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Il caso Trayvon Martin e il dibattito sull’uso della armi negli Stati Uniti

di Antonio Caputo

La tragedia avvenuta un mese fa ad Orlando (Florida), con l’uccisione di Trayvon Martin, diciassettenne afroamericano, da parte di un vigilante volontario di origine ispanica, George Zimmermann, ha, da un lato, innescato delle manifestazioni di protesta, principalmente ma non solo, da parte della comunità afroamericana, dall’altro riaperto il dibattito sull’uso delle armi negli Stati Uniti, per di più in piena campagna elettorale.
Anche il presidente Obama è intervenuto sul tema la settimana scorsa, proprio a seguito delle tante manifestazioni, parlando di “tragedia nazionale”, che ha riguardato un ragazzo che “poteva essere mio figlio”.
Due i temi giuridico – politici che si intrecciano con la campagna elettorale in corso: il diritto alla legittima difesa, e quello, sancito in Costituzione, di portare armi. La campagna elettorale, dicevamo, che riguarda non solo le elezioni presidenziali, ma anche numerosi Governatori e cariche locali, e, soprattutto, il Congresso (l’intera Camera, ed un terzo del Senato), campagna che molto influisce sulle posizioni dei politici in materia.
Intanto va fatta una premessa: gli Stati Uniti sono un Paese federale, un Paese nel quale cioè, rilevantissimi sono i poteri riservati agli Stati (per fare un solo esempio, è demandata alla legislazione del singolo Stato il prevedere o meno la pena di morte nel proprio ordinamento), ed anche sui due aspetti giuridico – politici cui accennavamo, le legislazioni differiscono, in certi casi notevolmente, tra uno Stato ed un altro.
Sulla legittima difesa, ad esempio, la Florida, teatro della tragedia, ha (come altri venti Stati), una legislazione che permette con estrema facilità di sparare, anche se non vi sia stata in concreto nessuna minaccia, essendo sufficiente il semplice sospetto di esser minacciati per poter impugnare le armi e far fuoco (dunque anche uccidendo).
Riguardo, invece, al diritto di portare armi, è proprio la Costituzione, il famoso “Secondo Emendamento”, a garantire tale diritto. Nei singoli Stati vi sono, però, forti differenze nelle leggi che disciplinano la materia; in Illinois (lo Stato di Obama), ad esempio, è vietato portare armi nascoste: è l’unico Stato che lo prevede, e non è un caso, visto che la sua principale area metropolitana è quella di Chicago, una tra le più violente in tutti gli Stati Uniti; una misura, insomma, per cercare di arginare in qualche modo la violenza dilagante.
Illinois a parte, le maggiori differenziazioni tra gli Stati sono sulle modalità di rilascio della licenza del porto d’armi, con alcuni, come New York, California, Massachusetts, che prevedono limiti piuttosto stringenti, ed altri (ancora la Florida, ma anche Kansas, Utah, Texas), dove è molto più semplice poter comprare armi.
Il tema è controverso: la maggioranza dei cittadini americani è gelosa del diritto sancito nel Secondo Emendamento, e non è disposta a rinunciarvi. Sul punto si possono vincere o perdere le elezioni: ne sa qualcosa Bill Clinton, che, approdato alla Casa Bianca a seguito delle presidenziali del 1992, e potendo contare su un Congresso a maggioranza democratica, a causa principalmente di due questioni, la riforma sanitaria e la messa al bando dei fucili da caccia, (gli anni passano, i temi restano) subisce una sconfitta pesantissima alle elezioni di mid term del 1994, con la perdita della maggioranza per i Democratici in entrambi i rami del Parlamento.
Cos’era successo in quel primo biennio clintoniano? Semplice, che il Presidente (oltre ad aver tentato, senza successo, di far passare la riforma sanitaria, impallinata dagli stessi Democratici in Congresso) aveva fatto approvare una legge che mise al bando i fucili da caccia; per reazione, la potentissima lobby delle armi (su tutte la NRA, National Rifle Association) riversò fiumi di denaro sulla campagna elettorale dei Repubblicani, i quali riconquistarono, appunto, la maggioranza parlamentare (alla Camera, addirittura dopo 40 anni).
Obama non vuole correre questo rischio, e pertanto, nonostante i proclami, restano al palo (oltretutto alla Camera c’è una forte maggioranza repubblicana, partito che trova praticamente tutti i suoi esponenti contrari ad una restrizione legislativa) i tentativi (intensificatisi, ma senza progressi concreti, dopo la sparatoria in cui rimase gravemente ferita la Deputata democratica Gabrielle Giffords) di stringere le maglie in materia. Davvero molto difficile, dunque, che qualcosa cambi, per lo meno da qui alle elezioni di novembre.

 

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