Ritratti – T-Mag | il magazine di Tecnè https://www.t-mag.it Fri, 07 Dec 2018 09:31:39 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.6 George Bush, ultimo presidente Usa “aristocratico” https://www.t-mag.it/2018/12/06/george-bush-ultimo-presidente-usa-aristocratico/ https://www.t-mag.it/2018/12/06/george-bush-ultimo-presidente-usa-aristocratico/#respond Thu, 06 Dec 2018 16:17:49 +0000 http://www.t-mag.it/?p=134300 Coi solenni funerali di Stato tenutisi ieri a Washington, alla presenza del presidente Trump e dei suoi predecessori (Carter, Clinton, Bush junior e Obama con le rispettive first lady) nonché di Capi di Stato e di Governo stranieri, tra cui la Merkel, il Principe Carlo e il fondatore di Solidarnosc, Walesa, si è conclusa la vicenda terrena di George Bush, morto venerdì 30 novembre all’età di 94 anni, sette mesi dopo la moglie, Barbara, con cui è stato sposato ben 73 anni. Affetto dal Parkinson, viveva, da anni, in sedia a rotelle nella sua casa a Houston, in quel Texas dove si trasferì nel dopoguerra fondando una compagnia petrolifera e dove tornerà per la sepoltura. L’apprezzamento bipartisan nei suoi confronti è dimostrato dalle parole e dai messaggi social, fin dai primi momenti successivi alla notizia della morte, da Clinton, che si è detto onorato della sua amicizia, ad Obama che ne ha parlato come di umile servitore e patriota, a Trump che ha parlato di esempio per generazioni di americani.

Figlio del banchiere e senatore repubblicano (del Connecticut) Prescott, era il classico rampollo dell’aristocrazia East Coast. Ultimo Presidente eroe di guerra, riuscì a salvarsi dall’abbattimento del suo aereo in Giappone nel 1944. Al termine del conflitto si laureò a Yale, sposò Barbara Pierce, a sua volta discendente di un ex presidente (democratico) di metà ottocento, Franklin Pierce. Entrò in politica negli anni ’60 tra i repubblicani perdendo la corsa al Senato, nell’allora roccaforte democratica del Texas in un anno (il 1964) disastroso per il suo partito, ma due anni dopo, nel difficile per i Dem 1966, vinse la sfida alla Camera, per il distretto 7, che includeva parte di Houston e dei sobborghi occidentali. Riconfermatosi nel 1968, ritentò, invano, nel 1970, la corsa al Senato: a sconfiggerlo fu quel Lloyd Bentesen, che avrebbe ritrovato nella corsa presidenziale nel 1988 come vice del suo avversario Dukakis.

Nominato da Nixon ambasciatore all’ONU e divenuto segretario del Partito repubblicano, consigliò le dimissioni all’allora presidente colpito dallo scandalo Watergate, per il bene del Paese e del Partito. Con Ford, fu nominato dapprima ambasciatore in Cina e poi direttore della CIA. Tentò la corsa alla Casa Bianca nel 1980, ma alle primarie fu battuto da Ronald Reagan, che lo scelse, quale vice, nel ticket che stravinse le presidenziali quell’anno, travolgendo il presidente uscente Jimmy Carter, forse troppo pacifista per i gusti dell’elettorato a stelle e strisce.

Fedele, pur partendo da posizioni diverse (e più moderate), al presidente Reagan, ne ebbe l’appoggio decisivo per la sfida presidenziale del 1988, in cui vinte facilmente le primarie, ebbe la meglio, nonostante le difficoltà fino all’estate (i sondaggi di luglio, assai negativi lo proiettavano indietro di ben 17 punti) sul democratico Michael Dukakis, con una campagna molto dura, nella quale il suo competitor venne dipinto come incapace a garantire sicurezza, interna ed esterna, per la nazione. La vittoria di Bush fu molto netta, sia come voto popolare (il vantaggio sfiorò l’8% nazionale, livello mai più toccato da un repubblicano e superato di poco solo da Clinton nel 1996), sia soprattutto nel voto degli Stati (se ne aggiudicò ben 40, tra cui per l’ultima volta California, Vermont, Illinois e Maryland dove oggi è impensabile una vittoria repubblicana) e, di conseguenza, dei delegati (ultimo, non solo tra i repubblicani, a sfondare quota 400). È al momento anche l’ultimo ad aver vinto la sfida presidenziale dopo una precedente sconfitta alle primarie.

Classico esempio di civil servant, ottenne numerosi successi in politica estera, su tutti la fine, pacifica, della “Guerra Fredda”, col crollo del comunismo nell’Est Europa, tra il 1989 e il 1990; e la missione in Iraq (1a Guerra del Golfo), nella quale (1991) costruì un’ampia coalizione internazionale, comprendente diversi Paesi Arabi e col beneplacito dell’URSS (URSS che si sarebbe sciolta di lì a pochi mesi); si attenne al mandato ONU ossia la liberazione del Kuwait, occupato dall’esercito irakeno dall’estate del 1990, senza puntare all’abbattimento di Saddam Hussein, abbattimento che riteneva imprudente e foriero di destabilizzazione in un’area già di suo turbolenta. Ancora, l’avvio di un serio dialogo israelo-palestinese, a partire dal 1991, che porterà, sotto gli auspici del successore, Clinton, agli accordi di Camp David e poi di Oslo, tra Arafat e Rabin del 1993, naufragati a seguito dell’assassinio del premier israeliano nell’autunno 1995.

Paradossalmente, gli furono fatali proprio i successi in politica estera, in un periodo in cui terminato il boom dell’era Reagan, l’economia languiva fino a cadere in recessione: l’opinione pubblica non gli perdonò l’occuparsi della situazione internazionale, a scapito delle difficoltà interne; oltretutto fu anche accusato da settori neo-cons di irresolutezza per il mancato rovesciamento di Saddam, per la cautela con cui trattò la dissoluzione del sistema comunista dell’Est e per il maggior equilibrio sul tema mediorientale rispetto al tradizionale appiattimento filo israeliano delle amministrazioni USA (specie repubblicane). Insomma, ciò che (coadiuvato dal buon lavoro del segretario di Stato, James Baker), negli anni sarebbe stato apprezzato come esempio di lungimiranza (a differenza ad es. del disastro lasciato in Iraq dal figlio), fu allora denigrato come debolezza.

Era come si è detto un civil servant, non molto carismatico, con la sfortuna di essersi trovato a governare in mezzo a due campioni di empatia e grandi comunicatori, quali Ronald Reagan e Bill Clinton; la recessione del 1991/92 gli fu fatale, ma ancor più l’esser percepito come “aristocratico”, distante dai problemi del popolo. Ancora, a togliergli i voti decisivi alla riconferma fu il miliardario populista Ross Perot che ottenne un formidabile 19% (massimo dal dopoguerra per un terzo candidato) e ultimo, ma non meno importante, proprio la fine della Guerra Fredda, con la minaccia sovietica non più all’ordine del giorno, tolse ai candidati repubblicani quel surplus di voti tra gli elettori indipendenti e moderati (i quali preoccupati dalla cattiva situazione in Vietnam e temendo un’espansione del comunismo, si affidavano al partito percepito come più duro verso Mosca), che a partire dal 1968, aveva visto i repubblicani vincere cinque elezioni su sei (di cui quattro molto nettamente), e soccombere solo nel 1976, di stretta misura, e dopo il Watergate.

La sua popolarità, elevatissima dopo l’Iraq, cominciò a scendere inesorabilmente dalla primavera 1991, per mantenersi bassa fino alle elezioni del 1992, in cui cedette la mano a Bill Clinton; curiosamente, anche per la ripresa economica che cominciò proprio nell’autunno 1992 (ma ormai tardi per la rielezione), la sua popolarità tornò a crescere velocemente, nei due mesi e mezzo intercorsi tra le elezioni e l’insediamento del nuovo presidente, tanto che al momento del giuramento di Clinton, il suo tasso di apprezzamento era ben più alto dei giudizi negativi.

Uomo di fede, ma, a differenza del figlio, non “rinato”, era di confessione episcopale; dopo la presidenza scese in campo per iniziative di solidarietà bipartisan con Clinton (raccolta fondi post tsunami in Indonesia e uragano Kathrina). Con lui se ne va l’ultimo presidente aristocratico e, per dirla con Vittorio Zucconi, «l’ultimo leader della grande vecchia America».

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Chi era John McCain, in un discorso https://www.t-mag.it/2018/08/27/chi-era-john-mccain-in-un-discorso/ https://www.t-mag.it/2018/08/27/chi-era-john-mccain-in-un-discorso/#respond Mon, 27 Aug 2018 13:35:45 +0000 http://www.t-mag.it/?p=131669 Sarà una settimana di omaggi per il senatore John McCain, frontrunner repubblicano alle presidenziali Usa del 2008 che videro trionfare l’allora senatore dell’Illinois, Barack Obama. McCain, eroe di guerra in Vietnam, è morto a 81 anni sabato 25 agosto per un tumore al cervello. Conservatore tutto d’un pezzo, era soprattutto un uomo delle istituzioni, rispettoso dei ruoli e al pieno servizio del Paese. Circostanze che lo hanno reso anche un politico indipendente rispetto alle linee di partito (di qui il soprannome di maverick), condotta che lo ha contraddistinto in particolare negli ultimi tempi, in aperto contrasto con l’attuale presidente Donald Trump. Sostenitore di Ronald Reagan, ma anche del dialogo con i democratici, era inoltre grande amico di Joe Biden e John Kerry. Durante un comizio nel 2008 prese le difese di Obama sul quale in quel periodo tanti americani esprimevano dubbi riguardo la possibilità che il futuro presidente «fosse arabo». McCain rispose allora ad una sua sostenitrice: «No, signora. Obama è un onesto cittadino e padre di famiglia con cui non sono d’accordo su temi importanti, ed è solo su questo che si basa la mia campagna». Per comprendere meglio il personaggio (oltre che politico) McCain vale la pena rileggere il concession speech del 2008, ovvero il discorso con cui ammise la sconfitta alle presidenziali.

Grazie, miei cari amici. Grazie per esser venuti qui, in Arizona, in questa bellissima serata. Siamo giunti al termine di un lungo viaggio. Il popolo americano si è pronunciato, e lo ha fatto con chiarezza. Pochi istanti fa ho avuto l’onore di sentire al telefono il senatore Barack Obama per congratularmi con lui per l’elezione a nuovo presidente del Paese che entrambi amiamo.

In una competizione lunga e difficile qual è stata questa campagna elettorale, il suo successo merita tutto il mio rispetto per l’abilità e perseveranza con cui è stato ottenuto. Il fatto che egli sia riuscito in quest’impresa animando le speranze di così tanti milioni di americani, un tempo ingiustamente convinti di aver ben poco da guadagnare oppure scarsa influenza nell’elezione di un presidente, è qualcosa che desta in me profonda ammirazione.
Questa di oggi è un’elezione storica, e io riconosco lo speciale significato che essa riveste per gli afro-americani e l’orgoglio che stasera essi devono provare. Sono sempre stato convinto che l’America offra opportunità a chiunque abbia lo zelo e la volontà per coglierle. Anche il senatore Obama ne è convinto. Entrambi riconosciamo che sebbene ci siamo lasciati da tempo alle spalle le vecchie ingiustizie che hanno macchiato la reputazione della nostra nazione e negato a un certo numero di americani la piena benedizione della cittadinanza, il loro ricordo ha ancora il potere di ferire.
Un secolo fa, l’invito a cena alla Casa Bianca rivolto dal presidente Theodore Roosevelt a Booker T. Washington fu visto da più parti come un oltraggio. L’America oggi è lontana un mondo dalla crudele e superba faziosità di quei tempi. Niente lo dimostra meglio dell’elezione di un afro-americano alla presidenza degli Stati Uniti. E nessun americano, per nessun motivo, deve oggi rinunciare a onorare la sua cittadinanza in questa che è la più grande nazione della Terra.
Il senatore Obama ha raggiunto un grandioso traguardo per sé e per il suo Paese. Di tutto questo gli rendo merito, e gli porgo le mie più sincere condoglianze per la morte della sua adorata nonna che non è vissuta abbastanza a lungo per vedere questo giorno. Tuttavia, la nostra fede ci assicura che lei oggi riposa al cospetto del Creatore, e sarà quindi molto fiera del buon uomo che ha aiutato a crescere.

