Speciale Usa 2012 – T-Mag | il magazine di Tecnè https://www.t-mag.it Thu, 08 Nov 2012 22:54:16 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.3.6 Zoccolo duro https://www.t-mag.it/2012/11/09/zoccolo-duro/ https://www.t-mag.it/2012/11/09/zoccolo-duro/#respond Fri, 09 Nov 2012 07:35:57 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50727 Capita alle volte di sentire battute sugli ispanici che vivono negli Stati Uniti – “i nuovi neri” – nelle commedie hollywoodiane. Alla vigilia del voto del 6 novembre si era anche detto che l’elettorato composto dai latinos, quasi tutto a favore di Obama (per un peso equivalente a circa il 10%), avrebbe influenzato e non poco l’esito delle presidenziali. Potremmo dire che la profezia si è avverata: a votare per Obama, infatti, è stato il 69% degli elettori ispanici.
Obama, inoltre, ha mantenuto lo zoccolo duro degli afroamericani che hanno deciso di confermare in massa il primo presidente nero nella storia degli Stati Uniti. Praticamente il 93%.
Si era detto delle donne, poi. Nelle ultime settimane alcune rilevazioni a carattere specifico avevano dato Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca, in netto recupero al cospetto dell’elettorato femminile. Obama aveva incentrato la propria campagna elettorale “in quota rosa” sulla libertà, per ogni donna, di decidere se portare a termine o meno una gravidanza, tTema, al contrario, ripudiato dal rivale. Le previsioni dei sondaggisti sono state confermate: il 55% delle donne – quindi non una percentuale schiacciante – ha votato per Obama.
I giovani, infine. Nel 2008 Obama apparve, a vari livelli, come una figura messianica. Aggiungete una straordinaria capacità della sua macchina organizzativa a tessere relazioni online e avrete colto il perché dell’ampio successo tra i più giovani. Una volta alla Casa Bianca, però, Obama si è dovuto inevitabilmente scontrare con la real politik e insieme a lui hanno dovuto fare altrettanto i giovani che lo avevano sostenuto in precedenza. Il presidente ha perso così un po’ del suo appeal, ma non per questo i giovani gli hanno voltato le spalle. A volerlo per un secondo mandato alla guida del Paese è stato il 60% degli under 30. Un dato inferiore rispetto a quello raggiunto la prima volta, ma pur sempre un ottimo risultato.

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Victory speech https://www.t-mag.it/2012/11/07/victory-speech/ https://www.t-mag.it/2012/11/07/victory-speech/#respond Wed, 07 Nov 2012 22:38:51 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50715 Grazie, grazie mille.
Stasera, oltre 200 anni dopo che una piccola colonia si è guadagnata il diritto di determinare il proprio destino, il nostro cammino verso il perfezionamento dell’Unione va avanti. E va avanti grazie a voi, va avanti perché voi avete nuovamente affermato lo spirito che ha vinto sulla depressione, sulle guerre, lo spirito che ha fatto rinascere questo Paese dalle sue ceneri e che ha riportato speranza, la speranza che ognuno di noi può realizzare i propri sogni.
Siamo una famiglia e prosperiamo o cadiamo insieme come nazione e come unico popolo.
Stasera durante questa elezione, voi, i cittadini americani, ci avete ricordato che la battaglia è stata dura, il viaggio è stato lungo, ma siamo riusciti a riprenderci. Abbiamo trovato la strada giusta e sapevamo nei nostri cuori che per gli Stati Uniti d’America il meglio deve ancora venire.
Voglio ringraziare ogni americano che ha partecipato a questa elezione. Sia che abbiate votato tramite voto anticipato, sia che abbiate aspettato in fila il vostro turno per depositare il voto (a proposito: dobbiamo risolvere questo problema delle file), che abbiate utilizzato il telefono o che siate rimasti ad aspettare seduti sul marciapiede, sia che abbiate mostrato un cartellone con su scritto il nome ‘Obama’ o il nome ‘Romney’, avete dato un segnale, avete fatto la differenza.
Ho parlato con il governatore Romney, gli ho fatto le mie congratulazioni, sia a lui che a Paul Ryan, per la campagna elettorale davvero dignitosa che hanno condotto. La battaglia è stata dura perché amiamo profondamente questo Paese e teniamo al futuro di questa nazione. Dalla Georgia e nel resto del Paese, la famiglia di Romney ha deciso di servire la nazione e questo è un dono che apprezziamo e che elogiamo. Sono impaziente nelle prossime settimane di parlare nuovamente con il governatore Romney per trovare delle soluzioni comuni.

Voglio ringraziare il mio mito e partner, il vicepresidente Joe Biden, conosciuto anche con il nome di Guerriero d’America. Non sarei l’uomo che sono oggi senza la donna che 20 anni fa ha detto sì quando le ho chiesto di sposarmi. Voglio dirlo pubblicamente: Michelle non ti ho mai amata così tanto, non sono mai stato così orgoglioso di guardare gli altri americani innamorati di te mano a mano che ti conoscevano. Sasha e Malia, crescerete e diventerete due ragazze intelligenti proprio come vostra madre.
Al miglior team di questa campagna elettorale e ai migliori volontari nella storia della politica. I migliori, i migliori di sempre. Alcuni di voi hanno partecipato alla campagna elettorale per la prima volta, altri invece sono stati al mio fianco fin dall’inizio, ma siete tutti una famiglia per me e a prescindere da quello che fate o quello che farete in futuro, porterete con voi il ricordo di questo momento storico che abbiamo creato insieme e continuerete ad avere la mia gratitudine per tutta la vita. Grazie per aver creduto in me per tutto questo tempo. Ogni volta che c’è stato un ostacolo avete risollevato il mio umore e lo avete fatto per tutta la durata della campagna, ve ne sarò per sempre grato.

