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“Le donne e l’economia italiana”

Pubblichiamo di seguito l'intervento del governatore della Banca d'Italia, Ignazio Visco, durante il convegno del 7 marzo a Roma, "Le donne e l'economia italiana"

Gentile Ministro della Giustizia, gentili esponenti del Parlamento, Autorità, Signore, Signori,
è questo il secondo convegno che la Banca d’Italia organizza sul ruolo delle donne nell’economia in meno di un anno. Nel convegno organizzato lo scorso 18 ottobre in collaborazione con la Banca Mondiale il ruolo della donna fu esaminato nella prospettiva della crescita economica, con la presentazione del World Development Report, dedicato l’anno scorso a “Gender Equality and Development”, e dei risultati di alcune ricerche in corso in Banca d’Italia, con particolare attenzione all’esame delle radici dei divari di genere in Italia e delle possibili conseguenze economiche per il nostro paese.
Queste ricerche fanno parte di un più ampio progetto su “Le donne e l’economia italiana” che è l’oggetto dell’incontro odierno. Il tema, come è evidente, è vasto e impegnativo e se ne tratteranno solo alcuni aspetti con i quali per chi lavora e fa ricerca in Banca d’Italia è forse più naturale confrontarsi. Si presenteranno quindi analisi quantitative sui percorsi di carriera e i divari retributivi, sull’imprenditorialità femminile e l’accesso al credito, sugli effetti nelle scelte fondamentali di conciliazione tra vita e lavoro e sulle possibilità stesse di occupazione di determinanti fondamentali quali l’istruzione, le attitudini, i fattori culturali. Si considereranno possibili implicazioni di politica economica in termini di incentivi e di tassazione, con riferimento alle normative nazionali e alle politiche territoriali.
L’obiettivo di conseguire una piena uguaglianza di genere va ovviamente oltre la sola sfera economica. In molte aree i divari sono evidenti, su altre operano effetti indiretti (va di moda nell’economia e nella finanza parlare oggi di “unintended consequences”) che vanno studiati e rimossi. Si tratta di questioni da affrontare su diversi piani e ad esse è dedicato un progetto (per l’appunto “orizzontale”) dell’OCSE (la cosiddetta “Gender Initiative”), volto a identificare le principali barriere all’uguaglianza di genere nelle aree di istruzione, occupazione, imprenditorialità, al quale noi stessi contribuiremo attraverso i diversi comitati nei quali siamo presenti.
Il nostro paese è oggi impegnato in uno sforzo particolarmente intenso sul piano della stabilità finanziaria; ad esso non può non accompagnarsi quello altrettanto essenziale sul fronte delle riforme strutturali. Esse sono volte a recuperare una serie di divari, tra i quali quello di cui discutiamo oggi è certamente parte importante, con un obiettivo condiviso, con la strategia “Europa 2020”, a livello europeo: quello di creare un’economia “in grado di crescere più velocemente e in modo duraturo e di generare elevati livelli di occupazione e progresso sociale”, una crescita, cioè, “intelligente”, sostenibile, inclusiva.
L’Italia ha molti divari da recuperare; deve affrontare e rimuovere ostacoli importanti per assicurare una crescita con quelle caratteristiche. E’ innanzitutto un paese “anziano”. Questo rende la sfida della crescita economica non solo più difficile ma anche decisiva. Il mantenimento stesso del livello di vita raggiunto nel nostro paese richiede che si innalzi l’intensità del capitale umano e riprenda a crescere la produttività totale di fattori; non può non richiedere, come ho osservato in altre occasioni, che si lavori “di più, in più e più a lungo”. Non si tratta di uno slogan ma di un percorso, inevitabile, da affrontare con determinazione, anche se con la gradualità necessaria. Ma non può esserne più rinviato l’inizio, e mi pare che oggi di questo vi sia consapevolezza.
Occorre quindi ricercare le ragioni, e rimuoverle, per le quali è così bassa l’occupazione in parti importanti del nostro territorio, tra i giovani, tra le donne. Nel Mezzogiorno il tasso di occupazione è pari al 44 per cento della popolazione tra 15 e 64 anni: vi sono occupati meno di un giovane su quattro e solo tre donne su 10. Nel Centro-Nord, dove il tasso di occupazione femminile è più elevato (55 per cento), il divario con il tasso maschile è di circa 18 punti percentuali. I fattori alla base di una partecipazione al mercato del lavoro così strutturalmente bassa sono oggetto di molte analisi, spesso condivise. Bisogna operare per rimuoverli, anche se in qualche caso ciò significa contrastare rendite di posizione o interessi particolari. Bisogna avere la consapevolezza, però, che ne va del nostro futuro.
Un migliore funzionamento del mercato del lavoro, con la capacità di accompagnare e non con la volontà di resistere al cambiamento – nelle tecnologie, nelle produzioni, nell’apertura dei mercati, nell’organizzazione delle imprese – va di pari passo con mutamenti profondi nella struttura economica e produttiva, dalla dimensione delle imprese manifatturiere alla concorrenza e all’efficienza dei servizi, dalla gestione aziendale all’apertura all’innovazione e alla ricerca, dall’investimento in infrastrutture, in gran parte immateriali come la scuola e la giustizia, alla costituzione di un ambiente complessivo favorevole allo sviluppo economico e all’affermazione di valori fondamentali sul piano del senso civico e del rispetto delle regole.
I ritardi nei confronti degli altri paesi e all’interno del paese possono, e devono, anche rappresentare opportunità da raccogliere per valorizzare il merito e l’impegno di chi ha un’occupazione – a volte poco tutelata o male retribuita – come di chi è ai margini del mercato del lavoro, e a volte della società. Oltre due milioni di giovani oggi nel nostro paese non studiano, non lavorano e non partecipano a un’attività formativa; di essi 1,2 milioni sono donne. E le donne sono la maggioranza sia tra coloro che, pur disponibili a lavorare, non cercano attivamente un’opportunità di impiego perché ritengono di non avere sufficienti probabilità di trovarlo, sia tra coloro che sono attivamente alla ricerca di un’occupazione. Recuperare i divari rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro femminile, alla mancata valorizzazione di queste competenze, trasformare una grave debolezza in una straordinaria opportunità è un obiettivo che non possiamo non porci. Dalla strategia di Lisbona ad oggi è una delle aree da cui – non solo, ma soprattutto, in Italia – ci dobbiamo aspettare un contributo potenzialmente rilevante per la crescita economica e civile.