Il senatore Obama e io abbiamo avuto le nostre divergenze, e lui ha avuto la meglio. Non c’è dubbio che molte di queste differenze permangano. Sono tempi difficili per il nostro Paese, e io questa sera gli prometto di fare tutto ciò che è in mio potere per aiutarlo a guidarci attraverso le numerose sfide che ci attendono. Esorto tutti gli americani che mi hanno offerto il loro appoggio a unirsi a me non soltanto nel congratularsi con lui, ma nell’offrire al nostro nuovo presidente la buona volontà e un onesto sforzo per trovare il modo di incontrarci, per raggiungere i necessari compromessi, per colmare le nostre differenze e cercare di ritrovare la nostra prosperità, difendere la nostra sicurezza in un mondo pieno di insidie e lasciare ai nostri figli e nipoti un Paese migliore e più forte di quello che abbiamo ereditato.

Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti americani. E vi prego di credermi che nessun vincolo è mai stato per me più importante di questo. È normale, questa sera, provare un po’ di delusione; ma già domani dovremo superarla e lavorare assieme per rimettere in moto il nostro Paese. Abbiamo lottato duramente, quanto più non potevamo. E anche se non ce l’abbiamo fatta, il fallimento è mio, non vostro.
Provo immensa gratitudine verso tutti voi, per avermi dato il grande onore di ricevere il vostro sostegno e per tutto ciò che avete fatto per me. Speravo che il risultato fosse diverso. Il cammino è stato impervio sin dall’inizio. Ma il vostro sostegno e la vostra amicizia non hanno mai vacillato. Non trovo le parole giuste per esprimervi quanto profonda sia la mia riconoscenza.

Sono particolarmente grato a mia moglie Cindy, ai miei figli, alla mia cara madre, a tutta la mia famiglia e ai tanti vecchi e amici che sono stati al mio fianco nei molti alti e bassi di questa lunga campagna elettorale. Sono sempre stato un uomo fortunato, e più che mai per l’amore e l’incoraggiamento che mi avete dimostrato. Come sapete, le campagne elettorali sono spesso più dure per la famiglia del candidato che per il candidato stesso, e anche questa campagna lo ha confermato. Tutto ciò che posso offrirvi in cambio è il mio amore e la mia gratitudine, e la promessa di anni più sereni d’ora in avanti.
Sono anche molto riconoscente, naturalmente, alla governatrice Sarah Palin, una delle migliori attiviste elettorali che abbia mai visto. È una voce nuova e sorprendente nel Partito repubblicano, per le riforme e i principi che hanno sempre rappresentato il nostro vero punto di forza. E sono grato a suo marito Todd e ai loro cinque splendidi figli per la loro instancabile dedizione alla nostra causa e per il coraggio e la sensibilità che hanno dimostrato. Noi tutti possiamo guardare avanti con enorme interesse al futuro impegno di Sarah Palin al servizio dell’Alaska, del Partito repubblicano e del nostro Paese.
Rivolgo un immenso grazie a tutti coloro che mi hanno accompagnato, da Rick Davis, Steve Schmidt e Mark Salter all’ultimo volontario che, mese dopo mese, si sono spesi così duramente e valorosamente in quella che a volte è sembrata la campagna più combattuta dei tempi moderni. Un’elezione persa non conterà mai, per me, più del privilegio della vostra fiducia e amicizia. Davvero non so che cosa avremmo potuto fare di più per tentare di vincere quest’elezione. Lascio ad altri il compito di valutarlo.

Ogni candidato commette degli sbagli, e sono sicuro di averne fatti anche io. Ma non passerò un solo istante, d’ora in avanti, a rimpiangere ciò che sarebbe potuto essere. Questa campagna è stata e resterà il più grande onore della mia vita. E il mio cuore non è ricolmo che di gratitudine per quest’esperienza e per il popolo americano che mi ha dedicato la sua attenzione prima di decidere che il senatore Obama e il mio vecchio amico e senatore Joe Biden avrebbero avuto l’onore di guidarci nei prossimi quattro anni.

Non sarei un americano degno di tal nome se dovessi rimpiangere una sorte che mi ha concesso lo straordinario privilegio di servire l’America per mezzo secolo. Oggi sono stato il candidato alla più alta carica nel Paese che amo così tanto. E stasera resto il suo servitore. Questa è una benedizione sufficiente per chiunque, e perciò ringrazio la popolazione dell’Arizona. Questa sera, più di ogni altra sera, nel mio cuore non c’è che amore per questo Paese e per tutti i suoi cittadini, sia che abbiano sostenuto me o il senatore Obama, e auguro buona fortuna all’uomo che è stato il mio rivale e che sarà il mio presidente.
E mi appello a tutti gli americani, come spesso ho fatto in questa campagna, a non disperare delle nostre attuali difficoltà, ma di credere sempre nella promessa e nella grandezza dell’America, perché niente è ineluttabile, qui. Gli americani non si lasciano mai andare. Noi non ci arrendiamo mai. Non ci nascondiamo dalla Storia, noi facciamo la Storia. Grazie, Dio vi benedica e benedica l’America.

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Schultz lascia Starbucks: breve storia di un modello di business https://www.t-mag.it/2018/06/05/schultz-lascia-starbucks-breve-storia-di-un-modello-di-business/ https://www.t-mag.it/2018/06/05/schultz-lascia-starbucks-breve-storia-di-un-modello-di-business/#respond Tue, 05 Jun 2018 15:41:31 +0000 http://www.t-mag.it/?p=130018 Ora che Howard Schultz ha deciso di lasciare Starbucks in via definitiva, da presidente esecutivo, il 26 giugno dopo che nel 2017 aveva abbandonato la carica di amministratore delegato (anche se supervisionerà l’ingresso del gruppo nel mercato italiano, con l’apertura di un punto vendita a Milano, il 6 settembre), negli Stati Uniti si rincorrono le voci di un suo possibile impegno in politica, sponda democratica, magari candidato presidente nel 2020.

Non è la prima volta che si vocifera di un suo ipotetico coinvolgimento. Notoriamente ostile alle politiche dell’amministrazione Trump, al New York Times ha detto: «Da tempo ormai sono molto preoccupato per il mio Paese, per le crescenti divisioni a casa e per il nostro posizionamento nel mondo. Voglio capire se c’è un ruolo che posso giocare, ma non sono ancora esattamente sicuro di cosa ciò significhi». Non una conferma, non una smentita. Un messaggio criptico per un uomo, in verità, piuttosto pratico come conferma la sua storia di imprenditore.

Leggenda vuole Schultz fare ritorno a casa da un viaggio in Italia nel 1983 con la valigia piena di idee. Starbucks esisteva già, era un’azienda di Seattle specializzata nella torrefazione e nella vendita di caffè, in grani o macinato. Lui ci lavorava da circa un anno, come direttore marketing. In Italia aveva scoperto la cultura del bar e ai suoi capi di Seattle propose di promuovere qualcosa di simile. Il resto è storia: sotto la sua guida, Starbucks è passata da 11 punti vendita a 28 mila in oltre 70 paesi, dagli Stati Uniti all’Asia, passando per l’Europa. A un certo punto si era soliti dire che la concorrenza a Starbucks sarebbe giunta da Starbucks, dato che in molte città americane potevano sorgere punti vendita a poca distanza l’uno dall’altro. E così in effetti è stato fino alla crisi economica: le perdite registrate tra il 2008 e il 2009 hanno costretto il gruppo a “ridimensionare” il numero degli esercizi e ad abbassare i prezzi dei prodotti, con la conseguente riduzione dei posti di lavoro.

Come ogni storia di successo, tipicamente statunitense, arriva un momento in cui questioni sociali (che in America spesso significa razziali) si mescolano ad affari e business. Quando Donald Trump ha cominiciato a mettere in pratica politiche restrittive in termini di accoglienza, la posizione ufficiale espressa al gruppo è stata di segno opposto: «Ci sono più di 65 milioni di cittadini del mondo riconosciuti come rifugiati dalle Nazioni unite e noi stiamo definendo piani per assumerne 10 mila nei prossimi cinque anni nei 75 paesi del mondo dove è presente Starbucks e inizieremo qui negli Stati Uniti, concentrandoci inizialmente su questi individui che hanno servito le truppe Usa come interpreti e personale di supporto nei diversi paesi dove il nostro esercito ha chiesto sostegno», spiegò Schultz in una lettera ai dipendenti. Non che siano mancati gli incidenti di percorso. Ad aprile, in un punto vendita di Philadelphia, due ragazzi afroamericani sono stati arrestati perché stavano ritardando l’ordine in attesa di un terzo amico, circostanza che per qualche motivo aveva indispettito i dipendenti. Era stato loro negato persino di accedere al bagno, destinato ai clienti paganti. Chiamata la polizia e seguito l’arresto via social, una volta innescata la spirale d’indignazione (in molti hanno fatto notare un atteggiamento discriminatorio), i piani alti di Starbucks non hanno potuto fare altro che chiedere scusa e organizzare immediatamente una giornata di formazione anti-razzismo per i dipendenti.

Lo scorso anno Schultz si era dimesso da amministratore delegato, ma da presidente esecutivo si è poi concentrato nell’apertura di negozi di fascia alta, con prodotti più ricercati. In Italia Starbucks è stato a lungo assente, anche per un diverso modello culturale sul consumo di caffè di cui Schultz è stato sempre pienamente consapevole avendolo studiato molto bene. Così è stato fino a quest’anno: a Milano aprirà a breve un locale, di quelli di alta fascia.

@fabiogermani

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Stephen Hawking. Quando la scienza diventa pop https://www.t-mag.it/2018/03/14/stephen-hawking-quando-la-scienza-diventa-pop/ https://www.t-mag.it/2018/03/14/stephen-hawking-quando-la-scienza-diventa-pop/#respond Wed, 14 Mar 2018 16:48:30 +0000 http://www.t-mag.it/?p=127996 Quando muore una personalità di spessore – che sia un attore o un cantante, un politico o una guida religiosa – è il ricordo di questo o quell’evento, una frase davvero pronunciata o semplicemente attribuita, il modo più diffuso per descriverla. Stephen Hawking, morto a 76 anni il 14 marzo mattina nella sua casa di Cambridge, nel Regno Unito, è sicuramente una di quelle personalità, descritte in quel modo. Ma un motivo c’è: è stato capace di rendere pop una materia tanto complessa come l’astrofisica, di avvicinare la scienza alle persone – in una dimensione quantomeno simbolica – tanti anni dopo l’iconografia di Albert Einstein. Per dirla con Amedeo Balbi, che di recente ha ritratto lo scienziato per il Tascabile, «una parte del successo popolare del personaggio Hawking è legata proprio a questa possibilità di semplificazione narrativa. Prima c’è un giovane studente, ribelle e irrisolto, intelligente ma non eccezionale: poi c’è la malattia, e con essa la trasformazione in un genio chiuso nel suo mondo mentale, separato dal resto dell’umanità ma allo stesso tempo in grado di essere una specie di ponte tra il mondo della materia inerte – dove si soffre e ci si ammala – e quello platonico e perfetto della matematica».