So che le campagne elettorali possono sembrare una piccola cosa e questo dà materiale ai cinici che possono dire che la politica altro non è un campo di battaglia per galli, ma se si ha la possibilità di parlare con le persone che vengono ai comizi elettorali vi renderete conto che hanno percorso chilometri. Si scopre che c’è la determinazione in coloro che organizzano queste manifestazioni, che vanno al college e nutrono il sogno che anche i loro figli possano avere le stesse opportunità. Scoprirete l’orgoglio nelle voci dei volontari, perché finalmente i loro fratelli sono stati assunti dall’industria automobilistica e possono così ritornare a lavorare. Scoprirete il patriottismo nelle mogli dei soldati che aspettano la sera di sentire i loro mariti e sanno che stanno servendo il Paese e che quando torneranno a casa avranno un lavoro pronto ad accoglierli e non dovranno combattere per trovarlo. È questo che la politica può essere. È per questo che le elezioni sono importanti. La democrazie in un Paese di 300 milioni di abitanti può essere caotica. Ciascuno di noi ha le proprie idee, le proprie opinioni, ciascuno di noi crede in determinate cose. Quando dobbiamo prendere decisioni importanti come Paese è necessario e imprescindibile che ci siano delle controversie e ciò non cambierà dopo queste elezioni, non deve cambiare. Questi dibattiti che abbiamo sono un segno distintivo della nostra libertà. Non dobbiamo dimenticare che mentre noi siamo qui a parlare ci sono altri Paesi in cui le persone rischiano la vita solo per avere l’occasione di poter avere un dibattito e l’occasione di votare come avete fatto voi oggi e come ho fatto io. Ma nonostante le nostre differenze la maggior parte di noi nutre la stessa speranza per il futuro dell’America. Confidiamo che i nostri figli crescano in un Paese in cui abbiano accesso ai migliori insegnanti e al miglior sistema di istruzione possibile. Un Paese che rispetta la propria tradizione di leader nell’innovazione e nella tecnologia, dove ci sono nuove imprese e nuove occupazioni. Vogliamo che i nostri figli crescano in un’America che non sia schiacciata dal peso dei debiti, dove non vi sia diseguaglianza, dove il pianeta non viene distrutto dal cambiamento climatico. Vogliamo lasciare ai nostri figli un Paese che sia sicuro, che sia ammirato dal resto del mondo, un Paese che sia difeso dalle migliori forze armate. Ma anche un Paese in cui si possa vivere con fiducia per cercare di segnare una pace che porti con sé una promessa di libertà per ogni essere umano.
Crediamo in un’America generosa, un’America compassionevole, un’America tollerante che sia aperta ai sogni dei figli di immigrati che studiano nelle nostre scuole; al ragazzo sulle strade di Chicago che vuole vedere oltre l’angolo della strada; ai figli degli operai del North Carolina che vogliono diventare ingegneri, imprenditori, un diplomatico o anche presidente degli Stati Uniti. È questo il futuro nel quale crediamo, è questa la visione che condividiamo. Dobbiamo andare avanti. Sicuramente ci saranno disaccordi su come arrivare alla nostra destinazione. Come è successo negli ultimi due secoli, il progresso non segue una linea retta, non è sempre un percorso privo di ostacoli. Ci sono delle frizioni, ma grazie alla speranza, ai nostri sogni, possiamo superare le divergenze, costruire il consenso, scendere a compromessi che siano utili per proseguire nella giusta direzione. Quel legame comune: è da lì che dobbiamo ripartire. La nostra economia può riprendersi. Dieci anni di guerra stanno per finire, la lunga campagna elettorale è giunta al termine. E che io abbia guadagnato o meno il vostro voto, ho sicuramente ascoltato tutti, ho imparato da voi e mi avete reso un presidente migliore. Ho ascoltato le vostre storie, vi ho sentito raccontare delle vostre battaglie e tornerò alla Casa Bianca più determinato che mai a costruire un futuro migliore per questo Paese.

Stasera avete votato a favore dell’azione, non per la politica come l’abbiamo conosciuta finora. Ci avete scelti per concentrarci sui vostri posti di lavoro, non sui nostri. E nelle prossime settimane e nei prossimi mesi voglio collaborare con i leader di entrambi i partiti, in modo trasversale, per risolvere le sfide che riguardano tutti: il debito pubblico, riformare il codice tributario, migliorare l’istruzione, avere indipendenza dal petrolio straniero. C’è moltissimo lavoro da fare. Ma questo non significa che voi abbiate finito con il vostro, di lavoro. Il ruolo dei cittadini e la nostra democrazia non si esauriscono con il voto. L’America non è mai stata quello che può essere fatto per noi, è sempre stata quello che possiamo fare noi per il nostro Paese. Questo è un lavoro necessario se si ha la possibilità di scegliere il proprio governo. Questa nazione è più ricca di qualsiasi altra nazione al mondo, ma non è questo che ci rende ricchi. Abbiamo le forze militari, ma non è questo che ci rende forti. La nostra cultura, le nostre università, non è questo che convince chiunque a venire in America. Quello che rende l’America eccezionale è il legame che tiene uniti tutti i cittadini della nazione più variegata del mondo. La convinzione che questo Paese funziona solo quando accettiamo gli obblighi nei confronti degli altri, nei confronti delle future generazioni e accettiamo la libertà per cui moltissimi americani hanno lottato e sono morti, accettiamo le responsabilità e teniamo a cuore coloro che amiamo, teniamo presente il patriottismo. È questo che rende grande l’America.

