi di scena cui ci sta abituando questa amministrazione.

A questo punto le chiederei di esprimere un giudizio sui primi sei mesi di amministrazione Trump. Quali misure definirebbe positive e quali ritiene invece negative?
Quello che abbiamo visto sin qui dell’amministrazione Trump è un po’ quello che ci si aspettava: sostanzialmente una mancanza di organizzazione, coordinamento e di un programma vero e proprio con obiettivi precisi. Gli unici veri obiettivi erano quelli di smantellare quanto fatto da Obama, soprattutto la riforma sanitaria, l’ambiente, e la tassazione progressiva ridando centralità alla classe media, soprattutto quella urbana della grande industria e quella delle aree più periferiche della nazione. Qui c’è indiscutibilmente una parte della popolazione che si sente dimenticata e lasciata indietro da chi governa e muove le leve del potere. La campagna elettorale di Trump aveva fatto promesse e creato grandi aspettative raccogliendo anche molti consensi. Finora non si è fatto però molto in questo senso, se non cercare di ancorare alcune grandi aziende con le loro fabbriche sul territorio statunitense, cosa che però non sta dando i risultati auspicati. Direi un bilancio sostanzialmente negativo in politica interna. Non che la politica estera vada molto meglio. È abbastanza evidente che manca un disegno e così si passa da un’iniziale riavvicinamento con la Russia di Putin a una presa di distanza netta anche a causa dell’inchiesta in atto sui rapporti del presidente, e di alcuni suoi stretti collaboratori, con grandi imprenditori russi e anche direttamente con l’amministrazione. Gli unici importanti sviluppi in direzione positiva si sono visti in qualche misura sulla politica in Medio Oriente, forse l’unica vera svolta di questa amministrazione, con una posizione aperta ma ferma nei confronti dell’Arabia Saudita e di alcuni emirati, una marcia in senso contrario con l’Iran e interventi in Siria, che però lasciano anch’essi molte questioni aperte. Con l’Europa e la Cina le scelte del presidente sembrano chiare ma poi anche in questi casi la politica è erratica. Manca appunto un Grand Design, come si dice in inglese.

Con Trump presidente l’America sta assumendo una posizione più isolazionista rispetto al recente passato, anche più di quanto accaduto in determinati casi sotto l’amministrazione Obama. Penso al ritiro dall’accordo di Parigi sul clima, gli ambigui rapporti con i russi (suoi e di alcuni stretti collaboratori), le giravolte e le contraddizioni nei confronti di Pechino, gli strappi – seppure solo dialettici – con la Germania e Angela Merkel, le rinegoziazioni di precedenti accordi con i vicini nordamericani. Al tempo stesso, però, l’America continua ad essere attore indispensabile per risolvere le controversie mediorientali e contrastare il terrorismo di matrice islamica, temi su cui il dialogo con l’Europa e in definitiva con Mosca è necessario oltre che opportuno. Può aiutarci a capire meglio le mosse fin qui osservate in politica estera?
Come dicevo prima a questa amministrazione manca appunto una grande strategia. Come altre volte in passato Trump ha puntato molto sull’attenzione alle vicende interne proclamando di voler dare priorità ai cittadini americani, to make America great again come recitava il suo slogan in campagna elettorale. In realtà gli Stati Uniti non possono e non vogliono del tutto tirarsi fuori dalla politica internazionale. Ci sono troppi interessi in gioco e troppe variabili incerte che rischierebbero di penalizzare il paese in caso di un vero ripiegamento interno in senso isolazionista. Chiariamo subito una cosa: gli Stati Uniti non sono stati mai davvero isolazionisti, soprattutto a partire dalla fine dell’Ottocento. Hanno troppi interessi e investimenti nel mondo per poterselo permettere e tutto sommato non ne hanno nemmeno l’intenzione. Semmai in alcuni periodi si è trattato di un parziale disimpegno. Quanto alle questioni che enumera ci vorrebbe un’analisi lunga e approfondita per spiegare tutto, ma in sintesi Trump vorrebbe ridare centralità e potere agli Stati Uniti a livello internazionale senza però portarne le conseguenze, “responsabilizzando” i partner e riducendo la spesa americana nelle questioni internazionali. Gli “strappi” sono a volte “coups de theatre” che servono più a coltivare una certa immagine interna del presidente che a essere efficaci nei rapporti con i partner internazionali. Non voglio ripetermi ma quello che vediamo è il risultato della mancanza di un Grand Design, probabilmente aggravato anche da considerazioni che hanno a che fare più con gli interessi economici e commerciali Usa che con ponderate scelte strategiche. La Cina è un partner troppo importante, da una parte Trump vuole mantenere un rapporto finanziario e commerciale fondamentale per gli Stati Uniti, dall’altra vuole mostrare ai suoi elettori che sa usare il pugno duro con chi mette in discussione i valori fondamentali della democrazia. In qualche modo questo avviene anche con Mosca. L’atteggiamento nei confronti della Germania ha molto a che fare con una richiesta dei suoi elettori nei confronti di un’Europa percepita come una spugna che ha solo ricevuto dall’America senza assumersi le proprie responsabilità. Nonostante i tanti proclami quello con l’Europa è un rapporto che continuerà inevitabilmente nel prossimo futuro anche se con qualche strappo e ricucitura.