[By Pete SouzaWhite House Photostream, Public Domain, Link]

Nel 2014 un film sulla sua vita, La teoria del tutto. Apparizioni o citazioni in episodi dei Simpson, The Big Bang Theory, Star Trek. Persino una parte in una pubblicità della Jaguar. Hawking, insomma, è stato indubbiamente una delle menti più brillanti della nostra epoca, ma non solo questo. Tutto è cominciato alla fine degli anni ’80, con la pubblicazione del libro Dal Big Bang ai buchi neri. Breve storia del tempo, che ebbe un incredibile successo. Quanto sia stato capito da chi lo ha letto è cosa oggi di poco conto, per quanto sia questione dirimente del suo lascito scientifico. È l’epoca dei meme, dell’omaggio condiviso, della parola detta o forse no che vale più degli studi, delle scoperte, dei contributi al sapere umano. Ricorda ancora Balbi: «Non si è mai tirato indietro nel dare in pasto ai media titoli appetitosi, anche a prezzo di apparire irrimediabilmente ingenuo su tutto ciò che non abbia una diretta attinenza con la fisica teorica». Tra le tante cose che possiamo rammentare – tema caro a T-Mag, almeno in un’ottica sociale ed economica – la sua avversione all’idea di un mondo dominato dai robot. Le intelligenze artificiali, secondo Hawking, potrebbero rappresentare l’inizio della fine, ovvero un beneficio che non riuscirà a compensare la possibilità di danno perché quando le macchine saranno in grado di autogovernarsi non potremo predevere obiettivi, fini, comportamenti. E non è stato il solo a mettere in guardia l’umanità dall’avvento di macchine intelligenti. Anche Elon Musk e Bill Gates hanno sostenuto qualcosa di simile, certo non dei nemici dell’innovazione e della tecnologia.

Resta però un fatto, al di là degli scenari nefasti che non possiamo oggi quantificare in alcun modo, se non immaginando un futuro del tutto ipotetico su cui però i decisori (politica, classe dirigente…) dovranno mostrarsi lungimiranti e capaci di governare: se oggi sappiamo – chi più, chi meno – imbastire un discorso sui buchi neri, è perché lo dobbiamo in larghissima parte a lui. Alla sua abilità di rendere un concetto scientifico non alla portata di tutti un motivo di conversazione tra profani della materia. Hawking ha voluto governare il suo potenziale e personale buco nero – una malattia che lo ha costretto a vivere su una sedia a rotelle – e ci è riuscito alla grande, un esempio per molti. Il mondo che ci attende dopo Hawking, invece, sarà una scoperta per tutti. In fondo era “solo” un fisico.

@fabiogermani

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Hugh Hefner, l’uomo che inventò “Playboy” https://www.t-mag.it/2017/09/28/hugh-hefner-playboy/ https://www.t-mag.it/2017/09/28/hugh-hefner-playboy/#respond Thu, 28 Sep 2017 15:35:47 +0000 http://www.t-mag.it/?p=123428 Nel 1953 Hugh Hefner – uno che aveva lavorato per Esquire e come responsabile per una rivista per bambini – chiese settemila dollari in prestito, a cui ne aggiunse 600 che aveva messo da parte. Se ne servì per lanciare il primo numero di Playboy. Si trattò di un punto di rottura per la sua vita, terminata per cause naturali il 27 settembre 2017, all’età di 91 anni, per i suoi lettori (gli uomini tra i 18 e gli 80 anni erano il target dichiarato nel primo editoriale del magazine) e non solo. Il primo numero andò a ruba: ne furono vendute circa 50mila copie.

Pur criticandone le successive evoluzioni, il New York Times ha scritto che agli inizi degli anni Cinquanta il mondo non aspettava altro che Playboy. Hefner ha azzeccato il momento giusto per lanciare una rivista come non se ne erano mai viste prima e il pubblico (maschile) apprezzò moltissimo. Con i contenuti proposti (foto di donne nude e bellissime) non poteva andare diversamente, del resto.

C’erano, però, da vincere le resistenze di una società molto più conservatrice rispetto a quella attuale. Tuttavia, attraverso una manciata di pagine patinate, Hefner è riuscito a sdoganare il nudo con largo anticipo rispetto alla rivoluzione culturale degli anni Sessanta. Quando (forse) sarebbe potuto essere più facile. Nel 1963, il papà di Playboy è stato comunque arrestato con l’accusa di diffondere materiale osceno – ad essere contestato fu il numero di giugno con l’attrice Jayne Mansfield –, salvo poi essere assolto dalla giuria.

Ha sdoganato il nudo femminile nonostante un background culturale molto religioso – entrambi i genitori erano protestanti conservatori: ciò non ha impedito comunque alla madre di prestare mille dollari al figlio per lanciare la rivista – e dopo aver subìto una delusione fortissima: Hefner ha raccontato di essere stato tradito dalla sua prima moglie, da cui ha avuto un figlio, mentre prestava il servizio militare. Di mogli poi ne avrebbe avute molte altre. Fino a Crystal Harris, eletta playmate del mese nel dicembre 2009 e molto più giovane di lui, sposata il 31 dicembre 2012.

Per il primo numero del magazine, nella scelta della copertina, Hefner è andato sul sicuro scegliendo Marylin Monroe, già (molto) famosa e quindi riconoscibile da chiunque. La vera intuizione è stata un’altra, però: cercare la playmate – ovvero la modella che appare nella pagina centrale del magazine –, tra le ragazze (naturalmente bellissime) della “porta accanto”, stuzzicando una delle fantasie più diffuse tra gli uomini (la rivista non ha rinunciato comunque alle top model).

Hefner non si è limitato a lanciare un magazine – crederlo non permetterebbe di capire bene la sua storia -, ha costruito un’immagine di sé ben precisa: un uomo di successo, affascinante e circondato da donne bellissime, irraggiungibili per la maggior parte della popolazione maschile, con le quali condivideva la sua villa, la Playboy Mansion, al 10236 Charing Cross Road di Los Angeles. Ventinove stanze, una cantina, una sala giochi, uno zoo, campi da tennis, piscina e una cascata personale, vendute solo nel giugno 2016 a Daren Metropoulos, 33 anni e figlio del miliardario C.Dean Metropoulos, per 100 milioni di dollari.

Hefner poteva permettersi molte cose: con la sua rivista, ha costruito un impero (nel 1975, all’apice della sua storia, ogni numero di Playboy raggiungeva 5,6 milioni di copie).

Centinaia di numeri alle spalle e un brand tra i più riconosciuti al mondo non hanno permesso a Playboy di resistere al tempo. I contenuti pornografici e erotici on-line, gratuiti e accessibili a chiunque in possesso di una connessione internet, hanno contribuito molto a renderla una rivista meno desiderata: troppo facile trovare in rete ciò che Playboy offriva a pagamento e perdipiù senza sfociare nella pornografia (si parla infatti di softcore). Nell’ottobre 2015 Playboy rinuncia così ai nudi – meglio tentare altre vie –, salvo poi ripensarci nel febbraio 2017. Ad altre riviste simili a quella pensata da Hefner (si pensi a Penthouse, ad esempio) è andata peggio. Playboy è ancora Playboy. Nonostante tutto.

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Usa 2016. Rex Tillerson, l’uomo scelto da Trump https://www.t-mag.it/2016/12/14/usa-2016-rex-tillerson-luomo-scelto-da-trump/ https://www.t-mag.it/2016/12/14/usa-2016-rex-tillerson-luomo-scelto-da-trump/#respond Wed, 14 Dec 2016 10:46:47 +0000 http://www.t-mag.it/?p=113040 Il fatto che il presidente eletto Donald Trump lo abbia scelto in via ufficiale – come da lui annunciato su Twitter, dopo le prime indiscrezioni di NBC News – potrebbe significare poco. Perché ad oggi, tra gli stessi repubblicani, la nomina di Rex Tillerson a segretario di Stato (il ministro degli Esteri, a forzare un confronto) crea confusione. E molti senatori, che saranno presto chiamati a ratificare l’incarico, potrebbero dissentire e dare voto contrario. Al Senato, infatti, spetta un controllo vincolante su tutte le nomine presidenziali e quella di Tillerson – amministratore delegato della compagnia petrolifera ExxonMobil – certo non farà eccezione. Si vocifera – stando al Washington Post – che l’ex segretario di Stato durante il secondo mandato di amministrazione Bush, Condoleezza Rice, e l’ex vicepresidente, Dick Cheney, siano invece dalla sua parte e che lo sosterranno pubblicamente.

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REX TILLERSON, CHI È
Personaggio dai tanti volti, partiamo dai punti fermi: è texano ed ha 64 anni. È uno scout, a capo dei Boy Scouts of America dal 2010 al 2011 (da presidente del movimento ha avviato il processo di integrazione a favore degli omosessuali, poi definitivo nel 2013). Lavora da una vita nella compagnia petrolifera Exxon (Esso nel mercato europeo), che nel 1999 venne fusa alla Mobil (perciò ExxonMobil) riunendo due delle principali società – in origine rispettivamente Standard Oil Company of New Jersey e Standard Oil Company of New York – dell’universo Standard Oil, l’impero petrolifero fondato da John D. Rockefeller nel 1870. Tillerson è amministratore della compagnia dal 2006, ed è proprio in quell’anno che ExxonMobil registra numeri da record, con un utile netto di 39,5 miliardi di dollari, un aumento del 9,3% rispetto al 2005. Un picco favorito dall’impennata dei prezzi del barile e una politica accomodante dell’amministrazione (repubblicana) di allora. Nelle ore che hanno anticipato la sua nomina i giornali di mezzo mondo si sono affrettati ad etichettarlo, chi in un modo chi nell’altro: amico di Putin è la descrizione più gettonata, ma anche negazionista dei cambiamenti climatici è stata espressione alquanto abusata (in verità sostiene il recente accordo di Parigi sul clima, a differenza del suo prossimo superiore). Nel 2008 Neva Rockefeller Goodwin, figlia di David Rockefeller e pronipote del patriarca della potente famiglia, annunciò la sua intenzione di portare all’assemblea degli azionisti di ExxonMobil una mozione con cui richiedere l’avvio di una serie di investimenti nelle energie pulite. Questione spinosa, da sempre, perché molte delle principali compagnie petrolifere – ed Exxon non fa eccezione – hanno a lungo snobbato il problema. Interrogato in diverse occasioni, Tillerson ha dribblato l’ostacolo ogni volta con disinvoltura: decide il mercato e se c’è domanda di petrolio, che si venda il petrolio. Eppure è stato proprio Tillerson a instradare Exxon in un percorso vagamente più “green”, dicendosi favorevole all’ipotesi di una carbon tax, mentre altrove – in Europa, soprattutto – era aperta la discussione sulla possibilità di istituire un mercato globale delle emissioni (con la duplice prospettiva di salvaguardare ambiente e bilanci della società). Ma guai a sostenere che Exxon ha mentito sui rischi legati ai cambiamenti climatici: il CEO risponderà che ciò non è vero.

La rivista specializzata Fortune ha inserito più volte Rex Tillerson nella classifica degli uomini più potenti nel mondo del business. Da quando è salito ai vertici di Exxon sono però passati dieci anni e di recente la sua compagnia, come molte altre che operano nel settore, si è vista costretta a tagliare del 25% le spese in conto capitale. Il crollo dei prezzi del petrolio, cui assistiamo ormai dal 2014, impone misure più oculate nella gestione delle risorse: investimenti mirati “sulla base dei fondamentali della domanda di mercato”, come ha spiegato l’amministratore delegato in persona. Insomma, a ben vedere Tillerson è null’altro che un uomo d’affari. Esperienza politica pari a zero, anche se con i leader politici ha avuto parecchio a che fare. Con il presidente venezuelano Hugo Chávez, ad esempio, che volle nazionalizzare nel 2007 i beni delle società petrolifere straniere presenti sul territorio, ricevendo in cambio da Exxon uno scontro legale con esito positivo – sette anni più tardi – per la compagnia guidata da Tillerson (un indennizzo da 1,6 miliardi di dollari). Ma anche questi sono solo affari. La politica, si obietterà, è un’altra cosa.