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In Banca d’Italia nel 1980, pochi anni dopo la mia assunzione, la percentuale di donne era di poco meno di un quarto: lo 0,2 per cento dei dirigenti, il 12 per cento dei funzionari, il 26 per cento negli altri ruoli. Al Servizio Studi erano il 46 per cento, per lo più negli “altri ruoli” dove coprivano il 70 per cento delle posizioni; non c’era nessun dirigente, erano il 14 per cento dei funzionari. Oggi le donne sono il 35 per cento della compagine e rappresentano il 20 per cento dei dirigenti. Nell’area della Ricerca economica sono oggi il 43 per cento, ma con una composizione molto diversa dal 1980: sono il 21 per cento dei dirigenti e il 33 per cento dei funzionari. In molti servizi rappresentano una percentuale significativa della dirigenza; di alcuni servizi hanno la massima responsabilità.
Questa evoluzione è in buona parte il frutto, da un lato, dell’aver compreso l’importanza della “diversità” delle competenze, delle attitudini, delle modalità di lavoro nell’assicurare risultati migliori; dall’altro della prevalenza assoluta di meccanismi di selezione pienamente basati sul merito e sull’impegno. L’attenzione recente è volta a evitare che permangano discriminazioni implicite, non volute: un esempio è l’analisi svolta sui nostri test di ammissione in cui temevamo appunto che alcuni esiti fossero associati a discriminazioni non volute. Dalle nostre analisi non sembra che sia così, ma crediamo sia stato importante verificarlo.
Per concludere, desidero ringraziare tutti i relatori che si alterneranno nel corso della giornata; desidero rivolgere infine un ringraziamento particolare al Ministro della Giustizia, presente all’apertura di questi lavori, al Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali che ha accettato di chiudere i lavori e al Ministro dell’Interno che ci onorerà nel pomeriggio della sua presenza.

 

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