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Il deficit che è nell’offerta politica

di Carlo Buttaroni*

Se un giorno, improvvisamente, la politica non fosse più lì a sovraintendere ai nostri deboli istinti e alle nostre terribili pulsioni, sarebbe la fine della società come la conosciamo. L’individuo si troverebbe solo e indifeso, privo dell’unico strumento che può permettergli di vivere insieme al suo prossimo, definendo fini comuni e stabilendo norme in grado di tutelare il bene comune e gli interessi individuali.
È grazie alla politica che l’uomo ha potuto progressivamente trovare gli adattamenti alla sua natura sociale, permettendo alla “convivenza in branco” di prendere la forma di ciò che è stato poi chiamato “nazione” e “patria”, raggiungendo una stabilità culturale e sociale. In tutte le sue forme, ideali o teoretiche, fenomenologiche o empiriche, conserva sempre una confluenza con l’agire, cioè con la capacità di fare delle scelte, di creare delle idee, di produrre azioni che governino la società e la sua complessità.
La crisi dei partiti nasce, innanzitutto, come crisi dell’agire. E si aggrava nel momento in cui la politica sembra poter decidere solo in subordine, prima al sistema economico, poi all’apparato tecnico, trovandosi in una situazione di adattamento passivo, condizionata da scelte che non può fare direttamente né indirizzare, ma solo garantire e ratificare.
Se i conti non tornano è perché la malattia di cui sono affetti i partiti nasce dall’impotenza di fronte alle scelte che deve compiere. Senza quel significato che solo la politica può dare, l’individuo si trova “altrove” rispetto alla società che ha storicamente abitato. Un’alienazione che rovescia i termini, inaugurando se stessa come soggetto e l’uomo come predicato e offrendo in cambio una solitudine globale che rende il cittadino inerte di fronte al suo futuro.

La crisi dei partiti è antecedente a quella economica. Nasce con la fine dei partiti di massa e con l’avvento dei modelli elitisti ed elettoralisti, affidati alla libertà di manovra del leader e finalizzati alla conquista delle cariche pubbliche. Questo non significa che il cambio di modello costituisca il nesso causale della crisi dei partiti. Semmai è la sua incompiutezza, che ha fatto sì che si aprisse un solco profondo, che si è progressivamente ampliato, tra il conferimento di un mandato e la capacità di rappresentarlo. Perché i meccanismi di trasmissione della legittimità ancora funzionano nel nostro paese. Il voto è ancora esercitato in percentuali molto alte rispetto ad altri paesi democratici. Ma questa partecipazione si sta lentamente erodendo, sfiancata dalla mancanza di rappresentatività delle istanze sociali da parte dei partiti.
Ciononostante, parlare di antipolitica è sbagliato. Perché i cittadini non sono distaccati dai valori civili e democratici che costituiscono l’humus della politica. Al contrario, sono sempre più orientati verso nuove forme d’impegno.
Se i partiti tradizionali perdono importanza e la militanza cambia, questo non fa venire meno la voglia di partecipare. Una partecipazione che oscilla da forme più impegnate a forme più leggere, con modalità di mobilitazione più discrete, dove manca un carattere ideologico, strutturato, tanto che i cittadini faticano a definirsi “politicamente” attivi.
Se si assiste a un progressivo indebolimento della fedeltà di partito è perché il focus dell’impegno si è spostato progressivamente da azioni partecipative dentro i partiti, ad azioni auto-dirette all’interno di nuovi ambiti. Mentre in passato i partiti garantivano l’inclusione di larghe fasce di popolazione, anche socialmente periferiche, attraverso la mobilitazione ideologica e una capillare presenza sul territorio, oggi prevale una partecipazione atomizzata, che da un lato si alimenta di maggiori opportunità e canali per esprimersi, ma dall’altro si presenta più irregolare, episodica, meno vincolante, quasi completamente protesa fuori dai tradizionali luoghi della politica. Il rischio non è tanto quello di una chiusura nella sfera privata, quanto di una marginalizzazione delle esperienze d’impegno dentro ambiti talmente ristretti da essere inadeguati ad alimentare un ethos pubblico e una mobilitazione collettiva successiva all’appuntamento elettorale.

Nel momento in cui la membership tradizionale dei partiti, cioè la base militante, ha perso peso, si è affidato all’opinione pubblica il compito di selezionare e legittimare le leadership, attraverso procedure elettorali di tipo diretto, definite – alcune volte anche impropriamente – primarie, congruenti con la complessiva logica elitistica che ispira il modo di essere dei nuovi partiti. Non si tratta solo di procedure che permettono di by-passare il vecchio livello intermedio di dirigenti e militanti ma, di una distinzione tra diversi elementi all’interno del party on the ground.
Purtroppo, però, anche questo processo è rimasto incompiuto. Perché le primarie non sono riuscite a colmare – e non era, d’altronde, loro compito – il vuoto tra delega e rappresentanza.
Cosa fare allora per completare il processo? Innanzitutto occorre far tornare la politica alla responsabilità delle scelte a favore dei cittadini, visti non più come strumento per raggiungere le istituzioni, ma come fine ultimo di azioni ispirate al bene comune.
Un ethos inteso non solo come capacità morale, ma anche come competenza e conoscenza, come stimolo e tensione interiore a operare pubblicamente nella giustizia e a favore dell’interesse di tutti. Ciò che è, appunto, la rappresentanza. Il deficit, quindi, non riguarda la domanda – che si esprime massicciamente anche nelle primarie – ma l’offerta politica. Una perdita accompagnata da nessuna “ultima istanza” che fissi la congiuntura e l’evoluzione, da nessun altro vettore di trasformazione che non sia una risultante provvisoria legata al momento elettorale. Così, evidentemente, non può andare.

*Prefazione al libro di Mauro Terlizzi, Primarie – Istruzioni per l’uso (l’Ornitorinco Edizioni, 2012)

 

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