LA QUESTIONE RUSSA
Veniamo così all’aspetto più controverso, la vicinanza al presidente russo Vladimir Putin. I rapporti tra i due sono datati, suggellati nel 2013 dall’Ordine dell’Amicizia, una onorificenza destinata a chi ha intrapreso legami profondi con Mosca, “per il contributo eccezionale – spiega Wikipedia – al rafforzamento dell’amicizia e della cooperazione tra i popoli; per l’attività proficua in avvicinamento e arricchimento reciproco delle culture delle nazioni; per l’assistenza alla promozione della pace e delle relazioni amichevoli tra le nazioni; per attività significative alla conservazione e all’aumento del patrimonio culturale e storico della Russia; per i progressi compiuti nel lavoro; per le opere di carità”. Ma l’amicizia tra Putin e Tillerson è di pura convenienza, anche in questo caso una mera questione di affari. I contatti cominciarono alla fine degli anni ’90, quando il futuro amministratore delegato di Exxon seguiva le attività della compagnia in Russia. In particolare, siamo già al 2011, Exxon e Mosca stipulano un accordo dal valore – a detta di Putin – di 500 miliardi di dollari (in joint venture con Rosneft, tra le maggiori compagnie petrolifere nazionali), che consiste nella concessione di attività, dapprima esplorative, nelle zone dell’Artico sotto la sfera russa. La collaborazione subisce tuttavia una brusca frenata non molto tempo dopo, a causa delle sanzioni che Stati Uniti ed Unione europea applicano alla Russia a seguito delle pretese egemoniche e dell’annessione, nell’aprile del 2014, della penisola ucraina di Crimea da parte di Mosca. Tillerson criticherà apertamente tali decisioni.
Non è un segreto che Trump intenda normalizzare le relazioni tra Stati Uniti e Russia, dopo le tensioni con Obama alla Casa Bianca. Dal suo punto di vista, Rex Tillerson – uno per niente inviso al Cremlino – è la pedina giusta per compiere questo passo. Ma è anche il motivo per cui molti senatori repubblicani – tra i quali John McCain e Marco Rubio – sono ora quantomeno scettici sulla nomina. È davvero conveniente per l’America un rapporto così stretto con la Russia di Putin? Tanti i dossier ancora sul tavolo, compresa la questione siriana e del legame tra Mosca e il presidente Bashar al-Assad. Senza dimenticare che la scelta di Trump su Tillerson si colloca nel mezzo di una spy story che, secondo la CIA, riguarderebbe presunti attacchi informatici foraggiati dal governo russo per favorire la vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali dell’8 novembre.

QUALI SCENARI
Dopo il presidente e il vicepresidente, viene il segretario di Stato. Si capisce allora perché il ruolo venga considerato importante e allo stesso tempo molto delicato nel quadro della politica statunitense. E si capisce anche perché molti senatori – quelli democratici, ma anche tra le file repubblicane – siano al momento scettici sulla nomina di Rex Tillerson, data l’inesperienza politica (i nomi circolati in precedenza erano stati quelli di Rudy Giuliani, Mitt Romney e David Petraeus). Nell’ottica di Trump la scelta ha una logica: Tillerson è un uomo abituato a chiudere accordi nel pieno interesse del soggetto per cui lavora. Nella diplomazia il principio è lo stesso, secondo il presidente eletto. In più è la persona giusta per tornare ad avere rapporti amichevoli, e soprattutto proficui, con la Russia. Il paradosso è che queste sono le motivazioni che più impensieriscono il partito, o almeno una parte degli esponenti repubblicani. Se davvero dovesse verificarsi una fronda interna, la nomina di Tillerson potrebbe capitolare (salvo che non diventi decisivo Mike Pence: presiederà il Senato in quanto vicepresidente, con diritto di voto in caso di parità). Altrimenti Rex Tillerson sarà a tutti gli effetti il 69esimo segretario di Stato, succedendo a John Kerry.

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. Il quadro economico che erediterà Trump
Usa 2016. Il presidente alla prova del Congresso
Usa 2016. Trump, le elezioni e Facebook
Usa 2016. La vittoria (poco?) a sorpresa di Trump
Usa 2016. La corsa a incontrare Donald Trump

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Usa 2016. Tim Kaine, il rassicurante vice di Hillary https://www.t-mag.it/2016/08/03/usa-2016-tim-kaine-il-rassicurante-vice-di-hillary/ https://www.t-mag.it/2016/08/03/usa-2016-tim-kaine-il-rassicurante-vice-di-hillary/#respond Wed, 03 Aug 2016 10:04:32 +0000 http://www.t-mag.it/?p=107491 clinton_kaineVice sarebbe potuto esserlo già nel 2008. Se non che Obama scelse Biden, ritenuto all’epoca il migliore candidato possibile. Joe Biden, infatti, venne ritenuto l’uomo d’esperienza – specie in politica estera – in grado di rassicurare gli elettori sulle eventuali lacune del giovane pretendente alla Casa Bianca. Obama informò della decisione Tim Kaine, allora governatore della Virginia, e lo ringraziò per la disponibilità. Altrettanto fece con Evan Bayh, senatore dell’Indiana. Otto anni dopo Tim Kaine è di nuovo in pista, stavolta in veste ufficiale di running mate di Hillary Clinton. Nel 2008, per ironia della sorte, il suo avversario repubblicano sarebbe potuto essere un deputato della Virginia, Eric Cantor, ma alla fine McCain scelse Sarah Palin.
Scegliere il candidato vicepresidente è operazione fondamentale, può determinare persino l’esito della campagna elettorale. McCain organizzò il ticket con Palin per avvicinare quegli ambienti altrimenti a lui distanti, ma la scommessa non fu delle più fortunate. Di solito il ruolo di vicepresidente viene affidato ad una persona che può indirizzare la porzione di elettorato diffidente dalla propria parte, in una parola: rassicurare. Biden doveva colmare l’inesperienza di Obama, Mike Pence dovrà portare equilibrio nella campagna di Donald Trump e Tim Kaine è la carta migliore che si poteva estrarre dal mazzo, molto più al cospetto di presunte spy story in salsa russa, mailgate e hackeraggi di varia natura. Ma – soprattutto – è il profilo che maggiormente si allinea alle posizioni dell’ex segretario di Stato nella prima amministrazione Obama, la quale ricordiamo ha avuto a che fare con un certo Bernie Sanders durante le primarie del Partito democratico. Con buona pace, insomma, di chi fino all’ultimo ha sperato in una candidatura alla vicepresidenza orientata a sinistra: Elizabeth Warren, se non lo stesso Sanders.


Hillary Clinton introduce Tim Kaine

TIM KAINE IN PILLOLE
Tim Kaine è un moderato (un centrista potremmo definirlo), cattolico, studi dai gesuiti. Parla fluentemente lo spagnolo e già alle prime uscite pubbliche con Hillary Clinton ha dato sfoggio delle sue capacità linguistiche, vedremo se sarà in grado di avvicinare l’elettorato ispanico all’ex First Lady. Otto anni fa sostenne Obama, ma oggi si dice onorato – cos’altro potrebbe dire? – di correre al fianco di Hillary. Sposato, tre figli, laureato ad Harvard nonostante le umili origini, Tim Kaine è nato nel Minnesota nel 1958, ma la sua storia politica è strettamente legata alla Virginia. Fu eletto sindaco di Richmond, capitale dello Stato, nel 1998. Nel 2002 era vicegovernatore, nel 2006 il salto a governatore. Attualmente senatore della Virginia, ha ricoperto ruoli importanti nel partito: dal 2009 al 2011 è stato presidente del Comitato nazionale democratico. Da bravo cattolico – ed è stata, questa, una delle sue principali battaglie da governatore – è contrarissimo alla pena di morte. Nel 2009, in un giorno di dicembre, Obama chiamò in diretta la radio locale Wtop presentandosi come Barry da Washington (Barry era il diminutivo del presidente da ragazzo, mentre Kaine teneva un programma alla mattina) e per l’occasione si complimentò per il lavoro svolto in Virginia.


Obama chiama in radio e si complimenta con Kaine (2009)

I’M WITH HER
In verità, al di là cioè del sostegno a Obama nel 2008, sono tante le istanze che sembrano accomunare Tim Kaine e Hillary Clinton. Su una questione in particolare, però, il senatore della Virginia potrà rivelarsi un formidabile alleato. Anche Kaine, come Clinton, è convinto della necessità di una stretta sulle armi da fuoco. Le recenti stragi che si sono consumate sul suolo americano non devono ripetersi e, secondo il ticket presidenziale, l’unica strada percorribile per far sì che ciò accada è mettere un freno alla vendita e alla circolazione. Kaine qualcosa sperimentò quando era sindaco di Richmond. La capitale della Virginia, infatti, è il laboratorio del Progetto Exile che, secondo le direttive del Gun Control Act del 1968, prevede pene più severe (applicate da un tribunale federale) per chi detiene illegalmente un’arma da fuoco. La misura si rese opportuna perché proprio a Richmond si contavano numerosi omicidi, il cui tasso scese progressivamente nel tempo. Altre realtà statunitensi hanno in seguito adottato provvedimenti simili, seppure con nomi o titoli diversi. Il successo della misura divenne spot per le successive campagne di Kaine. Questo per sottolineare che, in ogni caso, Hillary Clinton non sarà sola nella dura battaglia politica.


L’endorsement di Kaine a Obama nel 2008

IL TICKET CLINTON-KAINE
In Kaine, Hillary Clinton troverà una spalla sicura. Cosa che non sarebbe stata affatto garantita da un ipotetico quanto improbabile ticket con Bernie Sanders. Certo, la scelta di Kaine – circostanza emersa in occasione della convention di Philadelphia, buon senso di Sanders a parte – potrebbe allontanare i sostenitori più intransigenti del senatore del Vermont. Ma in compenso potrebbe intercettare il voto dei moderati, tra le file repubblicane, delusi dalla candidatura di Donald Trump. Kaine, proprio come Hillary Clinton, è fautore degli accordi di libero scambio, quegli stessi accordi che il tycoon di New York si dice pronto a stracciare una volta varcata la soglia della Casa Bianca. In sostanza è un candidato vicepresidente che non darà del filo da torcere alla sua possibile superiore, che anzi favorirà la politica della continuità – dall’economia alle questioni sociali o temi sensibili – con l’amministrazione Obama. Sarebbe un errore, tuttavia, ritenerlo un candidato debole. Potrà ad esempio dispensare consigli utili per la costruzione di un’America post-razziale, provenendo da uno Stato del Sud con un’alta percentuale di cittadini afroamericani. E anche in politica estera potrà dire la sua, lui che non è contrario all’interventismo se viene tirata in ballo la sicurezza nazionale e quella degli alleati (alla stregua di Hillary Clinton). È stato, inoltre, uno dei più convinti difensori dell’accordo sul nucleare voluto da Obama con l’Iran. Hillary Clinton dovrà ricucire i rapporti con Israele dopo le recenti divergenze, in questo senso Kaine fu tra i primi ad annunciare la decisione di boicottare il discorso di Netanyahu al Congresso nel marzo 2015. Ma resta pur sempre un fautore di lunga data delle relazioni Usa-Israele: prevarrà, con ogni probabilità, la realpolitik.


