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La salute è una questione (anche) di soldi?

di Mirko Spadoni

Silhouette of cheese burger and summer garden vegetablesLa lettura di questo breve articolo permetterà di capire perché, molto spesso, le istituzioni prestino molta attenzione agli stili di vita e alle abitudini alimentari dei propri cittadini.
Il caso più emblematico proviene da oltreoceano, più precisamente da New York. Dove il primo cittadino, Michael Bloomberg, aveva ordinato che nei punti ristoro fosse applicato il divieto di vendere bottiglie e lattine di bevande zuccherate superiori ai 500 ml.
La decisione, approvata nel settembre scorso dal Board of Health, ovvero dall’organo che si occupa della sanità cittadina di New York, e che i cittadini della Grande Mela avrebbero dovuto rispettare dal 12 marzo, non è però mai entrata in vigore. E questo perché, lunedì, Milton Tingling, giudice della Corte suprema dello Stato di New York, ha accettato il ricorso presentato dall’American Beverage Association e di altre aziende, che avevano citato in giudizio il primo cittadino newyorkese, sfidando il suo bando.
Tingling ha bollato il provvedimento di Bloomberg come “arbitrario e frutto di un capriccio”. Ma siamo davvero sicuri che sia così? “Questa misura – ha replicato il portavoce del sindaco – è parte degli sforzi fatti su molti fronti dalla città per combattere la crescente obesità epidemica, che toglie la vita a più di 5mila newyorkesi ogni anno. Crediamo – ha concluso – che la Commissione salute abbia l’autorità legale, oltre che la responsabilità, di affrontare le cause principali”.
Ma l’operato del sindaco di New York non è un caso isolato, almeno negli Usa. Dove anche l’attuale amministrazione della Casa Bianca, guidata da Barack Obama, ha varato negli scorsi anni diverse normative pensate a educare la popolazione ad una alimentazione corretta, con lo scopo di ridurre drasticamente il numero degli obesi, che ogni anno costano agli Stati Uniti il 9% della spesa medica complessiva.
Ma il problema dell’obesità non è solo una questione statunitense. Qui in Italia, ad esempio e secondo quanto riferito dal rapporto Istat in collaborazione con il Cnel, Bes 2013, la popolazione con più di 18 anni obesa o in sovrappeso è aumentata nell’ultimo decennio, passando dal 42,4% del 2001 al 44,5% nel 2011. Un tendenza, che se verrà confermata nei prossimi anni, potrà anche significare un aumento della spesa pubblica in cure mediche. Infatti, secondo un’indagine condotta nel 2011 dalla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, gli individui che soffrono di obesità comportano un costo sociale annuo pari a 8,3 miliardi di euro, ovvero circa il 6,7% della spesa pubblica in cure mediche (che contemplano soprattutto malattie cardiovascolari e diabete).
L’obesità, quindi, oltre a rappresentare un serio problema per chi ne è affetto, rappresenta anche un costo per la società. Di qui la necessità di contrastare questa tendenza, frutto di molteplici fattori che vanno dalle cattivi abitudini alimentari a stili di vita decisamente troppo sedentari. Sotto quest’ottica, l’istituto di ricerca Eurispes ha cercato di capire se esistono anche delle connessioni tra l’aumento della popolazione obesa o in sovrappeso con i livelli di reddito, lo stato occupazionale e il livello medio di istruzione medio. Nesso che tuttavia non esiste, almeno secondo quanto rilevato dall’Eurispes nel Rapporto Italia 2013, dove si legge: “Analizzando nel dettaglio i principali indicatori dello stile di vita della popolazione italiana si scopre come, isolando il periodo di scoppio della crisi, l’incidenza dell’obesità e de fumatori abbiano avuto un andamento altalenante, non esattamente riconducibile a fattori economici”.
Tuttavia, ha voluto precisare l’Eurispes, “questa non conformità è, in realtà, prevedibile e riconducibile proprio al cambio di prospettiva: infatti, nel passaggio da variabili individuali a grandezze nazionali, si è perso l’effetto delle singole componenti dell’originario gradiente socio – economico sullo stato di salute personale”. Inoltre, avverte l’Eurispes, è necessario tener conto del cosiddetto “tempismo nella reazione”, secondo cui “data la relazione di causa – effetto tra variabili economiche e stati di salute e una variazione nelle prime a causa dei cicli dell’economia, mentre alcuni aggiustamenti nelle spese mediche possono avvenire (e quindi essere osservabili) già nel breve periodo (come il consumo di farmaci), altri (come gli stili di vita e, a maggior ragione, i “vizi” – fumo, alcol, consumo di cibi ipercalorici, ecc.) possono richiedere un orizzonte temporale decisamente più lungo per subire modifiche significative”.

 

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