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La riforma del lavoro, dieci anni dopo

di Fabio Germani

A distanza di anni il campo di azione non sembra discostarsi troppo da quanto già intrapreso in passato. Nel 2001 infatti, chi all’epoca lavorava ad una riforma del mercato del lavoro, sosteneva la distinzione tra buona e cattiva flessibilità. Tema assai ricorrente in questi giorni di trattative tra il governo Monti e le parti sociali. Intervenendo giovedì al convegno Progettare per modernizzare organizzato dall’Adapt in ricordo di Marco Biagi a dieci anni dalla sua morte, il ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è stata eloquente: “La conservazione di privilegi, di reti di protezione, di divisioni è qualcosa che non fa bene, che merita di essere smantellata. Senza procedere con metodi troppo energici”. E ancora, in riferimento alla più stretta attualità: “Quei valori di inclusione che professava Marco Biagi fanno parte della nostra riforma. Noi vogliamo creare occupazione, possibilmente più stabile rispetto alla precarietà dei giovani. Mi auguro che questo accordo sia raggiunto perché scaturisce dal desiderio di guardare al futuro del Paese. Dopodiché sarà necessario che alle regole seguano i comportamenti”. Ed è soprattutto su quest’ultimo aspetto che ci si è soffermati durante l’evento alla Pontificia Università San Tommaso D’Aquino di Roma (presenti alcuni collaboratori e amici di Marco Biagi, tra i quali Carlo Dell’Aringa, l’ex ministro del Lavoro, Maurizio Sacconi, il vicedirettore del Sole 24 Ore, Alberto Orioli).
Il contratto di lavoro intermittente introdotto dalla riforma Biagi altro non era che una veste giuridica da conferire a prestazioni discontinue, regolarizzando in questo modo tutto ciò che fino a quel momento costituiva il sommerso. Ma non si è andati oltre rispetto al pensiero del giuslavorista ucciso dalle Br nel 2002. Molto di quanto era il suo pensiero, tradotto nel Libro Bianco del 2001, non ha mai visto un’adeguata applicazione.
Oggi la situazione è peggiorata. In termini numerici, nell’arco di un anno, di un punto percentuale, con la disoccupazione che si attesta al 9,2% (in aumento sia per gli uomini che per le donne, con quest’ultime che soffrono un maggior tasso di disoccupazione strutturale) mentre i giovani tra i 15 e i 24 anni rappresentano il 31,1% del campione.
Il governo è particolarmente sensibile alle carenze organiche delle politiche giovanili, che a ben vedere sono piuttosto difetti generazionali. Ma il maggiore ritardo – è stato sottolineato più volte durante il convegno – è stato il mancato sviluppo di un modello di riferimento, più snello e più moderno, nel quadro delle relazioni industriali. E poiché l’esecutivo intende diminuire il tasso di disoccupazione portandolo al 4-5% strutturale (nonché facilitare l’ingresso nel mercato del lavoro diminuendo il numero dei contratti a termine), sarà anche su questo campo – al di là della necessaria riforma degli ammortizzatori sociali – che dovrà muoversi. “I cambiamenti comportano dei costi”, ha chiosato Fornero (non a caso).

 

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