In che modo può essere letta la recente decisione dell’amministrazione Trump di adottare misure più restrittive nei confronti di Cuba dopo la recente apertura concessa da Obama?
Trump e i suoi elettori sono legati a un’immagine da guerra fredda dei rapporti con Cuba. Credo che una delle motivazioni che lo ha spinto a prendere questa posizione sia proprio il fatto che l’apertura fosse stata avviata da Obama. Trump fin qui si è definito essenzialmente come l’anti-Obama e l’uomo anti-establishment. L’apertura verso Cuba rappresenta davvero un’importante novità che proietta la politica delle relazioni interamericane, e in qualche misura internazionali, verso il futuro. Obama era stato capace di svincolarsi dalle catene della Guerra fredda e dai modelli esistenti, retaggio di un passato ormai superato, comprendendo quanto fossero mutati gli equilibri nello scenario regionale. Trump sembra invece ancorato a un ruolo degli Stati Uniti legato all’egemonia regionale ma non in chiave di prospettive e sviluppi futuri quanto piuttosto di contrapposizione ideologica fondata però su schemi del passato. Non sembra insomma riconoscere che sono cambiate molte cose in questi ultimi venti anni e in particolar modo dopo l’11 settembre 2001.

Sul fronte interno Trump pare stia incontrando qualche difficoltà. Del muro al confine con il Messico si è tornato a parlare di recente, ma sembrava essere uscito dall’agenda nelle ultime settimane. Poco tempo fa il presidente ha annunciato la riforma fiscale per agevolare le imprese statunitensi al fine di incentivare l’occupazione e c’è poi la volontà di cancellare l’Obamacare, ma le cose non stanno procedendo ad un passo spedito anche se c’è chi giura che questa potrebbe essere una settimana decisiva. A suo avviso, comunque, riuscirà a mantenere le promesse fatte in campagna elettorale?
Non credo proprio e questo forse lo sapeva persino lui. Quelle promesse erano legate alle paure di una classe medio-piccola che chiedeva di essere ascoltata e di trovare un interlocutore da portare a Washington che non fosse un rappresentante dell’establishment. Non che Trump lo sia davvero ma questa è l’immagine che ha proposto di sé: un outsider che si dà alla politica per il bene dei suo concittadini. Quando faceva quelle promesse, appunto da campagna elettorale, Trump non si è mai interrogato veramente sugli effettivi poteri del presidente. Parlava come se, una volta al potere, avrebbe avuto mano libera per fare tutto quel che voleva. A dire il vero non sono nemmeno sicuro che le volesse fare davvero tutte. Ma il sistema costituzionale americano funziona diversamente e impone delle procedure di cui l’attuale presidente farebbe volentieri a meno. Quella che probabilmente porterà in porto è la riforma fiscale. Con la cancellazione di Obamacare è riuscito solo a costi politici enormi e con una decisione che ha in qualche modo mutato le procedure di approvazione delle leggi, cioè facendo a memo di una maggioranza qualificata. Il muro col Messico, che peraltro in molte sue parti esiste già, credo che rimarrà uno slogan da campagna elettorale.