Il discorso di Kaine alla convention di Philadelphia (luglio 2016)

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. Hillary Clinton vola verso le presidenziali
Usa 2016. Cleveland incorona Donald Trump
Usa 2016. Mike Pence, il conservatore che mancava
Usa 2016. L’ambizione di un’America post-razziale
Usa 2016. La questione razziale irrompe nella campagna elettorale

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Usa 2016. Mike Pence, il conservatore che mancava https://www.t-mag.it/2016/07/21/usa-2016-mike-pence-il-conservatore-che-mancava/ https://www.t-mag.it/2016/07/21/usa-2016-mike-pence-il-conservatore-che-mancava/#respond Thu, 21 Jul 2016 14:32:53 +0000 http://www.t-mag.it/?p=107044 mike_penceMike Pence, dice Trump, è stato la sua prima scelta. Il fatto che ciò non corrisponda al vero è superficiale: “Insieme aggiusteremo l’America e la renderemo di nuovo grande”. I due, Trump e Pence, hanno partecipato alla trasmissione 60 Minutes della Cbs prima della convention di Cleveland e non sono apparsi particolarmente affiatati. Trump è il più tipico degli “one man show”, Pence è un conservatore tutto d’un pezzo e nelle ore precedenti era girata voce secondo cui il candidato alla Casa Bianca fosse già pentito della decisione presa. I più maliziosi pensano che Pence sarebbe dovuto essere per Trump la pedina giusta per arrivare ai soldi dei fratelli Koch, ricchi imprenditori da sempre legati al Partito repubblicano. Ma pare invece che Charles e David non abbiano stavolta intenzione di farsi coinvolgere nella campagna elettorale. Nonostante, appunto, le tante figure che gravitano attorno a loro.
Pence, 57 anni, tre figli, ex conduttore radiofonico, è un conservatore tutto d’un pezzo dicevamo, ma lui si definisce – in quest’ordine rigoroso – un cristiano, un conservatore e infine un repubblicano. È il governatore dell’Indiana, non un politico conosciutissimo (Newt Gingrich e Chris Christie, gli altri che erano in lizza per il posto di VP, lo sono di più), ma nemmeno uno di quelli che passa inosservato. Cresciuto democratico nel mito di John F. Kennedy in una famiglia di chiare origini irlandesi, appartiene all’ala cristiano-evangelica del Gop e ha idee parecchio diverse da Trump su molti argomenti, in materia economica e non solo. Ad esempio, alla promessa elettorale di Trump di vietare l’ingresso ai musulmani, Pence rispose indirettamente in questo modo:

Come da copione Trump e Pence sostengono ora che hanno molto in comune. Che all’inizio delle primarie Pence abbia sostenuto Ted Cruz – che alla convention di Cleveland ha negato l’endorsement al ticket – è oggi elemento superfluo anch’esso.


I fischi a Ted Cruz a Cleveland (20 luglio 2016)

ASCESA DI MIKE PENCE
La storia di Mike Pence, avvocato, è strettamente legata allo Stato che amministra, l’Indiana, dove è nato e cresciuto. Provò a entrare nel 1988 alla Camera, senza successo. Per un po’ lasciò perdere, poi nel 2000 riuscì a farsi eleggere al Congresso – dove si è occupato di relazioni internazionali, tra le altre – e venne in seguito confermato per quattro mandati consecutivi. Nel 2012 in tanti lo volevano prossimo ad annunciare la sua corsa alla Casa Bianca, ma lui spazzò via i pettegolezzi candidandosi a governatore dell’Indiana. Carica che occupa dal gennaio 2013.

ECONOMIA
A forzare la mano, considerando cioè le sue convinzioni religiose e quelle in campo economico, potremmo allora definire Pence un liberal-conservatore. Al contrario di Trump – ma parliamo di qualche tempo fa, chissà che non cambi idea nell’immediato futuro – non ha mai espresso posizioni protezioniste. Anzi, nel 2014 si disse favorevole al TPP (Partenariato Trans-Pacifico) perché gli accordi di libero scambio favoriscono lavoro e sicurezza. Nel 2010, poi, appoggiò l’iniziativa con a capo Sarah Palin – quella Sarah Palin, controversa candidata repubblicana alla vicepresidenza nel 2008 e oggi fervente sostenitrice di Trump, già beniamina del Tea Party – di firmare un appello contro la Fed (Federal Reserve, la banca centrale statunitense), troppo impegnata a stampare moneta e a creare inflazione (quantitative easing), una misura che un manipolo di economisti di destra ed esponenti del partito ritenevano evidentemente controproducente, non volta alla crescita, bensì all’indebolimento del dollaro. Inutile sottolineare che è stato tra i più strenui oppositori dell’Obamacare.


Uno stralcio dell’intervista congiunta a Trump e Pence sulla Cbs

RELIGIOUS FREEDOM RESTORATION ACT
Il nome di Mike Pence è legato al Religious Freedom Restoration Act, legge varata in Indiana alla fine di marzo 2015 (non senza polemiche). Prima, però, un passo indietro. Pence è molto religioso e non ha mai nascosto le sue posizioni su temi sensibili quali aborto (assolutamente contrario) e matrimonio tra persone dello stesso sesso (altrettanto contrario). Il Religious Freedom Restoration Act è una legge, in questo caso statale, che si basa sul modello della legge voluta da Bill Clinton nel 1993 sulla libertà religiosa, poi limitata dalla Corte Suprema nel 1997 a livello federale. Alcuni Stati, perciò, hanno provveduto negli anni a riempire il vuoto legislativo. Sostanzialmente si tratta di una misura che serve a tutelare, sulla base del credo religioso, le persone o le società per i loro comportamenti in caso di contenzioso o accuse. Tale condizione ha spinto però diversi osservatori a considerarla una legge potenzialmente omofoba e discriminatoria nei confronti di determinati individui. Immaginiamo un esercente che si rifiuta di servire un cliente perché omosessuale: più o meno questo. In una fase delicata della lotta per i diritti dei gay (la Corte Suprema avrebbe stabilito nel mese di giugno che i cittadini, tutti i cittadini, possono sposarsi con chi vogliono) si alzò un polverone mica da poco. Qualcuno, più cinicamente, fece notare che anche turismo ed economia sarebbero stati messi a rischio con una legge del genere e siccome pure l’Arkansas stava approvando il suo Religious Freedom Restoration Act, toccò proprio a Mike Pence fare il primo passo indietro. Il futuro candidato a vicepresidente spiegò che non era certo sua intenzione creare le condizioni per possibili discriminazioni, ma riconobbe che la legge – ormai percepita in questo modo – doveva essere cambiata per non lasciare ulteriore spazio alle polemiche. A favore di Pence c’è da dire che alcuni (pochi a dire la verità), tra giuristi e attivisti per i diritti gay, non hanno criticato il provvedimento che a loro parere avrebbe dovuto riguardare solo la libertà religiosa, non altri argomenti tipo le nozze tra persone dello stesso sesso.

IL PENCE-PENSIERO (NEL 1997, E ANCHE DOPO)
Non appena Trump ha annunciato il nome del suo vice, i media americani non hanno perso tempo e subito hanno iniziato a scandagliare il passato di Pence. In particolare la Cnn e BuzzFeed hanno scovato due aneddoti interessanti, risalenti al 1997, che sembrano spiegare molto del personaggio. Ammesso che nel frattempo le sue opinioni non siano mutate, ovvio. All’epoca Pence scrisse un editoriale sull’Indianapolis Star, in realtà scovato da BuzzFeed nel 2015, in cui accostava le caramelle alle sigarette, ovvero a tutte quelle cose che possono provocare danni alla salute. L’industria delle caramelle, era il ragionamento, finanzia spot pubblicitari che vedono tanti giovani in America. Poiché le malattie del cuore sono tra le principali cause di morte – mentre a suo dire il fumo non uccide o quasi, concetto che ribadirà nel 2000 quando già occupava i banchi del Congresso – è doveroso, allora, contrastare l’obesità. E quali prodotti, se non le caramelle in misura maggiore, alimentano lo sviluppo dell’obesità? Dunque, a detta di Pence, lo Stato dell’Indiana doveva ottenere risarcimenti dalle aziende che contribuiscono alla cattiva salute e che provocano un costo addizionale sulle risorse sanitarie. Evitando l’accanimento ai danni dell’industria del tabacco.
Lo stesso anno – è la volta della Cnn – Pence scrisse un articolo, sempre sull’Indianapolis Star, per sottolineare l’importanza della famiglia e in particolare il ruolo della madre per la crescita, da un punto di vista emotivo, dei figli. Citando uno studio del National Institute of Child Health and Human Development, Pence specificava che la sua riflessione non era contro le madri che lavorano, ma contro “la grande bugia della madre che non ha importanza” (“un problema culturale”). Di qui la proposta di un minore carico fiscale per le famiglie così da non rendere necessaria l’assenza prolungata di entrambi i genitori perché impegnati nel lavoro. La Cnn ha inoltre riferito di avere fatto richiesta alla campagna di Pence di confermare eventualmente il suo pensiero, senza però ricevere risposta.

IL TICKET TRUMP-PENCE
Cosa ha spinto Trump a scegliere Pence? A ben vedere un suggerimento plausibile lo ha dato lo stesso governatore dell’Indiana parlando a Cleveland, dove i due sono stati formalmente candidati alle presidenziali di novembre 2016. Sul palco ha descritto Trump “uomo dalla forte personalità e dal grande carisma”, per cui “immagino cercasse un equillibrio”. Quella che all’apparenza si presenta come la più classica delle battute da proporre ad una vasta platea festante, è al contrario una parte di verità. Pence è un nome che riesce ad unire diverse anime tra le file repubblicane, che piace – cosa di non poco conto – a Paul Ryan, speaker della Camera e sostenitore “con riserva” della campagna di Trump, il quale auspicava proprio un nome à la Pence, cioè un conservatore con la schiena dritta (dato che il candidato a presidente viene considerato da molte anime un “diversamente conservatore”). In più Pence porta in dote una fitta rete di contatti in quegli ambienti, dal Tea Party ai rappresentanti più intransigenti nel Gop, ostili alla candidatura di Trump. L’uomo giusto, quindi, per ricucire il partito e colmare le distanze emerse durante le primarie.


L’intervento di Mike Pence alla convention repubblicana

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. L’ambizione di un’America post-razziale
Usa 2016. La questione razziale irrompe nella campagna elettorale
Usa 2016. Le (tante) sfide di Hillary Clinton
Usa 2016. Un socialista a Washington
Usa 2016. La politica estera secondo Donald Trump

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Usa 2016. Un socialista a Washington https://www.t-mag.it/2016/07/01/usa-2016-un-socialista-a-washington/ https://www.t-mag.it/2016/07/01/usa-2016-un-socialista-a-washington/#respond Fri, 01 Jul 2016 10:09:13 +0000 http://www.t-mag.it/?p=106222 bernie_sandersEra il 2013 e quasi rischiava di rimanerci secco. Una sparatoria nei pressi del Congresso, a Washington, costrinse il senatore Bernie Sanders a nascondersi dietro a un Suv, almeno così riferirono testimoni. Una donna alla guida di un’automobile, con disturbi psichici si sarebbe successivamente accertato, aveva tentato di sfondare alcune delle barriere protettive nell’area intorno alla Casa Bianca, per poi fuggire lungo Pennsylvania Avenue fino al Campidoglio, dove la sua corsa si è interrotta: i proiettili esplosi dai servizi di sicurezza l’avevano ormai uccisa.
Tre anni più tardi Sanders, senatore del Vermont, un “vecchio socialista” di 74 anni (75 a settembre), avrebbe annunciato la sua candidatura a presidente degli Stati Uniti, partecipando alle primarie democratiche. Il campo era stato fin lì poco affollato, del resto nessuno stava mostrando reale interesse a mettersi contro Hillary Clinton. Cui prodest? Nel 2008 la spavalderia del giovane Obama aveva avuto un senso, ma oggi? Ci voleva Sanders, ci voleva.

LE PRIMARIE DEMOCRATICHE
Alla fine il senatore socialista – socialista sul serio, altro che Obama – ha deciso che voterà per l’ex First Lady nelle elezioni generali di novembre. È servito del tempo per farlo capitolare, perché fino all’ultimo ha negato la sconfitta. Ora, chiariamo un aspetto: Bernie Sanders – il quale si diceva convinto di poter fare uno sgambetto a Hillary alla vigilia di voti importanti quali New York e California – non ha mai avuto autentiche chance di vittoria. Anche all’inizio delle primarie, quando Hillary Clinton sembrava già in affanno e il rivale racimolava risultati clamorosi (il quasi pareggio in Iowa, il successo in New Hampshire, le otto vittorie in nove sfide): i superdelegati erano tutti dalla sua parte, accumulando subito un vantaggio ragguardevole da portare in dote alla convention di Philadelphia. Eppure a Sanders va dato l’onore delle armi, perché non solo ha condotto una campagna alla pari in certi frangenti, ma perché ha costretto Clinton a mantenere sempre alta l’asticella. Nell’ideale politico di Sanders, Hillary Clinton rappresenta il male assoluto: sostenitrice di Wall Street, non particolarmente attenta alle cause dei più deboli, amica dei ricorrenti “poteri forti”, insomma parte integrante dell’establishment. Ma in definitiva meglio aiutare lei che Donald Trump, seppure indirettamente. Perciò viva Hillary.


