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L’Occidente frena e l’Italia rischia

di Carlo Buttaroni

eurozona_occidente_crisiIl Pil nominale del mondo, stimato su 196 paesi, vale circa 70 mila miliardi di dollari. Cinquanta Stati detengono il 94% della ricchezza mondiale e quasi la metà è nelle mani di sole cinque nazioni: Usa, Cina, Giappone, Germania, Francia. Nell’Unione Europea si concentra un quarto del valore e se si aggiungono gli Usa, il Pil vale quasi il 47% di quello mondiale. Ma molto sta cambiando negli assetti e negli equilibri globali, a cominciare dal predominio del modello occidentale sul resto del mondo.
Oggi i 3 paesi più ricchi (40,4% della ricchezza globale) appartengono a modelli di sviluppo sociale, politico ed economico profondamente diversi e non può passare inosservato che in alcune delle grandi economie emergenti, convivano grandi ricchezze e sterminate povertà, e che il paradigma non sempre è quello occidentale del “vivere bene il più a lungo possibile” ma “sopravvivere il più a lungo possibile”.
La classifica del PIL nominale descrive, solo una parte dei nuovi equilibri economici planetari che si stanno predisponendo. L’Italia, per esempio, in termini assoluti è l’ottava economia mondiale ma scivola al 10° se si valuta il potere d’acquisto (Ppa) mentre salgono la Russia (dal 9° al 6° posto) e l’India (dal 10° al 4°). Se si prende in considerazione il Pil pro-capite, la classifica fornisce ulteriori spunti di riflessione. Nelle prime dieci posizioni, dei grandi Paesi ci sono solo gli Stati Uniti (al 4° posto e in discesa rispetto all’anno precedente) mentre al primo posto c’è Singapore, seguito dalla Norvegia, da Hong Kong, dagli Emirati Arabi e dalla Svizzera. L’Italia è al 24° posto, la Cina al 43°, la Russia al 32°, l’India al 48°.
Altre informazioni indicative delle dinamiche mondiali le riserva la graduatoria che riguarda la variazione del Pil procapite. Il paese che cresce di più è la Cina (+11%), seguita dall’Argentina (+9,9%), dalla Turchia (+8,3%), dall’India (+7,6%) e dal Cile (+7,2%). Scorrendo la classifica Il primo paese “occidentale” è la Polonia (all’11° posto con + 6,5%), seguita dalla Svezia (15° posto e +5,8%) e dalla Germania (17° e + 5,3%). Gli Stati Uniti sono al 33° posto (+3,2%), l’Italia al 44° (+2,1%).
L’occidente nel suo complesso perde terreno. E non solo in campo economico, ma anche in quello scientifico. Nel 10° Rapporto Ocse su scienza e innovazione, emerge come circa la metà dei laureati nel mondo sia cittadino di tre soli Paesi (USA, Cina e Giappone), mentre da altri tre Paesi (Cina, India e Corea) proviene la maggior parte degli studenti stranieri. Gli Stati Uniti – e in parte l’Europa – conservano ancora il primato per quanto riguarda i centri universitari d’eccellenza, ma alcune università asiatiche si stanno rapidamente affermando come istituti di ricerca altamente qualificati, assumendo un ruolo guida nel campo della scienza, dell’ingegneria e dell’informatica. Si prevede che i Paesi Ocse non conserveranno ancora a lungo il primato nella ricerca scientifica universitaria. D’altronde la stessa produzione di conoscenze attraversa sempre più facilmente le frontiere, spostandosi dagli individui ai gruppi e da un contesto nazionale a una dimensione internazionale. Si stima che tra meno di venti anni il Pil della Cina supererà quello degli Usa e che il modello economico-politico di riferimento non sarà più quello iscritto nel perimetro delle democrazie liberali e del libero mercato.
Mentre le economie emergenti aumentano il loro peso specifico nell’economia e nella scienza – e conseguentemente la loro influenza sul mondo – la democrazia liberale vive una condizione di stress, aggravata dalla crisi economica. E sembra lontana anni luce l’epoca in cui i Paesi Occidentali mostravano al mondo, con giustificato orgoglio, un modello di sviluppo incentrato sui valori dell’uguaglianza e sulla tutela delle libertà. Il successo della democrazia liberale era rappresentato dalla presenza di una classe media allargata che comprendeva la maggioranza della popolazione cui era garantita una reale possibilità di ascesa sociale, per se e per i propri figli. Oggi quel modello di riferimento per una moltitudine di paesi che guardavano all’occidente è in crisi. E non solo dal punto di vista economico.