Sondaggi alla mano, Trump sta subendo un calo costante di popolarità da diverso tempo. Come si può spiegare questa “contraddizione” rispetto al risultato elettorale di non molti mesi fa? Oppure, considerando che la sua avversaria Hillary Clinton aveva ottenuto consensi maggiori nel voto popolare, è una situazione che rientra tra le cose da mettere in conto a sei mesi dal suo insediamento alla Casa Bianca?
Più che una vittoria di Trump le elezioni del 2016 sono state una débâcle del Partito Democratico e una disfatta di Hillary Clinton. Il consenso del presidente non è mai stato alto e come sappiamo il voto popolare è andato in grande maggioranza a Clinton. Trump ha un suo elettorato fedele che è però minoritario negli Stati Uniti e che adesso comincia a vedere molte delle promesse della campagna elettorale non realizzate. Tuttavia, c’è uno zoccolo duro che rimarrà vicino al presidente, anzi che attribuirà ogni sua sconfitta alla volontà dei “poteri forti” a Washington che non vogliono un populista alla Casa Bianca. In fondo la grande abilità di Trump è stata quella di creare una narrazione che funziona bene per qualunque evenienza: quando riesce a ottenere un successo politico è tutto merito suo, quando invece subisce una sconfitta o una battuta d’arresto la colpa è di chi non vuole che lui e il popolo americano riescano a far trionfare i principi di libertà e democrazia di cui lui è ormai l’unico vero interprete. È ovvio che una narrazione di questo genere funziona fintanto che la gente ci crede e si identifica con il leader, ma gli americani hanno imparato col tempo, e soprattutto a partire dagli anni settanta con Nixon e il Watergate, che non tutto quel che il presidente dice o fa è necessariamente giusto e vero. Bisognerà aspettare il procedere degli eventi per capire quale sarà il vero destino del presidente, di questa amministrazione e degli Stati Uniti in generale. Io credo che comunque vadano le cose non verrà rieletto per un secondo mandato.

@fabiogermani

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«Industria 4.0? Prima riorganizziamo il lavoro e il welfare» https://www.t-mag.it/2017/04/07/industria-4-0-prima-riorganizziamo-il-lavoro-e-il-welfare/ https://www.t-mag.it/2017/04/07/industria-4-0-prima-riorganizziamo-il-lavoro-e-il-welfare/#respond Fri, 07 Apr 2017 07:38:35 +0000 https://www.t-mag.it/?p=117703 La “quarta rivoluzione industriale”? Precisiamo: «Oggi in Italia ci sono tratti di prima, seconda, terza e quarta rivoluzione industriale che convivono». Parlare di Industria 4.0 e automazione dei processi produttivi significa parlare dunque di tante altre cose, prima: distribuzione della ricchezza, welfare adeguato per chi perderà il lavoro a causa dell’ingresso dei robot nelle fabbriche o negli uffici, formazione per quanti l’impiego riusciranno a mantenerlo. In sintesi governare un processo che non possiamo prevedere in quanto tempo si compirà. «Si tratta – spiega a T-Mag Giancarlo Pelucchi, responsabile Formazione e componente del Progetto Lavoro 4.0 della Cgil – di affrontare una riorganizzazione che non riguardi solo l’introduzione di nuove tecnologie, ma anche un cambiamento radicale nel mondo del lavoro e nella gestione dei flussi, con le conseguenze che tutto questo avrà inevitabilmente sulle persone». Ad esempio – sostiene Pelucchi – non è tassando il lavoro svolto dai robot (come suggerito di recente da Bill Gates) che si potranno sciogliere tutti i nodi.