Stasera sono pieno di speranza perché ho visto quale sia lo spirito che può far funzionare l’America. Ho visto delle imprese a conduzione familiare dove gli imprenditori non volevano licenziare i lavoratori e si sono ridotti lo stipendio. Ho visto dei soldati che si sono arruolati nuovamente dopo aver perso un arto, sicuri che c’era qualcuno dietro di loro pronti ad aiutarli. Ho visto sulle coste di New York e del New Jersey leader di ogni partito e ad ogni livello di governo mettere da parte i contrasti per la ricostruzione di una comunità colpita da un uragano terribile.
E proprio l’altro giorno, nell’Ohio, ho visto un padre che ha raccontato la storia di sua figlia di otto anni che ha lottato per molti anni contro la leucemia, un durissimo colpo per la sua famiglia che è riuscita ad ottenere l’assicurazione grazie alla riforma del sistema sanitario. Ho incontrato anche la bambina. Ascoltando la loro storia ho notato che tutti i genitori che si trovavano in quella sala avevano le lacrime agli occhi perché sapevano che quella bambina poteva essere loro figlia e so che ciascun americano vuole che il suo futuro sia brillante. È questo che siamo ed è questo il Paese che sono orgoglioso di guidare come vostro presidente.

Nonostante tutte le difficoltà che abbiamo dovuto affrontare, nonostante tutte le frustrazioni che Washington può provocare non sono mai stato più pieno di speranza sul nostro futuro. Chiedo a voi di sostenere questa speranza. Nono sto parlando di ottimismo cieco. Non sto chiedendo di ignorare le sfide che dobbiamo affrontare. Ho sempre creduto che la speranza è la convinzione dentro di noi che c’è qualcosa di meglio in fondo alla strada, che ci convince a lottare, a difendere quello in cui crediamo.

America, io credo che possiamo costruire a partire dal progresso che abbiamo raggiunto, che possiamo lottare per nuove possibilità, nuovi posti di lavoro, nuova sicurezza per la classe media. Credo che possiamo mantenere la promessa dei nostri padri fondatori, l’idea che se si lavora duramente non importa da dove si proviene, non importa chi siate o quale sia il vostro aspetto, non importa chi si ama, che siate bianchi, neri, ispanici, asiatici, nativi americani, giovani, vecchi, poveri, che siate gay o no: qui in America si riesce a realizzare un sogno.
Credo che possiamo costruire questo futuro insieme. Perché non siamo miopi, non siamo cinici come alcuni credono, siamo più grandi di alcune delle nostre ambizioni individuali e significhiamo più di una collettività, più di Stati rossi e Stati blu perché noi siamo i cittadini degli Stati Uniti d’America e insieme con il vostro aiuto e con l’aiuto di Dio continueremo il nostro viaggio per andare avanti e ricorderemo al mondo perché viviamo nella nazione più grande della Terra.

Grazie America.
Che Dio vi benedica. Che Dio benedica gli Stati Uniti d’America.

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Mr. President https://www.t-mag.it/2012/11/07/mr-president/ https://www.t-mag.it/2012/11/07/mr-president/#respond Wed, 07 Nov 2012 16:26:05 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50621 È stata più dura del previsto, ma comunque una vittoria netta. Barack Obama viene confermato alla guida degli Stati Uniti ai danni del repubblicano Mitt Romney. Noi avevamo pronosticato l’esito delle presidenziali a marzo, consapevoli del rischio che correvamo a prendere una posizione simile con un così largo anticipo. Lo abbiamo scritto tuttavia con fermezza, analizzando i dati sull’economia che, sebbene non ancora soddisfacenti, suggerivano un trend positivo da cui il presidente uscente avrebbe potuto trarre vantaggio. Succede poi che durante la campagna elettorale accadano tante piccole cose capaci di spostare voti. È una costante ad ogni elezione che si rispetti, ad ogni latitudine. Ma la maggior parte degli americani ha indicato l’economia quale tema prioritario per il Paese ed è la crisi ad avere spinto i cittadini a dare fiducia a Obama per ulteriori quattro anni. La maggior parte di loro, infatti, attribuiscono il periodo di difficoltà all’amministrazione Bush: l’attuale presidente può dormire sereno su questo fronte. Diciamolo francamente, però: non è stata una vittoria esaltante come quella del 2008, sotto vari aspetti. A Romney va riconosciuta una buona campagna elettorale, soprattutto nelle ultime settimane quando i sondaggi hanno iniziato a incoraggiarlo. Anche se un po’ tardiva per parlare alla pancia dell’elettorato e scaldare i cuori.
Cosa è successo nei primi quattro anni di Obama alla Casa Bianca? È riuscito, il presidente, a implementare una svolta socialdemocratica nel Paese? Probabilmente no. I tanti delusi, che pure non mancano e che non gli hanno rinnovato la fiducia, ne sono una testimonianza diretta. Ma l’inquilino – ancora una volta – della Casa Bianca ha gettato le basi per una nazione diversa, dalla riforma sanitaria a quella del sistema finanziario. Stato chiave per la sua rielezione – come indicato alla vigilia – era l’Ohio, che generalmente si contraddistingue per tenere con il fiato sospeso i candidati di entrambi gli schieramenti. In Ohio (alzi la mano chi sa indicare l’Ohio su una cartina degli Stati Uniti) si realizzano autovetture in quantità inferiore soltanto al Michigan e la crisi economica si è fatta sentire in maniera piuttosto pesante in termini di posti di lavoro persi. Solo a Columbus, capitale dello Stato, si è registrata un’inversione di tendenza. Non è dunque un caso se gli sforzi maggiori, allo scadere della campagna elettorale, sono stati concentrati in Ohio dai due candidati. I dati sul lavoro diffusi pochi giorni fa (171 mila posti di lavoro creati su tutto il territorio nazionale, disoccupazione al 7,9%) sono stati certamente d’aiuto per Obama. Il ticket Romney-Ryan aveva assicurato 12 milioni di posti di lavoro in quattro anni: una promessa, forse, troppo azzardata.
La notte è stata lunga ed estenuante con la solita Florida che per alcune ore ha creato scompiglio e confusione. Una nottata che ha catalizzato le attenzioni di un intero anno. T-Mag ha seguito con passione la campagna elettorale statunitense, dalle primarie repubblicane fino all’election day del 6 novembre. Lo abbiamo fatto cercando di capire quale ruolo gli Stati Uniti sono in grado di esercitare nel mondo, se rappresentano ancora oggi una guida morale oltre che politica. La crisi economica ha gettato le basi per una accresciuta interdipendenza tra Paesi e la necessità di leader lungimiranti. In questo senso la rielezione di Obama (non ne abbiamo mai fatto un mistero) è da ritenersi una buona notizia. Ora Obama – che avrà davanti a sé il giudizio della storia – dovrà vedersela con una Camera avversa in cui i repubblicani sono nuovamente maggioranza. Tra i primi atti che l’amministrazione tenterà di varare, la riforma dell’immigrazione le cui resistenze del Gop avevano già bloccato durante il primo mandato. Ma di questo penseremo a tempo debito. It’s a good day, direbbero oltreoceano. E noi con loro.

