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Troppi numeri per una politica con poche idee

di Andrea Ferraretto

pier_luigi_bersaniÈ inondata dai numeri la discussione politica di queste settimane: dagli otto punti del Pd ai 20 di M5S è tutto uno sventagliare obiettivi prioritari tradotti in elenchi puntati, frutto dell’arte della comunicazione politica. Ci sono anche le 7 mosse per l’Italia presentate da Oscar Farinetti un anno fa, tradotte in un volumetto di agevole lettura.
Anche Monti provò, con il suo governo tecnico a indicare due obiettivi: equità e rigore. A malapena sono riusciti a imporre il rigore, solo ad alcuni, mentre dell’equità si sono perse, da subito, le tracce.
Tutti, durante la campagna elettorale, hanno tentato di giocare la carta di elencare i provvedimenti che sarebbero stati approvati nel primo Consiglio dei ministri: una mossa che può funzionare in un paese dove le regole funzionano e fanno sì che chi è al Governo, governi.
Quindi adesso è iniziata la rincorsa alla rinuncia ai privilegi: promesse solenni che servono a ben poco perché sottolineano l’assurdità di quei vantaggi che fino a ieri erano nascosti e negati.
Una corsa al ribasso dove si considera che sia una soluzione semplificare e banalizzare tutto, offrendo agli elettori solo parole d’ordine e slogan ma senza costruire un cambiamento che richiederebbe ben altro: competenza, capacità, innovazione, efficienza, serietà, preparazione.
Cosa resta, tolti i punti? Resta l’incapacità politica di rispondere, in modo credibile e con competenza, alla crisi economica e sociale. Perché, a parte i numeri, le scelte restano condizionate da logiche che appartengono al passato, dove conta di più l’appartenenza e la stretta osservanza.
Più dei tagli e degli elenchi puntati occorrerebbe lo sforzo per ricostruire l’etica della politica, restituendo dignità alle istituzioni e al ruolo di chi svolge un mandato politico: ma questo significherebbe mandare in archivio logiche che poggiano sul peso determinante degli apparati, più abituati all’esercizio della cooptazione piuttosto che a quello di valutare il merito e la competenza.
Certo, finché c’era Berlusconi era tutto più semplice: la crisi era, candidamente, negata e l’inefficienza e gli sperperi coperti dal deficit. Anche per l’opposizione era una situazione auspicabile perché era più facile contestare un governo che era occupato, per la maggior parte del tempo, a occuparsi di provvedimenti ad personam e a discutere di scandali e scandaletti.
Si è perso del tempo prezioso, per rinnovare la politica ed escogitare una via d’uscita da una crisi che è strutturale e profonda, capace di colpire la struttura del sistema produttivo ma è, soprattutto, una crisi che mette in evidenza l’inadeguatezza della politica economica e l’assenza di visione. Non si è, investito nella crescita di un ricambio della classe dirigente, accumulando, piuttosto, un ritardo ulteriore che si scorge nell’incapacità di affrontare le questioni più urgenti.
Adesso, reagire a una crisi di questo tipo, con i numeri e i bullet point, sembra davvero un tentativo disperato perché, nel frattempo, sono cambiati gli scenari, la composizione sociale e la domanda di cambiamento corre a una velocità maggiore rispetto a quella della politica tradizionale. Con un’Italia che assaggia sulla propria pelle la crisi, la disoccupazione, il taglio del welfare. Un paese che si è trasformato, creando un’intera generazione precaria, nel lavoro come nella vita. Un paese che ha distrutto una parte del proprio capitale sociale, innescando un decennio basato sulla contrapposizione e l’esaltazione degli interessi privati di una sola persona.
Si tratta di rispondere anche a un movimento, quello di Grillo e Casaleggio, che, tuttavia, si dimostra impegnato su un altro fronte, quello dello smantellamento dell’intero sistema senza avere la benché minima intenzione di adottare soluzioni di mediazione e di compromesso. Mosso più dalla voglia di cancellare piuttosto che di risanare e ricostruire, con l’idea di fondo, che, tanto, “sono tutti uguali”.
Servirebbe una politica capace di tornare a fare il proprio compito: elaborare strategie e definire soluzioni capaci di distinguere un partito da un altro, abbandonando lo schema del partito identificato con il leader, altra grande sciagura che affligge l’Italia, che assiste, nei talk show, al declino della politica. D’altronde questi giorni ci hanno offerto lo spettacolo della manifestazione di un piccolo aspirante caudillo che agita una piazza formata, in parte, da figuranti e comparse: veramente un epilogo umiliante.
Soprattutto servirebbe liberarsi dall’idea che tutto sia solo oggetto di comunicazione e propaganda, da tradurre in pochi punti, che, se non sono accompagnati dalla credibilità delle persone, servono davvero a ben poco; sicuramente non sufficienti per uscire dalla crisi e allontanare lo spettro della Grecia e di Cipro. Il tempo che rimane è poco, finire di giocarlo tutto tra tattiche e veti, serve a ben poco, tranne a quelli che vedono ancora la possibilità di conservare la propria rendita di posizione.

 

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