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Ma cosa vogliono i grillini?

di Matteo Buttaroni

A cosa mira il programma del Movimento 5 Stelle? Possono le idee di Grillo essere la soluzione? Può Grillo riuscire a cambiare un Paese vecchio e così ingovernabile? A quanto pare, dato che alle elezioni ha trionfato, in molti credono di si.
Sicuramente è vero che punti del programma come l’abolizione di cariche multiple da parte di consiglieri di amministrazione nei consigli di società quotate, l’introduzione di un tetto per gli stipendi del management delle aziende quotate in Borsa e delle aziende con partecipazione rilevante o maggioritaria dello Stato, o ancora, iniziative come la riduzione del debito pubblico con forti interventi sui costi dello Stato con il taglio degli sprechi e con l’introduzione di nuove tecnologie per consentire al cittadino l’accesso alle informazioni e ai servizi senza bisogno di intermediari facciano gola, ma è vero altrettanto che bisogna guardare più a fondo, più a lungo termine.
Uno dei punti salienti del programma è quello relativo al sussidio di disoccupazione garantito: un provvedimento abbastanza dispendioso e che andrebbe a gravare sul bilancio pubblico. Questo punto del programma, infatti, prevede l’estensione del sussidio di disoccupazione ai 2,7 milioni di senzalavoro, più il milione di inattivi. Secondo i calcoli di Panorama se ognuno di questi percepisse la cifra di 800 euro mensili (cifra attribuita oggi al disoccupato che l’anno precedente ha versato i contributi) il totale che verrebbe fuori sarebbe di circa 35 miliardi di euro annui. Non bruscolini per uno Stato in crisi.
Questa è solo una delle proposte/promesse di Beppe Grillo.
Le idee contenute nel suo programma, molte di esse, non sembrano realizzabili. L’abolizione della scatole cinesi in Borsa, per esempio. Con questo si intende l’abolizione di quelle società che contengono altre società: in poche parole prestanome che permettono ad altre società (non quotabili senza l’aiuto delle prime) di affacciarsi a Piazza Affari. Prima, però, andrebbe istituita un’autorità di vigilanza per garantire quali effettivamente siano le scatole cinesi. Istituzione simile servirebbe anche per vietare gli incroci azionari tra sistema bancario e sistema industriale come anche per individuare quelle aziende che generano un danno sociale, con il fine di disincentivarle.
C’è poi l’abolizione dei monopoli di fatto, in particolare Telecom Italia, Autostrade, ENI, ENEL, Mediaset, Ferrovie dello Stato e Allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri Paesi europei . Se analizziamo questi due punti, soprattutto quello riguardo l'”abolizione”, come ha fatto Italia Oggi, ci renderemmo conto che sono in contraddizione l’uno con l’altro: “Alcune di queste aziende godono di posizioni quasi-monopolistiche perché le norme impediscono la concorrenza: non c’è da abolire nulla, occorre liberalizzare; altre rafforzano la propria posizione dominante grazie all’azionariato pubblico: non c’è da abolire, occorre privatizzare; altre ancora svolgono business che hanno natura di monopolio tecnico: non c’è da abolire, occorre buona regolazione […]. Se venissero aboliti i monopoli, non avrebbe più senso l’allineamento delle tariffe di energia, connettività, telefonia, elettricità, trasporti agli altri paesi europei, perché – con l’eccezione dei monopoli tecnici – non avremmo più tariffe ma prezzi (peraltro, il differenziale con l’Europa spesso è dovuto proprio all’assenza di concorrenza)”.
Altri punti del programma sembrano al contrario più condivisibili. Ad esempio vietare la nomina di persone condannate in via definitiva come
amministratori in aziende aventi come azionista lo Stato o quotate in Borsa
o favorire le produzioni locali. Ma sono cose che sapevamo già e rimaste troppo a lungo, nel recente passato, lettera morta.

 

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