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Il pronostico https://www.t-mag.it/2012/11/06/il-pronostico/ https://www.t-mag.it/2012/11/06/il-pronostico/#respond Tue, 06 Nov 2012 07:36:36 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50410 Dopo una lunghissima ed estenuante campagna elettorale, siamo finalmente al “giorno del giudizio”. I sondaggi, a lungo oscillanti tra i due candidati, e, dopo il primo dibattito tv, favorevoli, per quasi un mese, a Mitt Romney, si sono nuovamente ribaltati: alla vigilia del voto, Barack Obama è infatti tornato in testa e ormai non c’è più tempo per lo sfidante repubblicano per recuperare.
Nelle settimane scorse, infatti, il miliardario mormone sembrava aver chiuso la partita in North Carolina e ad un passo dal chiuderla in Florida, effettuando il sorpasso anche in New Hampshire, Colorado e Virginia, e, ancora, rimontando clamorosamente e praticamente agguantando Obama (un punto di distacco) in Wisconsin, Iowa, Nevada, ma, soprattutto, nel decisivo Ohio, a dispetto della sua posizione sul salvataggio dell’industria dell’auto (contrario al piano dell’Amministrazione Obama che tra industria automobilistica e indotto ha salvato, nel solo Ohio, quasi un milione di posti di lavoro).
Sembrava, appunto, ma così non è stato: nell’ultima settimana, infatti, il terribile uragano “Sandy”, che ha devastato New York e buona parte del Nordest degli Usa, lasciando uno strascico di morte e distruzione (e provocando, tra le altre cose, la sospensione della maratona di New York, cosa non avvenuta neppure dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, per dirne una), ha scombussolato la campagna elettorale, provocando il contro-ribaltone di Obama nei sondaggi, col presidente che ha così chiuso (di fatto) la partita.
Possibile che un uragano possa provocare quest’effetto? Certo, soprattutto in una situazione come quella attuale: da quando seguiamo questa campagna elettorale, abbiamo sempre parlato di risultato in equilibrio, una situazione in cui un “refolo di vento”, in un senso o nell’altro, avrebbe potuto decidere le cose. L’equilibrio alla vigilia delle Convention è stato ripristinato dopo le due kermesse; poi Romney era scivolato sulla gaffe sui poveri, ma si era ripreso col primo confronto tv. In ogni caso, le rilevazioni demoscopiche oscillavano con un vantaggio in media per l’uno o per l’altro, fino ad un massimo di due, tre punti percentuali. Quindi, il lieve vantaggio di Romney, era assai vulnerabile, e poteva tranquillamente essere ribaltato da Obama, esattamente quanto avvenuto. Il presidente ha gestito bene l’emergenza, col piglio del “comandante in capo” riconosciutogli anche dagli avversari, su tutti Chris Christie, governatore repubblicano del New Jersey, uno degli Stati più colpiti: l’80% degli elettori ha approvato l’operato presidenziale, cosa che ha riconsegnato ad Obama i voti degli indecisi, spianandogli la strada per altri quattro anni alla Casa Bianca.
Probabilmente Mitt Romney neppure sa chi sia Giuseppe Saragat, storico leader socialdemocratico e presidente della Repubblica (italiana) tra il 1964 ed il 1971, ma ben potrebbe prendere in prestito da lui una citazione: l’ex capo dello Stato, per giustificare un insuccesso elettorale, diede la colpa al “destino, cinico e baro” e fu, per ciò, preso in giro a vita; un leader politico infatti non si può esprimere così; Romney, però, qualora lo facesse sarebbe più giustificabile: in testa fino ad una settimana dal voto, vede la sua corsa fermarsi ad un metro dal traguardo, non per un qualcosa di strutturale, come, ad esempio, l’economia, ma per un avvenimento accidentale, che ha mutato il corso della campagna elettorale; insomma, per l’ex governatore del Massachusetts, davvero un “destino cinico e baro”.
Citazioni saragattiane a parte, quando si perde, lo si fa perché si sono commessi degli errori, e Romney ed i Repubblicani ne hanno commessi: il miliardario mormone non ha scaldato i cuori dell’elettorato, a partire dalla sua base; ha parlato, sia pure a microfoni spenti, contro il 47% degli americani poveri ed un leader politico non si può esprimere in quella maniera, neppure come chiacchiere da bar; ha sbagliato nella scelta del vice, il giovane Ryan, non perché quest’ultimo non sia preparato, anzi, ma perché è stata una scelta elettoralmente improduttiva: neppure in Wisconsin, Stato di origine di Ryan, Romney è in grado di vincere; preferire, come compagno di cordata, ad esempio il senatore dell’Ohio Rob Portman, sarebbe stato più sensato; i repubblicani sono chiusi, poi, nei confronti delle minoranze: come credono di potersi giocare le elezioni in futuro, se non si aprono agli ispanici, che già oggi rappresentano il 15% della popolazione? Se non lo faranno, si condanneranno ad una sconfitta eterna, altro che “destino cinico e baro”: un suicidio politico.
Presidenziali a parte, si vota anche per il Senato, dove i democratici dovrebbero, salvo (a questo punto improbabili) sorprese dell’ultima ora, conservare la maggioranza e per la Camera, dove dovrebbero essere i repubblicani a mantenere la prevalenza, sia pur in misura ridimensionata rispetto a quella attuale.
Ed ecco, infine, la valutazione finale a livello di singoli Stati con tra parentesi il numero di voti elettorali.