L’accusa più ricorrente di Sanders a Clinton: aver sostenuto le grandi banche di Wall Street

UN PUNTINO ROSSO SULLA MAPPA DEGLI STATI UNITI
Bernie Sanders è (era) l’altro candidato anti-establishment. L’altro, perché il più discusso è Donald Trump. Solo che a quest’ultimo l’impresa di puntare alla Casa Bianca è riuscita – a causa, anche, della lunga crisi del Gop –, a Sanders no. E Sanders è uno che di imprese ne ha compiute. Sulla mappa degli Stati Uniti, per circa nove anni, anche qualcosa in più, la cittadina di Burlington, nel freddo Vermont, è stata l’unico puntino rosso, nel senso di socialista. Sanders, che è di Brooklyn, New York, ha studiato a Chicago, poi a un certo punto decise di trasferirsi lì, a Burlington, circa 40 mila anime, sede della University of Vermont. Strade strette e alberate, case basse, giardini intorno, insomma le tipiche scene dell’America rurale. È in quel posto tanto a nord che Sanders decise di mettere radici, familiari e politiche, diventando l’apprezzato sindaco della città nel 1981, superando a sorpresa l’uscente democratico (con “benedizione” repubblicana), Gordon Paquette.


Un’intervista a Sanders nel 1988

Prima che Howard Dean diventasse governatore dello Stato, rivoluzionasse le campagne elettorali online e fosse nominato presidente del Partito democratico, era Sanders l’attrazione politica del Vermont. Le sue piattaforme programmatiche poggiano su capisaldi che sono i medesimi da quasi 40 anni: pacifismo e l’ambizione di un sistema sanitario di tipo universale, sul modello europeo. Dapprima aderì al Liberty Union Party, poi, da indipendente, fondò la Coalizione progressista, movimento che per un po’ seppe camminare sulle proprie gambe, con l’elezione a sindaco di Burlington – nel 1989, dopo che Sanders rinunciò a correre per un quinto mandato – di Peter Clavelle.

UN SOCIALISTA AL CONGRESSO
Arrivare a Washington fu invece più difficile. Ora va bene in provincia, ma promuovere il socialismo nella capitale federale sarebbe stato ben altra questione. Provò ad entrare nel 1988 alla Camera, ma niente. Ci riprovò due anni più tardi e stavolta fece il suo ingresso al Campidoglio: ci rimase per sette mandati consecutivi. Nel 2006 divenne, infine, senatore. Si disse, quando per la prima volta varcò le porte della Camera, che una spinta arrivò dalla NRA, la National Rifle Association, la famosa lobby delle armi da fuoco. Sanders, in passato, si schierò contro la messa al bando delle armi semiautomatiche, ma durante la recente campagna per le primarie – pur non prendendo posizioni nette tipo quella di Obama o della stessa Clinton – si è detto favorevole ad un maggiore controllo. Una volta – era già senatore da alcuni anni – tenne un discorso in aula lunghissimo, otto ore e mezzo: il suo scopo era fare ostruzionismo alla conferma di alcune misure che risalivano all’amministrazione Bush, che prevedevano sgravi fiscali per i redditi più alti. Da convinto pacifista si è battuto strenuamente contro la guerra in Iraq e a favore di un sistema giudiziario in grado di tutelare le minoranze.


Un maratoneta: otto ore e mezzo filate di discorso al Senato (2010)

IL “SUCCESSO” DI SANDERS (NEL 2016)
Se Hillary Clinton ha potuto rinfacciare al rivale la sua passata contrarietà al bando delle armi semiautomatiche, altrettanto ha fatto Sanders con lei su diversi temi. Compreso l’Iraq, il cui intervento fu votato in Senato dall’ex First Lady. Poi le banche, certo. Mettere al centro dell’agenda cose tipo tassare le speculazioni finanziarie o aumentare il salario minimo ha permesso a Sanders di accattivarsi le simpatie di tanti elettori, soprattutto tra i più giovani. Qualche giorno prima del voto a New York (19 aprile 2016), il senatore del Vermont è riuscito a radunare quasi 27 mila persone al Washington Square Park di Manhattan: un numero elevatissimo e tra loro anche supporter famosi, quali Spike Lee e l’attrice Rosario Dawson. Sanders, poi, ha potuto contare sugli endorsement di diversi personaggi dello star system americano, ad esempio gli attori Mark Ruffalo e Danny DeVito, il rapper Killer Mike (da qualche anno componente dei Run The Jewels) – che lo ha intervistato direttamente dal suo Graffiti SWAG Shop, ad Atlanta, per un colloquio in sei parti –, o la modella Emily Ratajkowski.


Sanders ricorda Brooklyn con Mark Ruffalo


Killer Mike intervista Bernie Sanders

In compenso – nonostante l’attivismo di Killer Mike e altri campioni dell’hip hop – si dice Sanders abbia avuto un problema con le minoranze, le quali hanno votato durante le primarie soprattutto per Clinton. Eppure, da giovane, Sanders si era dato molto da fare per i diritti civili e per la comunità nera in generale. Ma da allora è passato un sacco di tempo e tutte le cariche elettive ricoperte finora le ha ottenute in uno Stato in cui è difficile incontrare persone che non siano bianche. Probabilmente, oggi che le esigenze sono mutate, Sanders si è trovato meno a suo agio.
Tanti osservatori, ad ogni modo, ritengono il “fenomeno” Sanders un effetto collaterale di queste primarie. In altre parole, più che le proposte di Sanders, sono emerse le lacune di Hillary Clinton, troppo establishment per una parte consistente di elettorato, evidentemente deluso dalle politiche obamiane talvolta non abbastanza di sinistra. Nel corso della sua vita politica, Sanders non ha disdegnato aiuti provenienti dal mondo della finanza che tanto avversa in pubblico, ma presentarsi in veste di unica alternativa ai soliti noti gli ha giovato in termini politici, anche se ciò è valso appena il prolungamento della campagna elettorale, non un’ambizione di vittoria tangibile.

E ADESSO?
Ora Sanders ha deciso di votare Hillary Clinton, incitando i suoi sostenitori a fare altrettanto, ma non ha interrotto la sua corsa. Lo scopo è arrivare alla convention di Philadelphia forte dei risultati ottenuti e mettere all’ordine del giorno una piattaforma che sia la migliore possibile per sconfiggere Trump l’8 novembre. Alcune delle misure che verranno discusse rientrano a pieno titolo tra le priorità programmatiche di Sanders, ma un ticket presidenziale è da escludere. Persone dello staff (o molto vicine allo staff) hanno confidato che non è intenzione di Clinton nominare Sanders suo vice (pare, invece, che l’ex segretario di Stato stia comunque guardando a sinistra, nello specifico alla senatrice del Massachusetts, Elizabeth Warren). Nella scelta potrebbero avere influito le divergenze e i contrasti tra i due, le posizioni radicali su alcuni temi (la finanza) e quelle più morbide su altri (le armi). Ma anche l’inconsistenza politica, secondo Clinton e non solo lei, di alcune delle sue proposte, come la scissione dei maggiori istituti bancari al fine di evitare che diventino troppo grandi per fallire, provvedimento che di fatto non è stato mai spiegato nel dettaglio. In più dal punto di vista presidenziale Sanders – nell’ipotesi mantenga fede al personaggio e alla sua storia – potrebbe presto trasformarsi in zavorra. Ne sanno qualcosa i democratici al Congresso, che hanno lasciato accomodare il senatore del Vermont nei banchi vicini, non senza qualche grattacapo di tanto in tanto. Forse il ruolo di vice non sarebbe gradito neppure allo stesso Sanders, che si è sempre definito indipendente rifiutando più volte la tessera del Partito democratico. Alla fine degli anni ’80 lodò i tentativi, sebbene falliti, di Jesse Jackson di correre per la Casa Bianca, criticandone tuttavia l’approccio: Jackson era tra le file democratiche che voleva scardinare lo status quo, mentre lui voleva contrastarlo al di fuori, con una nuova formazione politica. Una posizione a cui è rimasto fedele fino ai giorni nostri. Fino, cioè, alle primarie democratiche del 2016.

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. La politica estera secondo Donald Trump
Usa 2016. La guerra al terrorismo di Trump e Clinton
Usa 2016. L’eredità politica di Obama
Usa 2016. Hillary Clinton fa la storia
Usa 2016. Sognando la California

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Usa 2016. L’eredità politica di Obama https://www.t-mag.it/2016/06/14/usa-2016-leredita-politica-di-obama/ https://www.t-mag.it/2016/06/14/usa-2016-leredita-politica-di-obama/#respond Tue, 14 Jun 2016 08:00:24 +0000 http://www.t-mag.it/?p=105504 barack_obama_01Gli Obama resteranno a vivere a Washington al termine dell’ultimo mandato presidenziale, così da permettere alla figlia Sasha di concludere la scuola superiore. Secondo le indiscrezioni abiteranno in una mega villa – nove camere, otto bagni, 22 mila dollari al mese di affitto –, distante circa tre chilometri dalla Casa Bianca. Solitamente è raro che un presidente resti nella capitale statunitense. I Clinton si trasferirono a New York, Ronald Reagan tornò in California. Anche il predecessore di Obama, George W. Bush, è tornato a casa, nel Texas. A Dallas, per la precisione. Ma il presidente già in passato aveva sostenuto l’opportunità di dedicarsi alla famiglia una volta divenuto ex, evidentemente non stravolgere il percorso scolastico della figlia rientrava nei piani.
Cosa farà Obama nel tempo libero è suggestiva curiosità (Bush, ad esempio, si è messo a dipingere e a scrivere libri, ed entrambe le cose le fa piuttosto bene), ma ovvio che in ballo c’è molto più di questo. Che paese lascerà Obama al suo successore? È uno dei temi che interessano maggiormente media e osservatori quando si avvicina un nuovo appuntamento elettorale, soprattutto se a conclusione degli otto anni oltre i quali un presidente non potrà più esserlo, presidente. Dall’altra parte dell’Oceano la chiamano legacy, concetto che noi potremmo incautamente tradurre con eredità. Quale l’eredità politica di Obama, dunque?
Spesso si dice che l’ultimo anno di presidenza (non di amministrazione, quella è un’altra cosa) conti poco perché la testa degli elettori è ormai proiettata al futuro, ai candidati e ai loro programmi. Eppure proprio i due presidenti “millennials” hanno rovesciato questo paradigma, anche se per motivi diversi. L’ultimo, poi, è l’anno che definisce la memoria che verrà conservata sui libri di storia. Come ricordiamo, oggi, questo o quel presidente? Obama si è dato molto da fare nel suo ultimo anno. Nel giro di pochi mesi è stato il primo presidente americano a mettere piede a Cuba da 88 anni, avviando il graduale processo di normalizzazione nei rapporti con il regime dei fratelli Castro, nonché il primo a visitare Hiroshima, in Giappone, senza chiedere “scusa” per il bombardamento atomico statunitense del 6 agosto 1945. Un gesto che però, scuse o non scuse, spiega molto in termini di legacy.

