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Alcune idee per non perdere la bussola

di Fabio Germani

Un osservatore esterno sarebbe legittimato a pensare che la classe politica italiana non abbia ben compreso la portata del momento, che la crisi economica non si supera litigando su singole istanze che spesso interessano esclusivamente gli iscritti ad un partito, ma stilando linee programmatiche chiare che abbiano il merito se non di risolvere almeno di indicare un percorso che permetta loro di raggiungere un obiettivo. È un preambolo inutile, eppure necessario a sfogliare le pagine dei giornali tra scandali, malcostume, improbabili soprannomi di personaggi altrettanto inqualificabili. C’è la vita reale nel frattempo, che è fatta di persone in carne ed ossa che ogni giorno si recano al lavoro, che lo perdono, che lo ritrovano per qualche mese, che hanno l’affitto da pagare e non ce la fanno. Perché diciamo questo? Perché a colpi di slogan e di promesse roboanti abbiamo, forse, perso la bussola.
Passiamo ai dati, che è nostro pane quotidiano e ci aiutano a comprendere meglio. Il Rapporto del Cnel sul mercato del lavoro 2011-2012 afferma che “cambia la struttura del mercato del lavoro per età, a tutto svantaggio dei più giovani”. Ovvero: “Rispetto al 2008 si sono persi oltre un milione di occupati di età inferiore ai 34 anni, solo parzialmente compensati dalla crescita dell’occupazione di età superiore”.
C’è l’altra faccia della medaglia, se vogliamo positiva. “I risultati recenti, se rapportati all’evoluzione del quadro macroeconomico complessivo – si afferma a tale proposito nello studio –, non sono quindi così sfavorevoli, considerando che fino a inizio 2012 le ore lavorate si sono ridotte con gradualità mentre l’occupazione addirittura non è mai scesa”. E allora? Allora c’è che se l’emergenza non è immediata, ciò non vuol dire che non sia dietro l’angolo. Lo spiega bene Enrico Marro, sulle colonne del Corriere della Sera, evidenziando come nel nostro Paese si investa poco in capitale umano. “In Italia – scrive Marro citando i dati del Cnel – solo il 10% dei giovani (20-24 anni) associa allo studio una qualche esperienza lavorativa, contro livelli superiori al 60% in Danimarca e vicini al 50% in Germania e Regno Unito e al 25% in Francia. Perfino in Spagna sono oltre il 20%”. E ancora: “A segnalare il drammatico scollamento tra mercato del lavoro e sistema scolastico ci sono 5,2 milioni di lavoratori nella fascia tra 15 e 64 anni, cioè uno su quattro, ‘che risultano sottoinquadrati’ nel lavoro rispetto al loro livello d’istruzione”. È bene ricordare, poi, che la disoccupazione giovanile (compresa nella fascia di età 15-24 anni) si attesta nel secondo trimestre dell’anno al 33,9% segnando un record assolutamente negativo (fonte Istat). I neet (not in employment, education or training), i ragazzi cioè che non lavorano né studiano, sono in Italia il 24% mentre la media europea è al 15,6%. Sono giovani per lo più sfiduciati ai quali è stato concesso un imperdonabile deficit di futuro. È la mancanza di lungimiranza e di prospettiva che ha segnato il, seppur lento, declino del Paese. E come suggerivano alcuni giorni fa i professori Maurizio Del Conte e Mario Napoli al nostro giornale, non basta mutare le regole del mercato del lavoro se contemporaneamente non si cambia mentalità e non si prendono decisioni coraggiose. Se non si torna, ad esempio, a investire in ricerca e innovazione.

 

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