Blindati Obama: Maine/1° distretto (1); Vermont (3); Massachusetts (11); Rhode Island (4); New York (29); Delaware (3); Maryland (10); District of Columbia (3); Illinois (20); California (55); Hawaii (4). Totale: 143

Quasi certi Obama: Maine/Stato (2); Connecticut (7); New Jersey (14); Minnesota (10); New Mexico (5); Oregon (7); Washington (12). Totale: 57.

Vantaggio Obama: Maine/2° distretto (1); Pennsylvania (20); Ohio (18); Michigan (16); Wisconsin (10); Iowa (6); Nevada (6). Totale: 77.

Incerti: New Hampshire (4); Colorado (9); Virginia (13); North Carolina (15); Florida (29). Totale: 70.

Vantaggio Romney: Missouri (10); Nebraska/2° distretto (1); Arizona (11). Totale: 22.

Quasi certi Romney: Indiana (11); Nebraska/1° distretto (1); South Dakota (3); North Dakota (3); Montana (3); Texas (38); South Carolina (9); Georgia (16). Totale: 84.

Blindati Romney: West Virginia (5); Kansas (6); Nebraska/Stato (2); Nebraska/3° distretto (1); Idaho (4); Wyoming (3); Utah (6); Alaska (3); Oklahoma (7); Arkansas (6); Louisiana (8); Mississippi (6); Alabama (9); Tennessee (11); Kentucky (8). Totale: 85.

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Women for Obama https://www.t-mag.it/2012/11/05/women-for-obama/ https://www.t-mag.it/2012/11/05/women-for-obama/#respond Mon, 05 Nov 2012 14:19:00 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50382 Beyoncé, Eva Longoria, Natalie Portman, Susan Sarandon, Elizabeth Blanks, Jennifer Lopez. Sono alcune delle donne “famose” che sostengono la causa Women for Obama. I sondaggi hanno sempre rilevato una consistente presa dell’attuale inquilino della Casa Bianca sull’elettorato femminile e non è dunque un caso se anche Romney nelle ultime settimane ha tentato di corteggiarle, cercando così di strappare consensi al presidente. Il tema dell’aborto è uno degli argomenti che ha principalmente contrapposto Obama a Romney. Secondo il presidente la donna deve essere libera di poter scegliere se interrompere o meno una gravidanza, al fine di salvaguardare la propria salute. A tale proposito, recentemente Obama ha cercato di sfruttare la polemica sorta in seguito alle dichiarazioni di Richard Mourdock, candidato repubblicano al senato dell’Indiana secondo il quale l’aborto è una pratica da scongiurare anche in caso di stupro. Tuttavia i sondaggi relativi all’elettorato femminile hanno rilevato un recupero da parte dello sfidante, sebbene Obama mantenga ancora un leggero vantaggio.

C’è sempre l’eccezione che conferma la regola. Un gruppo di donne storicamente repubblicane si sono schierate a favore di Obama (questo spot risale ad agosto) nella convinzione che Romney e Ryan non siano i migliori candidati per loro.

La famosa cantante r’n’b Beyoncé Knowles in questo video ringrazia la First Lady Michelle per essere un modello per le donne di tutto il mondo. Insieme al marito, il rapper e produttore Jay-Z, la cantante è stata tra i personaggi più attivi a sostegno della campagna elettorale di Barack Obama.

Nel 2008 la comunità latina fu fondamentale per l’elezione di Obama. Nelle ultime ore il presidente ha diffuso un messaggio per convincere gli ispanici a votare per lui. E altrettanto fa Jennifer Lopez, in questo appello indirizzato ai latinos.

F. G.

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Ultimi affondi https://www.t-mag.it/2012/11/05/ultimi-affondi/ https://www.t-mag.it/2012/11/05/ultimi-affondi/#respond Mon, 05 Nov 2012 13:22:37 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50361 Ultime ore di campagna elettorale prima del voto del 6 novembre. E ultimi affondi per Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca in ticket con Paul Ryan. Ci sono almeno cinque buone ragioni per votare repubblicani, afferma Romney. E tutte e cinque sono utili ad evitare altri quattro anni di politiche fallimentari dell’amministrazione Obama.

Per rilanciare un’America forte e l’economia il Paese ha bisogno di un leader. E Romney lo è, afferma la sua campagna.

Queste elezioni non saranno una mera questione di “numeri”. Significano molto altro. Significano imprese che chiudono dopo generazioni e laureati che tornano a casa dei genitori per via della crisi. La scelta da compiere al seggio elettorale, sostiene perciò l’ex governatore del Massachusetts, è “chiara”.

L’amministrazione Obama ha approvato misure che favoriscono servizi “immorali” nelle scuole o negli ospedali cattolici. Partendo da questo presupposto, Romney tenta di convincere l’elettorato cattolico a votare per lui (che è mormone, va ricordato). Il candidato repubblicano mira così ai “valori”, tema grazia a cui Bush riuscì ad ottenere la vittoria ai danni di John Kerry nel 2004.

