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Energia rinnovabile per cambiare la politica

di Andrea Ferraretto

rinnovabiliLa situazione emersa dalle elezioni politiche è il risultato di una mancata rivoluzione: uno stallo che rischia di trascinare l’Italia in una crisi senza precedenti.
Una rivoluzione che sarebbe stata necessaria per uscire da schemi ormai superati, fatti di contrapposizioni, ideologie e di categorie utili nel passato ma completamente inadeguati nello stato attuale. Dove, con rivoluzione, si deve intendere un cambio radicale delle priorità della politica e degli obiettivi che una società deve potersi dare; un passaggio epocale dove parole e schemi non sono più quelli utili ad affrontare una situazione semplice, che non c’è più, perché è il Mondo a essere cambiato.
Per realizzare una rivoluzione serve l’energia che, in questo caso, è fatta di idee, progetti, capacità e visione: merce divenuta rara in un paese dove, da troppo tempo, si è perso tempo a inseguire, di volta in volta, il populismo, l’antipolitica, la lotta alla partitocrazia, sempre in chiave demagogica, senza costruire un cambiamento che fosse reale.
Perché la politica, quella che esprime i programmi e governa, lo ha fatto sempre con la logica di replicare uno schema prefissato, basato sul mantenimento di equilibri con un orizzonte temporale brevissimo, coincidente con il ciclo elettorale. Oggi questo sistema rischia di entrare in crisi perché gli elettori hanno risposto in un modo imprevisto, sottovalutato e sfuggito a un controllo che ha dimostrato la propria inadeguatezza. Perché si è interrotto proprio il meccanismo che avrebbe dovuto garantire qualità alle idee e alle proposte: la costruzione delle proposte ha seguito altre logiche, mettendo in secondo piano la solidità e la credibilità delle idee. Non è un caso se, su temi-chiave per lo sviluppo, l’Italia sia rimasta in una posizione arretrata, incapace di invertire meccanismi rimasti incagliati in una condizione di scarsa elaborazione e assenza di visione.
Servirebbe, oggi più che mai, un’iniezione di energia capace di rinnovare e trasformare le logiche della politica, rinunciando a modi e forme che poggiano su concetti come la cooptazione e l’autoreferenzialità. Per molti decenni la politica è diventata una forma di rifugio protetto riservato a chi poteva accedere al circolo ristretto dove avvengono le scelte e la selezione, senza porre la dovuta attenzione alla capacità reale di apportare un patrimonio di competenza, esperienza e spirito di servizio. Abbiamo assistito a una politica arroccata, chiusa in stanze e caminetti, via via sempre più distante e separata dal contesto sociale dove avrebbe dovuto operare. Caste, cricche e mazzette hanno prodotto molti più danni che solo quelli dei privilegi: hanno demolito l’idea stessa che possa esserci una politica vista come ruolo socialmente utile per la società.
Per analogia, come servirebbe saper investire e programmare per uscire da una dipendenza energetica da fonti fossili e puntare sulle energie rinnovabili, anche la politica dovrebbe uscire da una fase fossile, ancorata a dinamiche che respingono e restringono i margini di cambiamento, per passare a una nuova stagione, dove idee e competenza possono, realmente, rappresentare il cambiamento sociale che è in atto. Siamo di fronte a una realtà sociale che è fatta, sempre più, da precari che vorrebbero vedere il futuro del loro paese non legato a logiche di chiusura e di blocco, quanto, piuttosto, di costruzione di un modello di sviluppo basato sulla capacità di proporre innovazione e trasformazione. A essere sviliti e frustrati sono stati proprio i desideri di un’intera generazione, costretta ad assistere all’involuzione del sistema nel suo complesso. Tutto ha subito una crisi che, prima di essere economica, è stata, soprattutto dei valori: pensiamo all’università, al settore della ricerca, dell’innovazione, ma anche alla scuola. Il futuro è stato ridotto a un’aspirazione senza prospettive e “cervelli in fuga” è diventato un tratto distintivo non per pochi ma per una generazione nel suo insieme; in fuga da tutto, dalla società, dalla politica, dalla partecipazione.
Far sì che il rinnovamento avvenga, per davvero, significherebbe rompere uno schema e realizzare un cambiamento che non può essere racchiuso solo in un’operazione di marketing, con sigle e simboli che si alternano sulla scena politica ma, viceversa, con un’azione profonda, capace di restituire dignità e serietà al ruolo della politica come servizio per lo sviluppo della collettività. Perché il problema è molto più complesso e non riguarda solo una questione di ricambio generazionale quanto, piuttosto, l’esigenza di riprogrammare, con intelligenza, la rotta da seguire.
La prima cosa da fare? Proporre una politica capace di ascoltare e dare risposte, con forme di partecipazione democratica e di proposta che non possono essere quelle tradizionali ma che, soprattutto, deve rendere possibile il confronto tra chi propone i programmi e i cittadini che li votano. E non è solo un problema di sistema elettorale e di primarie: è, soprattutto, un tema che deve riguardare la credibilità e la capacità di chi vuole proporsi, oggi, in Italia, come classe dirigente. L’energia che servirebbe, oggi, è quella di una politica che valuta e prende in considerazione le idee, capace di creare opportunità di cambiamento e di innovazione, con al centro il valore del rispetto del bene comune che, per troppo tempo, è stato accantonato e svilito. Energia che sia rinnovabile e non soggetta a esaurimento come quella alla quale stiamo assistendo, con riproposizione di ricette adatte a situazioni economiche e sociali che non sono più attuali.
L’Italia, nel 2013, è arrivata a un bivio: occorre scegliere la strada da percorrere tra quella che porta al cambiamento e alla rigenerazione di una nazione oppure quella dell’incertezza, che, in modo “fossile”, vuole riproporre il sistema dei blocchi contrapposti, del dialogo negato e l’incapacità di riconoscere il valore della mediazione.

 

4 Commenti per “Energia rinnovabile per cambiare la politica”

  1. raffaello

    Complimenti per il pezzo, chiaro e ben scritto. Noto però un paradosso: per te il risultato elettorale è il frutto di una mancata rivoluzione, mentre per molti esso E’ la rivoluzione! Anche alimentata da energie rinnovabili (sic!). La rivoluzione che la politica non è stata in grado di compiere l’hanno fatta i cittadini, anche per dare un impulso alla politica. Il bivio di cui parli è già alle spalle: l’Italia ha già indicato chiaramente il cambiamento. La politica, soprattutto quella progresista, ora deve saperlo interpretare. Altrimenti ne sarà fatalmente travolta.

  2. andrea f.

    La riflessione che ho scritto parte proprio dalla preoccupazione che un movimento, con forti connotati di nichilismo, possa costituire una rivoluzione. A oggi stiamo assistendo a fasi fin troppo rituali, dove all’impotenza del PD di ridisegnare una strategia fa da contraltare una vicenda troppo poco trasparente per essere una vera rivoluzione. Raccogliere malcontento e delusione per indicare lo Stato come l’obiettivo da distruggere non credo sia il percorso che possa cambiare realmente la situazione e permettere di superare la crisi.

  3. Paolo Tripodi

    Andrea, complimenti per la chiarezza, non concordo sul nichilismo del M5S, ci sono obiettivi e programmi ben precisi che non mirano alla distruzione del sistema, solo al cambiamento del sistema.
    Spero che i tuoi suggerimenti possano illuminare le menti dei nostri amministratori.

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