La rivoluzione che gira sempre e solo in tondo | T-Mag | il magazine di Tecnè

La rivoluzione che gira sempre e solo in tondo

IL FALSO SOL DELL'AVVENIRE
di Francesco Nardi

Il vento di tempesta che sta scuotendo il mondo arabo finirà forse per insegnarci qualcosa. Mentre i mulinelli di sabbia si elevano al cielo, il mondo occidentale è fermo a guardare e, a quanto pare, non sa ancora bene cosa fare. Mubarak è caduto, Gheddafi ha perso, pare, il controllo del suo oro nero, eppure il giustificato attendismo del mondo occidentale fatica a scrollarsi di dosso l’opacità dell’inerzia di cui sembra essere vittima.
La crisi libica è in stato troppo avanzato perché da rivolta possa trasformarsi in rivoluzione “controllata” e sul bilancino degli alchimisti delle relazioni internazionali ci sono troppi elementi instabili. Di conseguenza anche i più disinibiti analisti si son fatti cauti e ora riparano dietro paginate di ricerca storica, tra le cui righe si fa trasparire lo spettro delle “rivoluzioni che generano tiranni”. La paura del dopo viene così trasmessa attraverso il prisma delle successioni incontrollate, con le quali a tiranni seguono tiranni, a regimi altri ancora, e a rivoluzioni il germe di altre future, magari ancora più sanguinose e inutili.
La paura del dopo può però leggersi anche in scenari meno drammatici, se così si possono definire le condizioni di un Paese che il teme il suo futuro, qualunque esso sia. Si potrà così indirizzare tutto il biasimo che si vuole a chi alimenta “la paura del dopo” nelle ore più cruciali di una rivoluzione che è ormai già guerra civile, ma se si considera che il nostro Paese è in fibrillazione da anni perché non riesce a immaginare il dopo Berlusconi, allora tutto si fa più comprensibile: le cose assumono contorni più definiti e anche la deposizione del colonnello libico può fare più paura della sua stessa reggenza.
Sul piano delle relazioni internazionali la posizione del nostro Paese si presta molto bene a fotografare la situazione. Tra Italia e Libia restano in piedi fior di trattati di collaborazione e amicizia, che però in questi giorni sono stati definiti come “non operanti”, per il semplice motivo che non possono produrre effetti. Documenti diplomatici che regerediscono a lettera morta e che ben figurano la definizione di scuola secondo cui ognuno di loro rappresenterebbe “il precipitato storico delle relative relazioni internazionali”. Immagine che comprensibilmente urta i chimici, per la sua scarsa adesione al principio scientifico, ma che pure – e in particolar modo in Libia – rappresenta il caso di un’atmosfera satura in cui ogni buona intenzione alla fine “precipita”. C’è poi da dire che alle nostre latitudini il termine “rivoluzione”, brandito a turno anche dai più determinati conservatori, ha perso fascino e significato. Un fenomeno che si è accartocciato fino a cambiare il senso della “piazza”, della “contestazione”, e della “rivendicazione sociale”. Tutto è sublimato nella “rivoluzione liberale” e nel turbine di percezioni che i media hanno trasmesso a danno della reale sostanza dei fatti e dei processi storici recenti.
La rivoluzione promessa, di ogni colore, da sempre annunciata e poi mai avvenuta, è un’amara costante. Tocca ripassare per Gaber per ricordare “che oggi no, domani forse, ma dopodomani sicuramente”. E forse sarebbe bastata qualche nozione astronomica per accorgersi della frode, giacché il nostro stesso pianeta chiama “rivoluzione” il suo girare intorno a una stella col solo effetto di ripetere all’infinito le stesse stagioni.
Che non ci fossero liberatori di popoli ma solo popoli che si liberano, questo pure poteva intendersi. Che non ci fossero ne gli uni né gli altri, beh, questo è uno scenario che non vale la pena commentare.

 

1 Commento per “La rivoluzione che gira sempre e solo in tondo”

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