F. G.

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Il punto https://www.t-mag.it/2012/11/05/il-punto-5/ https://www.t-mag.it/2012/11/05/il-punto-5/#respond Mon, 05 Nov 2012 12:18:53 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50341 La promessa più grossa, il candidato repubblicano a vicepresidente degli Stati Uniti, Paul Ryan, l’ha fatta alla convention del suo partito a Tampa a fine agosto. “Mitt Romney ed io abbiamo un piano per creare 12 milioni di posti di lavoro in quattro anni. E lo faremo riducendo la spesa pubblica sotto il 20% del Pil. Rimetteremo l’America in piedi”. Nel frattempo – al di là di promesse roboanti – i dati sulla disoccupazione sembrano volgere a favore del presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Il tasso di disoccupazione, infatti, si è attestato nel mese di ottobre al 7,9% e sono stati creati 171 mila nuovi posti di lavoro, quando gli analisti ne avevano previsti 125 mila.
Il dipartimento del Lavoro, poi, ha rivisto al rialzo i numeri di settembre, da 114 mila a 148 mila nuovi posti. Ad agosto, invece, il dato è stato corretto da +142 mila a +192 mila.
Sono cifre importanti per la Casa Bianca, molto più perché giungono a poche ora dal voto che sancirà chi, tra Obama e Romney, guiderà gli Stati Uniti nei prossimi quattro anni. Ma lo staff presidenziale ha ostentato in questo senso un cauto ottimismo e non sappiamo quanto i nuovi posti di lavoro possano influenzare l’esito delle urne. E ciò è vero nonostante l’economia sia il tema trainante di questa campagna elettorale che volge ormai al termine. La consapevolezza di un Paese che ha bisogno di sentirsi dire qualcosa di rassicurante è evidente in entrambi i candidati. Sul piano economico – creazione di nuovi posti di lavoro, rilancio del comparto automobilistico, piano energetico, tassazione – tanto Obama quanto Romney hanno cercato di convincere l’elettorato illustrando le proprie ricette. Nel mese di ottobre, ha affermato Obama in un recente comizio in Ohio, “sono stati creati più posti di lavoro che negli ultimi otto mesi, l’industria automobilistica è di nuovo al massimo, il settore immobiliare è in rialzo, abbiamo fatto progressi reali”. Ma, è stata in soldoni la riflessione conclusiva del presidente uscente, c’è ancora molto da fare e per ultimare quanto di buono proposto sinora è necessario rinnovargli il mandato. Al contrario Romney ha più volte sostenuto che Obama abbia fatto poco per superare la crisi (Obama isnt’working, è stato lo slogan di una campagna repubblicana), lo ha definito in diverse occasioni un “burocrate” e ritenuto la politica della Casa Bianca troppo timida nei confronti di una concorrente sleale quale sarebbe la Cina. In tutta risposta lo staff presidenziale ha immaginato l’America dopo i primi cento giorni di amministrazione Romney.

Le differenze con il presidente Obama, afferma Romney, sono chiare. Il presidente confida anche nella speranza degli americani, ma questi ultimi non devono accontentarsi.

Nel suo ultimo libro, Time to Start Thinking: America and the Spectre of Decline, Edward Luce ha messo in evidenza come il reddito delle famiglie americane risulti stagnante dal 1970 e come, soprattutto, le difficoltà della classe media siano cominciate ben prima del 2009. Su quest’ultimo argomento Obama appare più convincente del rivale. Per questo è arrivato l’endorsement del Financial Times che, pur non facendo mancare critiche al presidente, ha sentenziato: “È la decisione più saggia per gli Stati Uniti”. In particolare, il giornale economico ha giudicato positive la riforma sanitaria e quella finanziaria. Anche l’Economist si è detto favorevole alla rielezione di Obama, non fosse altro che i democratici meritano la possibilità di un secondo mandato.
Intanto i sondaggi continuano a rilevare un sostanziale testa a testa tra Obama e Romney, anche se l’ultima indagine del Pew Research Center dà il presidente in vantaggio di tre punti, 48 a 45 mentre Rasmussen rileva una situazione di parità (49%). Obama ha inoltre incassato l’endorsement del sindaco di New York, Michael Bloomberg, il quale si è visto costretto a cancellare, per la prima volta, la famosa maratona dopo il passaggio dell’uragano Sandy e gli ingenti danni che ha provocato alla città. Secondo Bloomberg, il presidente ha saputo gestire bene l’emergenza.

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Spot elettorali/22 https://www.t-mag.it/2012/11/02/spot-elettorali22/ https://www.t-mag.it/2012/11/02/spot-elettorali22/#respond Fri, 02 Nov 2012 15:54:36 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50277 Passata la paura per l’uragano Sandy che ha colpito nei giorni scorsi la east coast americana provocando danni e numerosi morti, riprende la campagna elettorale di Barack Obama e Mitt Romney. Può sembrare un discorso piuttosto cinico, ma il voto – Sandy o non Sandy – è tra pochi giorni. E gli Stati Uniti si apprestano a stabilire chi sarà alla guida del Paese per i prossimi quattro anni. Barack Obama sarà impegnato da qui al 6 novembre in un tour de force (alla stregua di Romney, del resto), come mostrato nel seguente video.

Mentre i sondaggi sembrano abbastanza d’accordo sul testa a testa tra i due candidati (dopo il terzo dibattito presidenziale in diretta televisiva Obama è riuscito a recuperare il distacco che l’ex governatore del Massachusetts aveva accumulato neanche troppo a sorpresa nelle settimane precedenti), Romney ha attaccato il presidente di avere venduto la Chrysler agli italiani, rei soprattutto di fabbricare la Jeep in Cina. E deve avercela un po’ con noi italiani, Romney, se per accusare le politiche economiche di Obama accosta gli Stati Uniti proprio all’Italia e alla Spagna. Fatto sta che lo staff della campagna dell’inquilino della Casa Bianca, in tutta risposta, ha prodotto questo spot, volto a denigrare lo stile di Romney. Il quale dice bugie, sentenziano gli uomini del presidente. Sì, il video è quello in cui compare Marchionne di cui avrete senz’altro letto sui vari quotidiani.