HOPE
Una cosa deve essere chiara fin da subito, ora che il terreno di gioco è ben delineato. Se a vincere le presidenziali dell’8 novembre sarà Hillary Clinton, questo articolo avrà allora avuto un senso, pur con i dovuti distinguo e le differenze tra i due ex rivali democratici. Se alla Casa Bianca andrà invece Donald Trump, il mondo che ci lascia Obama potrebbe essere stravolto dalle istanze del tycoon newyorchese. Tanto per cominciare, Trump mirerà a far uscire gli Stati Uniti dagli accordi Onu sul cambiamento climatico – accordi per cui il presidente si è alquanto speso – e, come da lui già annunciato, tenterà poi di affossare (quasi) tutti i provvedimenti dell’attuale amministrazione, Obamacare al primo posto, per concludere con rapporti internazionali più distaccati rispetto al passato. E poco importa che Obama sia impegnato a sottolineare quanto il mondo è preoccupato per una possibile vittoria di Trump. A quel punto la legacy morale non avrà alcun peso.
Barack Hussein Obama fece il suo carismatico ingresso nella scena liberal nel 2004, quando aprì la convention democratica di Philadelphia che assegnò la nomina di candidato a John Kerry in vista della sfida con l’allora presidente Bush. Avvocato a Chicago, al fianco degli ultimi e abile oratore, Obama – figlio di un kenyota e di un’americana bianca – incarnò immediatamente un ideale di speranza, circostanza che gli tornò utile anche in seguito. A novembre ottenne un seggio al Senato – il terzo per un afroamericano –, quello dell’Illinois. Di lì cominciò presto la sua ascesa, al punto da annunciare nel 2007, prima di Hillary Clinton, la candidatura alla presidenza. Il suo scopo era riunire una nazione divisa. Dopo otto anni di amministrazione, l’America è un paese più unito? Dell’immagine stilizzata di Shepard Fairey che accompagnò alcune delle parole chiave della sua campagna (Hope, Change, Progress) e delle lacrime di commozione di Jesse Jackson, ai piedi del palco allestito al Grant Park di Chicago la notte del victory speech, per il primo presidente nero (tuttavia Jackson, che tentò senza fortuna la scalata alla Casa Bianca nel 1984 e di nuovo nel 1988, non aveva mai sostenuto con convinzione Obama) – elementi che contribuirono a creare precocemente il mito –, di quelle rappresentazioni iconografiche, insomma, cosa rimane oggi?


Jesse Jackson e Oprah Winfrey in lacrime la notte della prima elezione di Barack Obama (novembre 2008)

ECONOMIA A STELLE E STRISCE
Una delle principali preoccupazioni di Obama al primo mandato presidenziale fu risollevare l’economia. Suo malgrado, Bush lasciò al successore una situazione economica traballante di cui certo non fu l’unico responsabile. Anzi, tutto ha avuto inizio tempo prima: l’eccesso di liquidità e la bolla della new economy, il taglio del costo del denaro da parte della Federal Reserve (la banca centrale statunitense, Fed), le famiglie americane indebitate, i mutui subprime – prestiti che le banche concedevano per l’acquisto della casa anche se le garanzie di rimborso erano scarse – e la crisi dei mutui subprime perché il sistema non ha retto più. Così, a un certo punto, le banche rischiarono il collasso. Il salvataggio di Bear Stearns si rivelò prodromico, ma fu il 15 settembre 2008, quando Lehman Brothers dichiarò fallimento, che ci si rese conto di quanto fosse grave la situazione. In poco tempo da finanziaria la crisi divenne economica (con ripercussioni in Europa e nel mondo che ancora stiamo pagando), i consumi crollarono e l’occupazione scese di molti punti percentuali: una botta per le fasce più deboli e per la middle class.


Il fallimento di Lehman Brothers (2008)

Bush uscì dalla Casa Bianca con il Pil negativo (-0,3%) e il tasso di disoccupazione oltre il 7% (a inizio 2008 era al 5%) e il quadro peggiorò nei primi anni di amministrazione Obama, con valori in alcuni frangenti prossimi al 10%. Più tardi, mentre l’Europa si apprestava a mettere in ordine i conti pubblici attraverso un rigorismo sfrenato, Obama chiedeva al Congresso di approvare un vasto programma di investimenti così da stimolare la crescita. Ci è voluto del tempo, ma il Prodotto interno lordo nel 2014 è cresciuto del 2,4% (il 2015 ha chiuso allo stesso ritmo) e verso la fine dell’anno il tasso di disoccupazione è tornato a scendere, in costante calo dal 2012, fino al 4,7% (maggio 2016). Oltreoceano i buoni risultati del mercato del lavoro si scontrano tuttavia con l’andamento del tasso di partecipazione alla forza lavoro, ovvero il rapporto tra forza lavoro – occupati e disoccupati in cerca di impiego – e popolazione. Quest’ultimo indicatore ha registrato una discesa già dal 2010, arrivando a toccare i minimi da oltre 40 anni, al 62,4%. È il sintomo di un paese la cui ripresa economica non è risultata sempre omogenea, prolungando lo stato comatoso delle aree più disagiate (il mito di Detroit, capitale dell’auto, è stato tra i primi a cadere con la bancarotta del 2013 e un tasso di disoccupazione che ha raggiunto il 20%, una condizione tale da spingere l’intervento del governo pur di risollevare l’industria automobilistica).
Ad ogni modo gli indicatori in risalita dovrebbero spingere la Fed – molto attenta alle dinamiche interne al mercato del lavoro – ad un ulteriore passo in avanti verso una stretta della politica monetaria, avviata a dicembre 2015 con il lieve rialzo dei tassi d’interesse dello 0,25% (cosa che non accadeva dal 2006) e congelata nei mesi successivi a causa del rallentamento del commercio mondiale. Sul fronte finanziario Obama, nel 2010, è riuscito a ottenere la riforma del sistema bancario. In estrema sintesi: più poteri al governo in caso di pericoli, più tutele per i risparmiatori (per inciso: la riforma è stata criticata da diversi avversari politici di Obama perché ritenuta troppo morbida).

TENSIONI SOCIALI
Di certo la crisi economica non ha aiutato. Gli anni di amministrazione Obama verranno ricordati per le proteste, spesso violente, della comunità nera e di altre minoranze. Bush fu accusato di avere abbandonato la popolazione di New Orleans ai tempi dell’uragano Katrina, un evento che scosse non poco gli animi di tanti cittadini afroamericani. Le tensioni non si placheranno neppure con il successore.
Febbraio 2012, Sanford, Florida: Trayvon Martin. Agosto 2014, Ferguson, Missouri: Michael Brown. Sono stati i due episodi chiave, ai quali si sono sommati altri casi di razzismo o brutalità poliziesca per cui la gente è scesa in strada. Ancora, nel 2014, Tamir Rice, un dodicenne che in un parco stava maneggiando con troppa disinvoltura la sua pistola giocattolo, venne ucciso a Cleveland, Ohio, dagli agenti accorsi sul posto dopo una chiamata alle forze di polizia perché non assecondò l’ordine di alzare le mani. La fondazione del movimento Black Lives Matter, le proteste di Baltimora, durate giorni dopo la morte di Freddie Gray (2015), il giovane che perse la vita mentre era in stato di fermo, ma anche le manifestazioni a New York, dove alcune settimane prima della morte di Brown c’era stato l’ennesimo caso, il decesso di Eric Garner, un uomo che soffriva d’asma, soffocato durante le fasi di arresto per vendita di sigarette di contrabbando, a Staten Island. Obama non si è negato alle telecamere nei giorni più difficili delle proteste, ufficialmente per cercare di evitare il peggio, in pratica non risparmiando critiche alla polizia (e attirando da destra attacchi pretestuosi, tipo l’essere di parte). Qualcosa stava però cambiando. A New York, ad esempio, dove il sindaco Bill de Blasio ha ridotto lo Stop and Frisk, una delle tante norme varate dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, un metodo di sorveglianza che autorizza la polizia a fermare possibili sospetti. Una pratica che il più delle volte ha esaltato il pregiudizio nei riguardi di cittadini afroamericani e ispanici. Ma il problema è più profondo. La questione razziale resta al centro dell’agenda. A Ferguson, per dare l’idea, oltre il 62% della popolazione nel 2014 risultava essere afroamericano, ma alla stregua di altre piccole città con una simile ripartizione sociale e demografica, soprattutto negli Stati del Sud, la rappresentanza nei consigli municipali o negli organi istituzionali è decisamente minoritaria.


Le proteste di Ferguson (2014)


Le proteste di Baltimora (2015)

In molte realtà la disoccupazione e la mancata istruzione rappresentano un ostacolo mica da poco. Obama conosceva bene il contesto già prima di diventare presidente: per quanto “tra i neri gli appartenenti al ceto medio si sono quadruplicati in una generazione” e “dal 1979 al 1999 il numero delle famiglie ispaniche considerate di ceto medio è cresciuto di oltre il 70%”, “permane un divario fra il tenore di vita dei lavoratori neri e ispanici e quello dei bianchi”: lo stipendio medio di un nero “è il 75% dello stipendio medio di un bianco, e quello medio di un ispanico il 71%” (L’audacia della speranza, 2008). Di recente si è a lungo parlato di Flint, una città nel Michigan (non troppo distante da Detroit) che sta subendo un tracollo senza precedenti, con l’acqua inquinata e gli abitanti costretti a non poter svolgere le attività di tutti i giorni, come cucinare o semplicemente lavarsi, a causa della presenza in dosi massicce di piombo e altre sostanze nocive.
A quanti hanno accusato il presidente di non aver fatto abbastanza per le minoranze – un paradosso a pensarci oggi, visto che le minoranze sono state lo zoccolo duro del suo elettorato –, Obama ha risposto con alcuni programmi di aiuto e sostegno ai più poveri e agli emarginati. Il più famoso è My Brother’s Keeper, il cui scopo è indirizzare i giovani afroamericani e latini verso un’adeguata istruzione.

OBAMACARE
Il maggiore “investimento politico” di Obama è stato senza dubbio l’Affordable Care Act, la riforma sanitaria varata nel 2010. In questo senso l’inquilino della Casa Bianca è riuscito dove altri prima di lui avevano fallito. Il percorso dell’Obamacare – come è stata ribattezzata la riforma – non è stato però semplice. Intanto per l’opposizione decisa dei repubblicani e in secondo luogo perché ha dovuto superare diversi step legali. Più volte la Corte Suprema ha ribadito la costituzionalità della legge che prevede l’obbligo di assicurazione da parte dei cittadini americani, estendendo perciò la platea dei beneficiari e ampliando il sistema sanitario (gli altri programmi previsti sono il Medicaid che sostiene le persone a basso reddito e il Medicare per gli anziani). Prima della riforma le compagnie assicurative potevano “selezionare” i richiedenti, ora sono invece costrette a concedere polizze anche ai cittadini malati o con patologie croniche. In particolare la riforma “sanziona” i cittadini che non intendono sottoscrivere un’assicurazione e impegna lo Stato federale a garantire incentivi fiscali. Per l’amministrazione Obama, oltre che una maggiore tutela alla salute dei cittadini, la riforma rappresenta, nel lungo periodo, un risparmio per le casse federali i cui sprechi in ambito sanitario hanno fatto lievitare la spesa, tra le più alte dei paesi Ocse. In verità l’opinione pubblica non si è schierata a completo favore della riforma, entrata in vigore nel 2013, ma resta il fatto che molti degli oltre 30 milioni di americani che non avevano una polizza, adesso possono accedere alla copertura medica. Sebbene di recente un giudice federale abbia definito “incostituzionali” alcuni aspetti della legge – riaprendo così un dibattito che sembrava archiviato almeno dal punto di vista legale – è verosimile che il tema tornerà presto ad essere materia soprattutto politica. Hillary Clinton si è detta pronta a migliorare il sistema nazionale, mantenendo la rotta dell’amministrazione Obama (più radicale la proposta del suo rivale alle primarie democratiche, Bernie Sanders, favorevole ad un sistema di tipo universale, sul modello europeo per intenderci). Per Donald Trump, frontrunner repubblicano, la questione è semplice: Obamacare è un provvedimento da cancellare.

LA POLITICA ESTERA E COMMERCIALE
Obama è dal 2009 che lavora per il disarmo nucleare. La visita a Hiroshima gli ha permesso di ribadire con convinzione la sua contrarietà al pericolo di olocausto atomico, come lui lo ha definito. È anche in quest’ottica che l’accordo con l’Iran – secondo molti, tra i quali Trump, un pessimo accordo –, viene giudicato dalla Casa Bianca il miglior compromesso possibile. Una delle ultime mosse strategiche, poi, è stata la revoca dell’embargo sulla vendita di armi al Vietnam (che durava dal 1975). Tecnicamente l’ennesima apertura al fine di normalizzare i rapporti con il paese che in passato fu teatro di guerra, in pratica (e con ogni probabilità) una misura di bilanciamento alle mire della Cina nella regione. Infine il disgelo tra Cuba e Stati Uniti. Sono diversi, insomma, i dossier che l’attuale presidente lascerà in eredità al suo successore.