Anche in Italia si comincia a parlare di Industria 4.0
Industria 4.0 è però un termine importato su cui non c’è unanimità di lettura e interpretazione. Anche nel campo della ricerca viene declinato in modi differenti. Dal nostro punto di vista, della Cgil, siamo attenti all’impatto che avrà sull’occupazione e non solo la porzione “mangiata” dai robot. In ballo c’è una somma di fattori, uno dei quali è il periodo di crisi da cui forse siamo usciti, o forse no, che intanto ha tagliato tantissimi posti di lavoro, molto più dei robot. A seguito di una lunga crisi economica ed essendo questo un periodo di grandi rivolgimenti globali, gli scenari non sono prevedibili. Si tratta allora di affrontare una riorganizzazione che non riguardi solo l’introduzione di nuove tecnologie, ma metta insieme il cambiamento radicale nel mondo del lavoro, la gestione dei flussi e le conseguenze che tutto questo avrà inevitabilmente sulle persone: quelle che verranno sostituite dai robot, ma anche per quelle che resteranno a svolgere le proprie mansioni e per le quali tuttavia cambierà il modo di lavorare. Quindi sarà importante ragionare sulle competenze e sugli strumenti per evitare ulteriori tagli.

La ricetta, insomma, sarebbe anticipare il definitivo sviluppo della “quarta rivoluzione industriale”.
Anche in questo caso è doveroso precisare. Per quanto riguarda il nostro paese, si rilevano tratti di prima, seconda, terza e quarta rivoluzione industriale che convivono. E – paradossalmente – anche un ritorno diffuso di lavori di tipo schiavistico, non solo nelle campagne, ma spesso anche nei servizi e in pezzi dell’industria. Quindi non sappiamo se è veramente in atto una “quarta rivoluzione industriale”, quello che interessa capire è il processo di cambiamento e soprattutto – sempre dal punto di vista del sindacato – come agire per influire su quei cambiamenti.

E qual è l’approccio della Cgil al tema?
Non è di catastrofismo, ma neanche di ottimismo tecnologico. Quando ci dicono che cambierà tutto con la rivoluzione di Industria 4.0 – in verità siamo scettici anche sull’utilizzo del termine “rivoluzione”, perché è un’espressione seria, da utilizzare con cautela – nutriamo una certa diffidenza. Per questo abbiamo avviato un lavoro di analisi, ricerca e formazione dedicata. Ci interessa misurare cosa accadrà, da qui al 2030 ad esempio, e immaginare cosa potrebbe succedere grazie alla nostra azione organizzata di sindacato, un soggetto che rappresenta i punti di vista e gli interessi di chi lavora. Questo vale sia per quelli che verranno espulsi dai cicli produttivi, sia per quelli che resteranno a lavorare. Si prevede un considerevole aumento della produttività, seppure differente da settore a settore. Come verrà distribuito tale incremento di produttività? Si pone una domanda di redistribuzione, che dovrà riguardare tutte le dimensioni: la dimensione del reddito – a partire dalla dimensione del salario –, i tempi utilizzati per produrre e i saperi. I cambiamenti nelle attività avranno un impatto anche sui tempi e quindi sulla salute delle persone, ma soprattutto sui saperi.