Le polemiche, che ci stanno in campagna elettorale, seguono sempre attacchi personali. Come quest’ultimo in cui il candidato repubblicano colpisce Obama definendolo un “burocrate”.

Dopo il voto di Homer Simpson per Obama…

…arriva l’endorsement altrettanto importante di Montgomery Burns per Mitt Romney. Basterà?

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Endorsement https://www.t-mag.it/2012/11/01/endorsement/ https://www.t-mag.it/2012/11/01/endorsement/#respond Thu, 01 Nov 2012 07:05:33 +0000 http://www.t-mag.it/?p=50177 A pochi giorni dal voto statunitense è interessante osservare come la stampa d’oltreoceano si schieri a favore dell’uno o dell’altro candidato. La pratica – endorsement – è molto diffusa tra i media di tradizione anglosassone e un quotidiano che sostiene un pretendente alla Casa Bianca è in grado di spostare molti consensi o almeno di “veicolare” gli indecisi. Resta da capire quanto ciò sia vero ancora oggi, in un momento particolare, in cui determinati temi, causa crisi – su tutti l’economia, il lavoro e il welfare –, hanno un impatto diretto sulle persone al di là del parere, più o meno accademico, che una testata può esprimere al riguardo.
L’endorsement non è prassi consolidata in Italia e quando qualche autorevole giornale ha tentato un approccio di questo tipo ha scatenato un certo vespaio. Ne sa qualcosa Paolo Mieli, ex direttore del Corriere della Sera. Alla vigilia delle politiche del 2006 il quotidiano di via Solferino ammise la propria preferenza per un governo di centrosinistra, scatenando non poche polemiche. In America, al contrario, è tutto lecito, tutto assolutamente consentito. E sui giornali Obama va più forte di Romney, anche se non mancano le sorprese.
L’inquilino della Casa Bianca ha incassato i favori del Washington Post (che gli ha dedicato un lungo editoriale auspicando il secondo mandato, non senza però risparmiargli qualche critica) e del New York Times secondo cui il presidente avrebbe ottenuto grandi successi durante i primi quattro anni di amministrazione e in queste ultime ore anche del prestigioso Chicago Tribune. Contraltare a favore di Mitt Romney, il New York Post di Murdoch. Al candidato repubblicano è giunto il sì anche del Detroit News. Il quotidiano della capitale del Michigan ha “ringraziato” Obama per avere salvato il comparto automobilistico (quello del presidente uscente è stato “uno straordinario contributo” per la tenuta di General Motors e Chrysler , scrive il giornale), ma reputa l’ex governatore del Massachusetts più affidabile in economia. Dalla parte di Romney si sono schierati inoltre Orlando Sentinel, New Hampshire Union Leader, Las Vegas Review-Journal e Columbus Dispatch. Il Reno Gazette-Journal (alla stregua dell’Orlando Sentinel) ha scelto anch’esso Romney in controtendenza rispetto al 2008, quando decise di appoggiare la corsa di Obama ai danni di McCain. Altro endorsement importante a favore di Obama, invece, è quello del Los Angeles Times. E ancora: Tampa Bay Times, Denver Post, Cleveland Plain Dealer e Philapdelphia Inquirer. The Salt Lake Tribune, il maggiore quotidiano dello Utah, nonostante la “vicinanza” anche geografica al mormonismo di cui Romney fa parte, ha sentenziato a sostegno di una rielezione di Obama.
Negli ultimi giorni è arrivato l’endorsement per Romney del Des Moines Register, importante quotidiano dell’Iowa. Si tratta di una posizione di peso, non fosse altro che l’Iowa è uno degli Stati indecisi e molto più perché segue una serie di indiscrezioni trapelate nei giorni scorsi che volevano Obama esortare il giornale – dopo un’intervista concessa al direttore – a “endorsare” per lui.
Oltre agli endorsement della stampa non mancano quelli “politici”. A fine settembre era stato il presidente del Venezuela, Hugo Chavez, a schierarsi per Obama (ma dubitiamo che sia per lui un argomento spendibile in campagna elettorale). Nelle ultime ore l’ex segretario di Stato dell’amministrazione Bush, Colin Powell, pur ribadendo di sentirsi profondamente repubblicano ha ammesso di appoggiare Obama. Del resto come già fece nel 2008.

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L’intervista https://www.t-mag.it/2012/10/25/lintervista-2/ https://www.t-mag.it/2012/10/25/lintervista-2/#respond Thu, 25 Oct 2012 12:39:15 +0000 http://www.t-mag.it/?p=49739 La strada più breve per arrivare alla Casa Bianca è l’autostrada numero 4, in Florida. Su questo pezzo d’America, che va da Tampa a Daytona Beach, forse si deciderà chi sarà il prossimo presidente degli Stati Uniti. Un microcosmo osservato con attenzione da entrambi gli schieramenti, perché potrebbe indicare chi vincerà nello stato della Florida (che si porta dietro una dote di 29 voti): uno dei principali swing states nelle elezioni delle 6 novembre. Con Andrea Mancia (giornalista e blogger) abbiamo fatto il punto di come il Grand Old Party, cioè i repubblicani, stiano preparando questa campagna. Il ticket Romney-Ryan, è riuscito finora a raccogliere più fondi del presidente uscente, di norma avviene il contrario. Barack Obama deve rispondere del suo mandato, avvenuto durante una pesante crisi economica, con il fronte della politica estera che ultimamente si è surriscaldato. I sondaggi danno i due schieramenti quasi appaiati, a decidere chi sarà il quarantacinquesimo presidente Usa saranno loro: gli swing states.