La storica visita di Obama a Cuba (marzo 2016)

Non dimenticando le ambizioni della Corea del Nord, il capitolo Iran è uno dei più spinosi. Si è lavorato a lungo per permettere al paese di accantonare i propositi di potenza nucleare in cambio del ritiro delle sanzioni economiche, ma il provvedimento per il momento non sembra dare il contributo atteso. Obama ha avvertito che “ci vorrà tempo prima che possa integrarsi nell’economia globale”, ma intanto l’Iran lamenta il mancato rispetto degli accordi, con le banche statunitensi che mantengono determinate restrizioni (e di conseguenza anche molti istituti europei mostrano un atteggiamento che più cauto non si può), bloccando affari e possibili investimenti. E nel 2017 si voterà pure da quelle parti, con il rischio che chi verrà dopo potrebbe rimettere tutto in gioco.
Nel 2009 Obama tenne un discorso all’università del Cairo, al-Azhar, tra i principali centri studi sunniti, in cui auspicò un nuovo inizio dei rapporti tra America e Islam: “Io sono qui oggi per cercare di dare il via a un nuovo inizio tra gli Stati Uniti e i musulmani di tutto il mondo, l’inizio di un rapporto che si basi sull’interesse reciproco e sul mutuo rispetto. Un rapporto che si basi su una verità precisa, ovvero che America e Islam non si escludono a vicenda, non devono necessariamente essere in competizione tra loro. Al contrario, America e Islam si sovrappongono, condividono medesimi principi e ideali, il senso di giustizia e di progresso, la tolleranza e la dignità dell’uomo”. Sembrò, quello, l’inizio di una nuova era, non solo per l’America post 11 settembre, ma per il mondo intero. Nell’occasione, il presidente statunitense ribadì più volte l’esigenza di una pace tra israeliani e palestinesi nella soluzione dei due Stati in cui vivere “in pace e in sicurezza”. Tante le trattative condotte dall’amministrazione Usa, altrettanti i fallimenti. I rapporti burrascosi con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e quelli ambigui con l’Arabia Saudita. L’avanzata dell’Isis e la crisi siriana – una ferita che resta tuttora aperta –, gli attentati di Parigi e Bruxelles. E, forse, quello di Orlando (Florida) del 12 giugno 2016, quando il 29enne Omar Mateen, cittadino statunitense di origine afgane, ha fatto irruzione armato in un locale gay uccidendo 49 persone e ferendone 53. Un gesto folle rivendicato dall’Isis (l’autore della strage, la peggiore dall’11 settembre, avrebbe chiamato il 911 giurando fedeltà al sedicente califfato islamico), che ha inasprito i toni sul tema Islam. La dottrina Obama del “non fare cazzate”, spiegata da Jeffrey Goldberg nel suo lungo articolo per l’Atlantic, non sempre è stata compresa dagli alleati europei, che hanno talvolta sofferto la leadership al rallentatore su alcune, cruciali, questioni. Per dirne una: la caduta del regime di Gheddafi e la situazione in Libia, oggi fucina di jihadisti: un argomento su cui Obama mostrò un atteggiamento prudente, al contrario della sua ex segretario di Stato, Hillary Clinton, sostenitrice delle posizioni più interventiste in Europa. Il presidente ancora oggi ritiene l’intervento della Nato in Libia un errore. Non vanno trascurate neppure le relazioni, mai troppo cordiali, con la Russia di Vladimir Putin, percepita come una minaccia militare smaniosa di pretese egemoniche nella sua sfera d’influenza e nella regione baltico-nordica.


Il discorso di Obama all’Islam (Il Cairo, giugno 2009)

In compenso gli Stati Uniti stanno tentando di promuovere una rinnovata politica commerciale tra le due sponde dell’Atlantico. Non sappiamo quando vedrà la luce (e se vedrà mai la luce), ma il trattato di libero scambio tra America e Unione europea (Ttip) è una delle grandi scommesse di Obama, il quale si dice convinto che un eccesso di protezionismo non favorisca la crescita delle due aree al cospetto di mercati emergenti e aggressivi (Cina in testa). L’eventuale accordo, infatti, smantellerebbe l’insieme di regole non tariffarie (ad esempio le norme applicate alle produzioni), riducendo inoltre i dazi doganali. Di recente la Commissione europea ha reso pubblici, pur con specifiche restrizioni, i documenti del Ttip tenuti fin qui segreti (il riserbo massimo è tra gli aspetti più contestati, l’altro è il potere che verrebbe concesso alle multinazionali, “salvaguardate” in caso di leggi o normative che recherebbero loro danno). In definitiva i negoziatori di Stati Uniti ed Europa – che trattano dal 2013 e che hanno non poche riserve sull’applicazione di regole particolarmente restrittive o compromessi al ribasso – presentano distanze siderali e su molti degli spunti al centro delle discussioni – dalla tutela dei prodotti Dop, Igp e Doc all’istituzione dei tribunali speciali – non sembrano disposti a cedere terreno. È certo, insomma, che Obama non vedrà il Ttip realizzarsi ed è abbastanza probabile che così non sarà nemmeno in futuro se alla Casa Bianca alloggerà Donald Trump.

OBAMA DOPO OBAMA
È plausibile che Obama si dedicherà nella sua vita da ex presidente alla lotta al cambiamento climatico. Tutte le sue mosse “preparatorie” spingono a pensare che sarà proprio così. Già ad agosto dello scorso anno presentò un piano volto a ridurre le emissioni dagli impianti energetici. “Niente minaccia di più il nostro avvenire e quello delle generazioni future del cambiamento climatico”, chiosò allora. Il concetto lo ripeterà più volte anche in seguito. Il recente accordo di Parigi – risultato della mega conferenza sul clima (novembre-dicembre 2015), convocata dall’Onu e sponsorizzata fortemente dagli Stati Uniti – è un inizio, timidissimo, ma pur sempre un inizio. È stato sottoscritto da 195 paesi che si impegnano a mantenere modelli di sviluppo virtuosi al fine di contenere nel 2030 l’aumento delle temperature. Tuttavia non sono previste particolari sanzioni, né restrizioni: l’importante è non sforare gli standard in vigore adesso. “Entro il 2030 gli Stati Uniti elimineranno il 32% delle emissioni di CO2 rispetto al 2005”, è stata comunque la promessa di Obama un anno fa.


Obama illustra il suo piano per la lotta al cambiamento climatico (agosto 2015)

Entrare nei libri di storia appare quasi una peculiarità – primo presidente afroamericano, primo presidente a Cuba, primo presidente a Hiroshima – e un capitolo importante Obama lo scrisse nel 2009 quando ottenne il Premio Nobel per la Pace. La Commissione di Oslo motivò tale scelta con l’impegno del presidente a promuovere la diplomazia internazionale, la collaborazione tra i popoli e la riduzione degli arsenali nucleari. Assegnare un premio tanto prestigioso ad un presidente americano, uno che da poco aveva fatto il suo ingresso nello Studio Ovale e che talvolta deve mandare i soldati in guerra o autorizzare attacchi in diverse parti del mondo (seppure attraverso l’utilizzo di droni), è stata considerata da molti una decisione quantomeno azzardata. In effetti Obama ha cercato di mantenere fede ai buoni propositi, limitando l’invio di militari sui campi di battaglia e diminuendo il numero delle presenze in Iraq e Afghanistan, ma come osservato non molto tempo fa dal New York Times, Obama sarà ricordato anche come l’unico presidente che, partecipando a più conflitti (di fatto sette), è stato in guerra in entrambi i mandati. Il 2 maggio 2011 Obama annunciò alla nazione, in diretta tv, l’uccisione del ricercato internazionale numero uno: Osama bin Laden, la mente dell’11 settembre. Eppure, per sua stessa ammissione, il pericolo terrorismo non è morto con Bin Laden e “oggi il Medioriente è in una situazione ancora più caotica”.


Obama annuncia in diretta tv che Osama bin Laden è stato ucciso in Pakistan dai Navy Seals (2 maggio 2011)

C’è poi un ulteriore aspetto, legato in qualche modo alla guerra. La Casa Bianca aveva promesso l’accoglienza sul suolo americano di centomila rifugiati siriani nel 2016. Circostanza che nel frattempo si è rivelata più ostica (finora sono entrate appena 2.500 persone) a causa dei protocolli di sicurezza che le diverse agenzie governative applicano, non facilitando il raggiungimento dell’obiettivo. Un tema, quello dell’accoglienza, che Obama aveva esaltato definendo la cancelliera tedesca, Angela Merkel, “dalla parte giusta della storia”, visti i recenti sforzi della Germania. Molti esponenti democratici del Congresso hanno criticato i ritardi dell’amministrazione, molto più ora che un certo Donald Trump va dicendo in giro cose di tutt’altro tenore.


Il video ironico su cosa farà Obama al termine del secondo mandato diffuso in occasione dell’ultima cena dei corrispondenti alla Casa Bianca (30 aprile 2016)

QUINDI?
Quindi le difficoltà che l’America ha attraversato in questi anni – crisi economica, conflitti sociali, guerre – hanno messo a dura prova il presidente Obama. Molto è stato fatto (l’economia ha ripreso a correre, un po’ per merito dell’amministrazione, un po’ per la ripresa del ciclo produttivo), molto resta da fare (le diseguaglianze restano uno dei problemi più sentiti in America). La volontà di costruire una società più equa (Obamacare) si è scontrata con le convinzioni reali di larga parte dell’opinione pubblica. Sono riemerse le tensioni sociali (povertà, questioni razziali), con sviluppi che non si notavano da tempo. Tuttavia è sotto l’amministrazione Obama che è stata raggiunta la piena applicazione di diritti altrimenti a rischio per l’ingerenza dei singoli Stati, si pensi alla sentenza della Corte Suprema del giugno 2015 che legittima i matrimoni tra persone dello stesso sesso ovunque nel paese (posizione sostenuta, appunto, dalla Casa Bianca).


Obama, ospite di Jimmy Fallon al The Tonight Show, “canta” i traguardi raggiunti dalla sua amministrazione (giugno 2016)

Il mondo non è un posto più sicuro. Le organizzazioni terroristiche si sono evolute e sono in grado di attaccare l’Occidente dall’interno, intrufolandosi tra i comuni cittadini. Un certo grado di “isolazionismo” rispetto ad alcuni specifici scenari ha provocato inquietudine tra gli alleati europei. La strada, insomma, è ancora lunga. Ma Obama ha una carta da giocare: Hillary Clinton. Il pieno sostegno all’ex segretario di Stato – la quale si è dichiarata “onorata” dell’appoggio del presidente – certo è un atto dovuto e allo stesso tempo un modo per provare ad arginare attivamente l’ascesa del candidato repubblicano, Donald Trump. Un’eventuale vittoria di quest’ultimo spazzerebbe via come niente otto anni di politiche obamiane. Al contrario l’ex First Lady proseguirebbe molte delle battaglie fin qui intraprese o appena cominciate, come il contrasto alla violenza con armi da fuoco (intervenendo subito dopo la strage di Orlando, Obama ha ricordato quanto sia “troppo facile procurarsi armi e usarle in scuole, chiese, cinema o altri locali pubblici”). I due, probabilmente, sono meno amici di quanto tengono a mostrare, ma – superate le vecchie ruggini – la stima reciproca permetterà loro di dare vita ad un ticket formidabile. Sono entrambi animali da campagna elettorale ed entrambi, a differenza del 2008, hanno oggi diversi interessi in comune. In casa, ma anche al di fuori, il lascito più grande di Obama potrebbe essere proprio l’elezione di Hillary Clinton. Trump permettendo.


Obama parla dopo la strage di Orlando (12 giugno 2016)

@fabiogermani

Le puntate precedenti:
Usa 2016. Hillary Clinton fa la storia
Usa 2016. Sognando la California
Usa 2016. Obbligata a vincere: Hillary Clinton
Usa 2016. Tutto e il contrario di tutto: Donald Trump
Usa 2016. Cruz lascia, Trump stravince

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