Vale a dire?
Noi stiamo registrando enormi cambiamenti nei vari settori, nell’industria, nei servizi, nella pubblica amministrazione, ma non sempre riguardano tutti i luoghi di lavoro. Dove si osservano, però, sono sensibili, anche se non comprendono l’intero insieme dei lavoratori. Noi riteniamo che in questa fase ci sia da fare un ragionamento di alfabetizzazione, non solo digitale, in particolare per coloro che devono trovare un nuovo impiego. La promessa è stata: “Arrivano i robot, sostituiscono un po’ di persone, ma ne verranno assunte molte di più perché genereranno nuovo lavoro”. È una promessa che sentiamo tante volte quando c’è un’innovazione, che viene brandita per evitare conflitti. Siccome non è una promessa del tutto priva di fondamento noi chiediamo che venga tradotta in un programma, come peraltro abbiamo chiesto unitariamente al governo. Di fronte ad un progetto si convocano le parti sociali, si illustra il passaggio e come si intende procedere dato che non può essere fatto con gli strumenti del passato. Se sono vere le premesse di Industria 4.0, cambia il lavoro, ma deve cambiare anche il welfare.

A cominciare dalla formazione, suppongo…
In Italia abbiamo un importante precedente quando negli anni ’70, dopo una grande stagione di contrattazione, furono concordate le 150 ore, retribuite dalle imprese per permettere ai lavoratori di crescere di livello di studio e di certificazione delle competenze. La misura interessò migliaia di persone che erano emigrate dal Sud al Nord per andare in fabbrica e che grazie alle 150 ore erano riuscite a portare a casa il diploma della scuola elementare o della scuola media. Il tema del welfare-formazione può essere, anche oggi, costruito attraverso un mix di intervento dello Stato – leggi, finanziamenti del MIUR – e con la contrattazione. Un caso interessante è il recente accordo unitario dei metalmeccanici che introduce del tempo destinato alla formazione dei lavoratori: una quantità a nostro avviso ancora insufficiente, ma è un primo passo importante. All’epoca, negli anni ’70, si trattava di alfabetizzazione, oggi di alfabetizzazione digitale. Una parte di questa attività deve essere svolta anche nelle relazioni tra le parti sociali e lo Stato, con l’ausilio di strumenti che possono essere contrattuali o fondi interprofessionali che servano a far crescere il livello del lavoratore e a certificare l’avvenuto progresso. Ma spesso le imprese sono contrarie alla certificazione, perché se si assumono delle persone per fare un certo tipo di lavoro, e dopo un percorso formativo queste ottengono un bagaglio di conoscenze e competenze superiore, è naturale chiedere che venga adeguato il loro riconoscimento nell’inquadramento.

Allargando l’orizzonte, quali altri aspetti dovrebbero essere migliorati in termini di welfare?
Il cambiamento non può essere solo “tagliare”. Si succedono i governi, cambiano le retoriche, ma la sostanza è che il welfare viene tagliato: un pezzettino di sanità alla volta, un pezzettino di sostegno al reddito alla volta. Non c’è stata una misura efficace che sia durata più di sei mesi, ma Industria 4.0 obbliga ad abbandonare questa strada. I cambiamenti non avverranno con un meccanismo on-off, non è che a una certa data l’industria da 3.0 diventerà 4.0. Non esiste un processo al mondo in cui il passaggio sia automatico, potrebbero servire dieci, quindici, o vent’anni. Allo stesso tempo, però, i cambiamenti sono continui, non è più come durante il fordismo: a maggior ragione gli strumenti dovranno essere semplici, certi e duraturi.