Perché è così importante la Florida?

Il nord della Florida è considerato profondo sud in senso stretto potrebbe benissimo essere un pezzo di Alabama o Georgia. Ha una forte comunità nera ma i bianchi che sono la maggioranza votano compatto repubblicano. Nel nord Romney vince al 100%. Il sud invece ha una fortissima migrazione ispanica. Ci sono grosse città (favorevoli ai democratici), e luoghi di villeggiatura per facoltosi in pensione. Tutti loro votano democratico. La parte centrale della Florida, a cavallo dell’autostrada numero 4 che va da Tampa ad ovest a Daytona beach ad est, passando per Orlando è considerata la swing zone dello swing state. Di solito infatti chi vince in questa zona vince anche in Florida. In cui la popolazione in media è un po’ più vecchia della media nazionale: questo in genere può favorire i repubblicani. Dall’altro canto essendoci un grosso scontro sull’Obamacare e sul Medicare, che i repubblicani vogliono tagliare mentre i democratici vogliono ampliare, bisogna vedere come reagiscono le fasce più anziane della popolazione. Inoltre la Florida, dopo Israele, ha la comunità ebraica più numerosa. Obama rispetto al 2008 ha perso 20 punti tra gli elettori ebrei, che per tradizione votano democratici. C’è da dire poi le dichiarazioni della presidenza all’indomani degli attentati alle ambasciate in Nord Africa sono stati confusi, poi è più di un mese che Obama non riceve il primo ministro israeliano.

Negli Usa oltre ai sondaggi d’opinione si guardano i prospetti demografici, per capire il voto dei cosiddetti swing groups.

Da un punto di vista di gruppi etnici la situazione è molto cristallizzata gli afroamericani votano per Obama, già prima di lui votavano per i democratici, gli ispanici in proporzione 2 a 1 o anche 3 a 1, dipende dal candidato repubblicano, per i democratici. I veri swing groups sono i bianchi. La classe lavoratrice bianca, i meno abbienti, si stanno spostando lentamente verso i repubblicani. Questo spostamento è contemporaneo ad un aumento dell’immigrazione, soprattutto tra i “latinos”. Il punto è vedere quale dei due flussi demografici prevale sull’altro. Il successo di Obama nel 2008 è che ha portato nelle urne in numero maggiore gli afroamericani. Se ci riuscirà ancora, in una situazione molto diversa rispetto all’ultima elezione però, vincerà. Questo a livello nazionale. Più che convincere il 6% di indipendenti però questa è un’elezione in cui vincerà chi riuscirà a portare i suoi a votare. Al momento sono quasi pari. Fino alle convention, sotto il profilo motivazionale erano in vantaggio i repubblicani che avevano vinto le elezioni del midterm nel 2010. I democratici sembravano meno convinti. Un po’ per i media un po’ per la situazione generale la situazione si sta riequilibrando da questo punto di vista.

Paul Ryan, candidato repubblicano alla vicepresidenza potrebbe essere la vera sorpresa di queste elezioni, e l’asso nella manica del GoP.

In genere il candidato alla vice presidenza se perde si è bruciato la carriera per sempre. Paul Ryan ha un capitale politico per cui si può permettere di perdere ed essere il capo del ticket repubblicano nel 2016. Non solo perché è giovane, ma perché ha una forte credibilità verso il suo elettorato. La stampa lo ha tartassato perché lo ha visto come un pericolo. Ma lui resiste, anche perché cura la comunicazione molto bene, è stato eletto 7 volte alla Camera e conosce il meccanismo dei giornalisti di Washington. Il Wisconsin [Stato di Ryan ndr] in cui Obama vinse con circa 14 punti di vantaggio, adesso è considerato da tutti uno swing state, anche grazie a Ryan. Ha scritto per il GoP il contro-budget negli ultimi due anni, è uno che è abituato a che fare con i dettagli: rispetto agli candidati ha le idee più chiare.

I repubblicani puntano sull’economia, i democratici si diritti civili. A cosa sono più interessati gli elettori?

I segmenti di popolazione che tengono ai diritti civili ne fanno un tema portante. Ad esempio per gli ispanici, che nel 2008 erano il 12% della popolazione, l’immigrazione è il tema politico. La difficoltà di Obama è che il suo partito è composto da micro coalizioni che magari non si parlano tra loro ma sono molto motivate. Lui va a San Francisco e parla dei diritti dei matrimoni gay, va in Alabama dei diritti della comunità nera. È un messaggio disomogeneo. Al contrario dei democratici che segmentano i messaggi rispetto agli elettori, i repubblicani fanno un discorso univoco che può piacere o meno.

Chi è favorito in questo momento?

Obama è in vantaggio perché dentro la sua coalizione oltre i neri, i latinos, single e gay: c’è tutta la stampa. Questo è un ostacolo molto difficile da superare per qualsiasi candidato repubblicano. Ne è la riprova che all’indomani dell’attacco del consolato americano in Libia, invece di parlare della politica estera di Obama, i giornali in Usa hanno aperto con la reazione di Romney, che ha politicizzato lo scontro. I repubblicani sono ingenui se non mettono in conto che la stampa è con Obama. Tolta Fox News che è filo repubblicana, tolte le radio i cui speaker sono a maggioranza di destra e qualche sito sparso sulla rete: il resto dei media è schierato con Obama. Ma più che su di un candidato è in gioco una visione dell’America. La crisi c’è perché i grandi banchieri e la classe finanziaria hanno messo sul lastrico il Paese, oppure perché dopo una congiuntura internazionale difficile la ricetta classica della sinistra non funziona. Questa è la domanda a cui devono rispondere gli elettori.

L’infografica è stata elaborata prima del terzo dibattito presidenziale che si è tenuto il 22 ottobre.

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