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L’analisi

di Antonio Caputo

Dopo il Super Martedì che ha visto la vittoria (ma senza il colpo del ko) di Romney, altro appuntamento, nel weekend scorso, per la corsa presidenziale: si son tenuti, sabato, i caucuses repubblicani, in Kansas, in tre territori (che pur non essendo degli Stati, partecipano alle primarie, restando però esclusi dalle presidenziali vere e proprie) di cui due nel Pacifico (Guam e Isole Marianne Settentrionali) e uno ai Caraibi (le Isole Vergini), ed il secondo round di quelli nel Wyoming. Domenica, invece, il caucus solo democratico (un mese dopo quello repubblicano) nel Maine, con la vittoria di Obama senza opposizione.
Super Martedì non risolutivo, dunque, (e non è la prima volta), ma quest’anno si trattava di un appuntamento dopo il quale resta ancora da svolgere la maggior parte delle competizioni (e, dunque, da assegnare la maggioranza dei delegati) in Stati e territori, sia per i Democratici, dove però Obama non corre rischi, non avendo sfidanti effettivi per la nomination sia, soprattutto per i Repubblicani, che ancora devono incoronare il candidato che sfiderà il presidente uscente a novembre.
Dei quattro caucuses repubblicani, il più importante era quello in Kansas, Stato in cui anche nel 2008 si andò al voto (e anche in quell’occasione solo per i Repubblicani) nel weekend dopo il Super Martedì (in seguito al quale Romney si ritirò) e che quattro anni fa vide la netta vittoria del pastore battista Huckabee (60%) su John McCain (24%); McCain che però, dopo il ritiro di Romney, era già di fatto il vincitore tra i Repubblicani.
Un Super Martedì che quattro anni fa, dunque, almeno in campo repubblicano (non però tra i Democratici, partito in cui la sfida Obama – Hillary si protrasse fino a giugno) diede indicazioni ben più chiare di oggi.
Veniamo ai risultati dei caucuses repubblicani: a Romney tutti i delegati in palio in ambedue le elezioni del Pacifico, Guam e Marianne; il miliardario mormone si aggiudica, pur in maniera meno netta, anche la vittoria alle Isole Vergini.
Ancora, sempre a lui il secondo round (a dieci giorni dal primo) in Wyoming (Stato mormone) e con una performance migliore (44.1%) rispetto al 29 febbraio. Al secondo posto Santorum, sceso al 27,5; segue il libertario Paul al 12,2; a chiudere l’ex presidente della Camera, Gingrich (appena lo 0.5%). Un 15,4% poi di voto neutrale (uncommitted).
Ma è in Kansas che Romney deve ingoiare il boccone amaro: trionfa Santorum (51,2%), surclassando l’ex governatore del Massachusetts al 20,9%. Al terzo posto Gingrich (14,4%), che supera Paul (12,6%), artefice di una prestazione piuttosto mediocre, considerato che si trattava di un caucus, competizione da lui prediletta; mediocre anche a confronto con l’11% del 2008, quando correva come semplice candidato di contorno.
Santorum vince in modo uniforme in tutto lo Stato, non solo nelle vastissime zone rurali, ma anche (una novità) in quelle urbane: Topeka, la Capitale; Wichita, la città più popolosa; fino a Kansas City, hinterland della più famosa, popolata ed omonima città (Kansas City) del Missouri, la cui area metropolitana “sconfina” in Kansas.
Cosa dire? Beh, che Romney, evidentemente, soffre, e non poco, nelle aree più conservatrici del Paese, roccheforti repubblicane ed evangeliche, del Sud e del Midwest. Non in quelle del West, ma solo perché lì pesa il voto mormone. Al Sud si è aggiudicato Virginia (dove però erano assenti per problemi tecnici Gingrich e Santorum) e Florida, Stato del Sud ma anomalo, in quanto hanno un certo peso gli ispanici (in Florida anche tra i Repubblicani), ed in più popolato da molti emigrati provenienti da Stati del Nordest; venendo però sconfitto da Santorum in Oklahoma e Tennessee, e da Gingrich in South Carolina e Georgia. Nel Midwest, invece, si aggiudica, dopo aver “sudato sette camicie”, Ohio e Michigan, ma perde (in certi casi pesantemente) in Minnesota, Iowa, Missouri, North Dakota, e ora Kansas, Stati dove Santorum incassa il voto degli evangelici, restii a sostenere un mormone.
Questo, per l’ex governatore del Massachusetts, è un bel problema: il partito lo sostiene, ma la base, come si è già scritto più volte su queste colonne, non lo ama affatto, e si tratta di quella base, che se non soddisfatta, potrebbe disertare le urne qualora fosse lui il candidato repubblicano, spianando così ad Obama un’autostrada.

 

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