Comincia a diffondersi il welfare aziendale…
Vero, ma sono anni, da prima ancora che si cominciasse a parlare di Industria 4.0, che il sindacato contratta in Italia – come in tutta Europa – forme integrative sia di pensione che di sanità. In questo modo i dipendenti di alcune categorie – spesso sono fondi nazionali, altre volte sono fondi aziendali – hanno un “di più” sulle pensioni o sulla sanità. In realtà non sono strumenti particolarmente nuovi, ma rodati, che funzionano. Tuttavia, essendo una previdenza integrativa, o una sanità integrativa, non possono essere sostitutive di quelle pubbliche. Nella cultura del sindacato europeo, e di quello italiano in particolare, non ci si è limitati a occuparci dei diritti e delle tutele delle persone nei luoghi di lavoro, ma nella società. Ci deve essere quel “di più” che può essere sostenuto dalle imprese o nei contratti nazionali, ma non si può lasciare il welfare integrativo solo alle aziende, che in Italia sono perlopiù di piccole e piccolissime dimensioni. Significherebbe aprire al mercato delle polizze private che sono – rispetto ai percorsi integrativi basati sui numeri delle grandi imprese – piuttosto penalizzanti. Non bisogna perciò abbandonare l’idea che alcune cose, quando devono essere integrative appunto, si possono ottenere anche nei contratti nazionali perché ciò permetterebbe al lavoratore di un settore, qualsiasi sia la dimensione dell’impresa, di avere un beneficio dovuto all’economia di scala e alla natura mutualistica del welfare contrattato.

Tornando ai robot, Bill Gates ha proposto di tassare il lavoro delle macchine.
L’argomento delle tasse è sempre un argomento spinoso, in Italia soprattutto. La via fiscale non è necessariamente quella più efficace e comunque non può limitarsi al ragionamento sui robot.

In molti, però, ci hanno visto una possibile apertura al reddito di cittadinanza…
Non siamo contrari all’ipotesi, ma va pure detto che il reddito di cittadinanza non muta una virgola dei rapporti di forza tra i possessori di capitali e chi lavora, dipendenti, precari, autonomi, autonomi indotti. Bill Gates, ad esempio, è uno degli uomini più ricchi del mondo, ma è anche uno di quelli che impiega meno persone rispetto ad altre grandi imprese. Si è interrotto, da almeno 30 anni, il meccanismo per cui i grandi possessori di capitali sono grandi datori di lavoro, non solo a causa della finanziarizzazione dell’economia, ma per la composizione organica del capitale: i ricchi non sono più coloro che danno lavoro. Più della tassa sui robot, ci interesserebbe una tassa sui capitali, la progressività della tassazione, non le tasse flat. Un ragionamento che tenga conto, insomma, degli stock di capitali oltre ai flussi. Ci poniamo, come sindacato, il problema di come tentare di pareggiare i poteri contrattuali tra chi lavora e chi fa l’imprenditore. Per definizione il singolo imprenditore è più forte del singolo lavoratore: in qualche modo il rapporto va riequilibrato, molto più in una fase di transizione come questa. Può essere utile un discorso sul reddito di cittadinanza, ma non è l’unico. Coloro che lavorano nelle imprese magari vorrebbero prima vedere aumentare il loro reddito da lavoro…

