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Il dilemma dei fuorisede quando si vota

Durante le elezioni gli spostamenti per tanti lavoratori o studenti lontani da casa possono essere impegnativi e molto costosi. Il rischio di sentirsi “elettori di Serie B” (e domenica si terranno i ballottaggi in 136 comuni)

di Silvia Capone

Domenica si terranno i ballottaggi nei 136 comuni in cui nessuno dei candidati ha raggiunto la maggioranza per essere eletto al primo turno che si è svolto il 26 maggio in concomitanza con le elezioni europee. Anche stavolta, come è stato per le europee e per le precedenti elezioni, ci sarà il problema dell’astensionismo forzato dei fuorisede che dovranno scegliere se tornare nella città di origine e votare – affrontando i relativi costi e, spesso, lunghi tempi di viaggio – o rinunciare ad esercitare il loro diritto/dovere. 

Per fuorisede si intende sia studenti che lavoratori che vivono in un comune diverso da quello di residenza: i dati parlano di un complessivo di circa 1,5 milioni di lavoratori pendolari di lungo raggio – termine con cui Bankitalia ha definito quei lavoratori che sono impiegati in una provincia che non confina con quella di origine, e che non hanno cambiato la residenza, spesso per praticità data dalla precarietà o temporaneità del lavoro stesso – a cui si aggiungono circa 400mila studenti, che corrispondono al 25% di tutti gli universitari italiani. Ad essere svantaggiati in questo caso sono quelli provenienti dal Sud, che più spesso sono obbligati a migrare: per quanto riguarda i soli studenti, i numeri dell’ANS (Anagrafe nazionale studenti) relativamente all’anno accademico 2016/2017 mostrano che le regioni che si svuotano di più, in termini assoluti, sono Puglia, Sicilia (entrambe contano circa 50 mila studenti che si trasferiscono) e Campania, in cui sono 36 mila coloro che hanno scelto di studiare fuori. In termini percentuali, invece, il 44% dei calabresi e il 74% dei lucani non vive per motivi di studio nella propria regione.

Per promuovere la partecipazione al voto dei fuorisede esistono ormai da anni molte agevolazioni per le tariffe dei viaggi di rientro. In occasione delle ultime elezioni Trenitalia e Italo hanno attuato sconti tra il 70 e il 60% sul prezzo originale del biglietto, ponendo la condizione di partire tra il 17 e il 26 maggio e tornare tra il 26 maggio e il 5 giugno, e mostrare la tessera elettorale timbrata. Alitalia applica uno sconto di 40 euro sui voli, anche qui testimoniando di aver esercitato il proprio dovere e, più recentemente, una percentuale di sconto è stata applicata anche per le navi. Non sempre però gli sconti bastano a rendere il prezzo dei biglietti accessibili a tutti, perché le tratte nei periodi di grande affluenza raggiungono prezzi elevatissimi. 

Quest’anno il problema è stato messo in evidenza anche dalla campagna social #vogliamovotarefuorisede, in cui studenti postavano i prezzi dei biglietti che hanno comprato con annessa didascalia «non si può pagare così tanto per un diritto». 

Pur tenendo conto della spesa come un’occasione per tornare a casa, lo spostamento non rimane un problema circoscritto alla sfera economica, infatti seppure il viaggio fosse facilmente sostenibile, questo include ore di trasferta e non tutti possono permettersi il lusso di lasciare la propria attività, di studio o di lavoro, per qualche giorno. Un esempio virtuoso in questo senso è stato l’università la Sapienza che per promuovere la partecipazione al voto per le elezioni europee ha sospeso tutte le attività didattiche – quindi lezioni, esami e ricevimento – per il giorno successivo e permettere quindi agli studenti, ma anche agli insegnanti di poter rientrare con relativa calma. 

La normativa italiana non prevede in alcun modo la possibilità di voto in un comune diverso da quello di residenza e nel comitato di “Io voto fuori sede” da anni si intraprende la battaglia per far approvare il voto in un seggio diverso. L’unica possibilità si ha per le votazioni referendarie, con un escamotage: farsi delegare come rappresentanti di lista e quindi poter votare in un seggio diverso. 

Il problema diventa però un paradosso se si pensa che invece per gli elettori all’estero esiste la possibilità di esercitare il diritto senza dover rientrare in patria: questo è possibile per tutti i tipi di elezioni tranne che per le amministrative. Infatti gli italiani all’estero, iscrivendosi per tempo all’AIRE, possono esprimere il proprio voto per corrispondenza, se in occasione delle elezioni politiche, votando al seggio durante i giorni stabiliti nel paese ospitante, se si tratta di europee. La modalità vale per i risiedenti all’estero, ma anche per coloro che si trovano in un altro stato membro solo temporaneamente, e ciò include anche gli studenti Erasmus. 

La situazione vede quindi svantaggiati gli italiani che rimangono nel paese, mentre risulta più semplice far votare coloro che vivono in Europa. Quello che si chiede è quindi estendere e potenziare la possibilità data ai votanti all’estero anche in Italia, se non proprio con procedure online, semplicemente con il voto per corrispondenza come già accade. 

Passi avanti per una soluzione, seppure parziale, sono stati fatti con l’approvazione alla Camera di una legge, ora ferma al Senato, che prevede, tra le altre cose, la possibilità del voto fuori sede, purché ci si trovi nella stessa circoscrizione.

 

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