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Paura di volare

di Carlo Buttaroni

Il processo di costruzione del futuro è una mappa in cui sono tracciate sia le linee di uno sviluppo possibile che i codici genetici del territorio e dei suoi abitanti. Ma al di là di questo – o per meglio dire oltre questo – c’è un sentire confuso e contraddittorio di rivendicazione di un io trascurato e solitario.

Il futuro si presenta come ignoto (ed è forse per questo che si cerca rassicurazione nella routine di comportamenti rituali), e la paura che se ne ha trova fondamento nell’idea che ogni progetto possa trasformarsi in un insuccesso, tanto più doloroso quanto più inizialmente coinvolgente, e quanto più ci si sia “messo in gioco”, ricavandone un deludente senso di inadeguatezza. Da queste paure nasce un atteggiamento che appare contraddittorio nei confronti del proprio stesso futuro: da un lato esso attrae e induce ad attivarsi per tentare di dare un significato alla propria esistenza, e dall’altro spaventa e porta a uno smarrimento, o a una indeterminazione/incertezza che appare quasi rinuncia pregiudiziale ai propri sogni. Ed è, appunto, la paura dell’ignoto che può far perdere la speranza e la motivazione trasformandosi addirittura nella “paura di vivere”.

Traspare l’esigenza di un nuovo io, capace di affermare una nuova identità da far emergere dalle poche esperienze pregresse. Ma questo tentativo è reso ulteriormente difficile dal fatto ciò che era prima – e i valori in cui si credeva – sono messi continuamente in discussione dalla virtualità tecnologica del verosimile. A tutto ciò si reagisce manifestando atteggiamenti di vera e propria inedita conflittualità, un distacco che si colora anche di insofferenza quando non addirittura di ostilità in un crescendo di contenuti e toni quanto più si accompagna a reciproci disconoscimenti e incomprensioni. Si avverte il sentore di un malcontento che si ingigantisce, subordinato ai criteri estetici imposti dai mass-media. L’inavvertita ostilità che il cittadino percepisce per la sua socialità “imperfetta” produce una inconscia e lacerante frattura tra la sua componente sociale e quella individuale: la sua mente partorisce l’immagine di un “essere ideale” e se le caratteristiche di questa proiezione non coincidono con quelle che percepisce del suo “essere reale”, si sente inadeguato, solo, depresso. Persino l’incontro/confronto con l’altro diventa occasione di verifica, e si mette alla ricerca (ansiosa e negatrice della realtà) dell’immagine ormai scomparsa, trovandosi, invece, di fronte la propria nuova immagine trasformata, irriconoscibile.

 

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