GALASSIA LAVORO

@fabiogermani

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Dal fintech allo smart working, il modello Soisy https://www.t-mag.it/2017/03/31/dal-fintech-allo-smart-working-il-modello-soisy/ https://www.t-mag.it/2017/03/31/dal-fintech-allo-smart-working-il-modello-soisy/#respond Fri, 31 Mar 2017 07:30:15 +0000 https://www.t-mag.it/?p=117400 Due anni fa le società fintech individuate da Startupitalia nel nostro paese erano 115 – nel frattempo il numero potrebbe essere lievitato –, con investimenti nel settore pari a 33,6 milioni di euro, un valore quadruplicato rispetto al 2014. A livello globale, lo scorso anno, sono stati investiti oltre 17 miliardi di dollari. Il mondo delle startup sta rivoluzionando il settore finanziario e le grandi banche stanno correndo ai ripari, attraverso collaborazioni con le nuove realtà o con lo sviluppo di piattaforme online. Un impiego in banca era una volta l’emblema del posto sicuro. La verità è che solo dal 2013 al 2015, secondo i recenti dati della Faba (il sindacato di settore), in 12 mila hanno perso il lavoro. Troppe filiali sui territori, costi talvolta eccessivi, l’introduzione di servizi quali l’home banking e competitor innovativi all’orizzonte hanno contribuito al momento delicato del settore, senza dimenticare la crescente sfiducia di correntisti e risparmiatori dopo la crisi del 2007-2008. «Le banche hanno effettivamente vissuto negli ultimi anni due grossi problemi». A parlare con T-Mag è Andrea Sandro, co-fondatore di Soisy, startup nata nel 2015 e attiva nell’ambito dei prestiti tra privati. «Il primo – prosegue Sandro nel suo ragionamento – è quello relativo ai non performing loans, un macigno che si trascinavano dietro da tempo e che la crisi ha fatto emergere. Dall’altro lato la maggiore concorrenza rispetto al passato: con l’esplosione del fintech, nuove società hanno cominciato a offrire prodotti migliori ed evitando sforzi eccessivi ai clienti, considerata la riduzione dei costi. Al contrario delle banche, in precedenza abituate a dover gestire di tutto, tesoreria, prestiti, mutui o investimenti, le realtà fintech sono in grado di offrire servizi molto personalizzati. Un po’ come è avvenuto in altri settori, ora anche i grandi player della finanza stanno comprendendo l’importanza della rivoluzione tecnologica. Stiamo assistendo ad una profonda trasformazione del settore in generale e, nello specifico, del ruolo della banca».

COSA È IL FINTECH E IL CASO SOISY
Servirà ancora del tempo prima che il processo si compia definitivamente, ma il trend è quello: i clienti di banche sono sempre più digitalizzati, quindi sempre meno si recano nelle filiali. Stiamo attraversando, insomma, una lunga fase di transizione. Una persona può confrontare online i diversi prodotti, prendere contatti tramite un’app e valutare le offerte che fanno al caso proprio. È in questo solco che si collocano le società fintech, che sfruttano l’ICT per la fornitura di servizi finanziari. Pietro Cesati, fondatore di Soisy, viene dal mondo delle banche. Così come Andrea Sandro. Ne hanno conosciuto vizi e virtù e, a un certo punto delle loro carriere nel settore, hanno deciso di creare una struttura capace di favorire i prestiti tra privati. La pratica si chiama peer-to-peer lending (P2P lending), o social lending: privati e aziende ricevono prestiti direttamente da altri privati e aziende, senza rivolgersi alla banca o alla finanziaria. Tale incontro avviene in un marketplace virtuale gestito dalla società, che non fa né riceve credito, ma si limita a garantirne il funzionamento. Trattandosi di un istituto di pagamento, Soisy è autorizzato e vigilato dalla Banca d’Italia. «Ci siamo costituiti a gennaio del 2015 – ricorda Sandro a T-Mag – e abbiamo richiesto subito l’autorizzazione a Banca d’Italia in qualità di istituto di pagamento. L’ok è arrivato nel mese di novembre, abbiamo poi iniziato a registrare i primi investitori ad aprile 2016, i primi richiedenti a maggio e il primo prestito lo abbiamo intermediato il mese successivo». Soisy, dunque mette in contatto i privati: «Il nostro investitore ‘tipo’ è una persona che ha dei soldi da parte, ma più che al rendimento è interessato a investire in maniera etica, cioè ad avere chiarezza e trasparenza su cosa sta investendo, ad esempio il progetto di un’altra persona o la ristrutturazione di un ufficio. Il richiedente, invece, si rivolge a noi perché ha bisogno di un finanziamento. Potrebbe andare in banca, certo, ma non lo fa perché probabilmente sfiduciato e preferisce un metodo più snello e immediato, accedendo da smartphone, tablet o computer». Il richiedente fornisce i dati personali, Soisy fa le dovute verifiche – gestione dei rischi, controlli antiriciclaggio… – entro le 24 ore: se approvata, chiuso il contratto con firma digitale, la richiesta di prestito viene inserita nel marketplace e associata alle proposte di investimento compatibili. Il processo può dirsi allora completato, con vantaggi da entrambe le parti e sicurezza sui tassi d’interesse applicati. «Stiamo anche cominciando ad avviare partnership con negozi fisici e piattaforme e-commerce, ovvero diamo la possibilità ai clienti di acquistare prodotti o servizi pagando a rate tramite la nostra startup», aggiunge Sandro.