La diagnosi sulla “crisi delle democrazie” è degli analisti del settimanale The Economist, che curano il “Democracy Index”. Nel quarto rapporto hanno esaminato lo stato della democrazia in 167 paesi e benché la metà siano formalmente “democrazie”, quelle effettive sono solo 25. Altre 53 – tra le quali l’Italia – vivono una condizione di deterioramento o sono state di recente declassate tra le “democrazie imperfette”. Nel complesso, ben quindici Paesi dell’Europa occidentale sono stati retrocessi e in due casi, Grecia e Italia, si registra una generalizzata diminuzione della coesione sociale e della fiducia nelle istituzioni. Solo un gradino sotto l’Italia si collocano quei regimi ibridi che sono democrazie solo sulla carta (concentrate soprattutto nell’Est Europa e in America del Sud).
In uno studio della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), è emerso il forte calo della fiducia nel sistema democratico tra gli abitanti dell’Europa orientale e dei Balcani. Dalla Slovenia all’Estonia spicca una diminuzione media di circa 10 punti percentuali dei sostenitori della democrazia. Ma nel rapporto Bers c’è spazio anche per l’Italia, utilizzato come paese di comparazione assieme a Svezia, Germania, Regno Unito e Francia. Nel 2010, solo il 68% degli italiani era a favore della democrazia, contro il 92% degli svedesi.
ricerca_innovazioneL’Italia è il crocevia della crisi dell’Occidente. E probabilmente è anche la frontiera. Tutti i principali indicatori economici e sociali segnalano una dinamica negativa. Secondo l’ultimo rapporto dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, sono italiane più di metà delle 30 città europee con la peggiore qualità dell’aria. Ci sono circa 15mila discariche (molte delle quali illegali) all’origine di fenomeni di contaminazione del suolo, le infrastrutture idriche sono obsolete e numerose falde acquifere sono inquinate o sovrautilizzate.
Per quanto riguarda gli equilibri sociali in Italia si sta accentuando il divario fra ricchi e poveri, il ceto medio si sta rapidamente impoverendo e siamo scesi al 23° posto (su 34 paesi) per quanto riguarda i salari. Il quadro non migliora se si guarda alla scuola. L’indagine Pisa (Programme for International Student Assessment) sulle competenze dei quindicenni italiani in Lettura e comprensione dei testi scritti piazzano la scuola pubblica italiana al 23° posto. Con le scuole private scivoliamo al 30°. Discorso analogo per Matematica e Scienze: 25° posto se si considerano solo le scuole pubbliche, 35° se si considerano anche quelle private. E benché negli ultimi anni siano stati avviati programmi specifici per introdurre l’informatizzazione delle scuole, allo stato attuale, nelle nostre scuole ci sono 6 computer ogni 100 studenti e solo il 21% delle aule è digitalizzata.
Nonostante la dinamica negativa l’Italia è un paese strategico per l’Europa e per tutto l’Occidente, sia dal punto di vista economico che politico. Una sua uscita dal gruppo dei grandi cambierebbe gli equilibri e gli assetti mondiali. Tuttavia, il piano inclinato su cui è collocata va esattamente in quella direzione. Il rapido deterioramento dei suoi fondamentali politici ed economici rischia di trascinare in basso l’Europa. Per questo il groviglio uscito dalle elezioni politiche del 24 e 25 febbraio è vissuto con preoccupazione fuori dalle nostre frontiere. E’ la faglia che può scatenare un terremoto la cui onda d’urto potrebbe essere devastante per l’Europa (Germania e Francia in testa) e per tutto l’Occidente indebolito dalla crisi economica. Ed è per questo stesso motivo che la soluzione al rebus uscito dalle urne non può essere figlio di tattiche e accordi borderline. Persino i mercati finanziari, per una confluenza d’interessi, pretendono soluzioni democratiche, di là da ogni sospetto. Perché in gioco non ci sono soltanto i dividendi, ma il ruolo dell’Occidente sullo scenario mondiale. L’Italia, per uscire dalla crisi economica e recuperare il deficit accumulato negli ultimi anni, deve investire sulla ricerca e sull’ambiente, sulla scuola e sul welfare, deve ridare forza ai salari e al potere d’acquisto delle famiglie. Solo così l’economia può ricominciare a crescere. Ma per fare questo c’è bisogno di un governo forte e pienamente legittimato da un processo democratico. In Europa e negli Usa si attende una soluzione alla crisi che abbia esattamente queste caratteristiche. In questo momento nulla spaventa di più i governi occidentali e i mercati finanziari dei tentennamenti e di una “non-soluzione”, perché l’Italia rischia di essere il detonatore di una nuova crisi mondiale che riguarderebbe non solo l’economia ma la stessa democrazia liberale.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità dell’11 marzo. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf.

 

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