IL METODO SOISY: SHARING ECONOMY E SMART WORKING
In altre parole quello che Soisy propone è una forma di sharing economy – l’economia della condivisione – adattata alla finanza, che diventa così “collaborativa”. Ma l’altro aspetto interessante, utile all’indagine di Galassia Lavoro, l’Osservatorio di T-Mag, è il metodo di lavoro che sviluppa la startup. «Oggi a Soisy lavorano nove persone – racconta Sandro –, siamo partiti da Milano e abbiamo deciso di sviluppare l’intera piattaforma in house, evitando di acquistare software esterno in modo da essere flessibili nella gestione e nell’integrazione di nuovi servizi. All’inizio, però, non avevamo sviluppatori in società e ci siamo affidati ad una software house di Cesena. Osservandoli abbiamo scoperto un mondo, in particolare quello della metodologia agile del lavoro, tipica degli sviluppatori. Loro tendono infatti ad accorciare il feedback con il cliente, interagendo il più possibile da remoto. Ogni settimana validano con il committente il prodotto che hanno sviluppato, ottimizzando i tempi. Ecco, noi abbiamo derivato tantissimo da questo approccio, sfruttando stand-up meeting e vari strumenti software in cui condividere progressi o difficoltà nell’avanzamento delle attività». Il risultato è che ognuno in Soisy può svolgere i propri compiti dalla postazione che ritiene più opportuna: «Abbiamo ovviamente una sede fisica, all’interno del Talent Garden di Milano – Calabiana, che è la più grande area europea dedicata al co-working. Chi vuole, può andare, e spesso ci raduniamo lì per le riunioni o gli incontri. Ma spesso lavoriamo a distanza, tutto quello che ci serve è un computer ed una buona connessione. È una grande opportunità per noi: alcuni nostri sviluppatori lavorano in città diverse. Oppure c’è una ragazza che si divide tra Roma e Milano. Io stesso, per esigenze personali, ho avuto necessità di passare del tempo a Roma lo scorso anno senza per questo compromettere la mia attività lavorativa». Non mancano però le strategie per mantenere intatte le relazioni face to face: «Una volta ogni quattro mesi, per una settimana, andiamo a lavorare tutti insieme in un posto che scegliamo, prendendo una casa con Airbnb o uno spazio in co-working. Siamo stati in Sardegna e poi in Trentino, fuori stagione per limare i costi. Siamo stati anche a Valencia e a fine settembre andremo a Berlino».
Quali i benefici che se ne traggono? «Il remote working – risponde il co-fondatore di Soisy – ci rende più produttivi, evitando la confusione dell’ufficio. Manca la parte relazionale, comunque importante, che colmiamo con questi appuntamenti. Ad ogni modo si tratta di una condizione win-win per i dipendenti e per l’azienda perché dà la possibilità ad ognuno di noi di organizzare la propria vita. Abbiamo un orario di lavoro, che possiamo gestire come meglio crediamo. Dal lato della società, è importante scegliere le persone che hanno i tuoi stessi valori in quanto la pianificazione degli impegni si basa molto sulla fiducia reciproca. Questo ci permette di allargare l’orizzonte nella selezione dei talenti, in particolare con gli sviluppatori che spesso richiedono flessibilità e sicurezza economica. Per quella che è la nostra esperienza – conclude Sandro – il bilancio fino a qui è senza dubbio positivo».

GALASSIA LAVORO

@fabiogermani

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