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Giochi di guerra in Corea del Nord?

di Gianluca Pastori

kim_jong_unIl riacutizzarsi delle tensioni nella Penisola coreana, alimentato dalla postura aggressiva assunta dal regime di Pyongyang e dai ripetuti ‘incidenti nucleari’ da questo provocati nelle ultime settimane, ha riportato all’attenzione della comunità internazionale il tema degli equilibri (tuttora solo in parte definiti) di una regione centrale per gli assetti dello scacchiere asiatico. Dal 27 luglio 1953 – data in cui l’armistizio di Panmunjom ha posto fine al conflitto iniziato tre anni prima – le due Coree hanno vissuto sempre ‘all’ombra della guerra’. Da questo punto di vista, l’attuale crisi rappresenta, quindi, solo uno dei tanti innalzamenti di una ‘febbre’ ormai cronicizzata. Le ragioni di questo stato di cose sono molte. La rivalità fra i due governi non è stata solo un prodotto della guerra fredda. Essa rappresenta, soprattutto, il prodotto della convinzione – profondamente radicata in entrambi – di rappresentare la sola autorità legittima dell’intero Paese; un’ambizione che Seoul ha oggi i mezzi per sostenere, e che, per Pyongyang rappresenta forse l’ultima bandiera intorno cui raccogliersi a difesa dell’orgoglio nazionale.
Le iniziative (e soprattutto le dichiarazioni) di Pyongyang poggiano su una solida base di velleitarismo. La Corea del Nord non possiede gli strumenti per lanciare un attacco nucleare contro gli USA, né, probabilmente, ha la volontà o l’intenzione di tentarne uno contro uno Stato vicino, sia questo la Corea del Sud o il Giappone. Poyngyang è ben consapevole che un simile attacco innescherebbe una rappresaglia tale da risolvere in tempi rapidi ogni genere di ‘problema coreano’. In altre parole, dietro i comportamenti apparentemente irrazionali del ‘Grande Successore’ Kim Jong-un non sembrano esserci ambizioni di leadership regionale, né la volontà di procurare alla Corea del Nord un ‘posto in prima fila’ nel grande club delle potenze internazionali. Questi comportamenti sembrano piuttosto volti a consolidare la sua posizione interna di Kim ‘mostrando al mondo la faccia feroce’. Essi rappresentano un importante segnale di continuità politica rispetto all’azione dei suoi predecessori. Inoltre, nella misura in cui la posizione di Kim Jong-un dipende dalla sua capacità di bilanciare il peso delle diverse fazioni al potere, una politica estera ‘muscolare’ costituisce un buon modo di garantirsi l’appoggio delle forze armate, che negli scorsi mesi è apparso, in qualche modo, incerto.
L’interesse della crisi in corso riguarda, quindi, più che i suoi sviluppi immediati, le sue implicazioni di medio/lungo termine, e le ricadute che potrà avere sia sullo scacchiere regionale, sia su quelli esterni. Da lungo tempo, i Paesi della regione (molti dei quali legati agli Stati Uniti da trattati difensivi siglati nel corso degli anni Cinquanta) hanno delegato ‘in toto’ a Washington la gestione (soprattutto la gestione militare) della loro sicurezza. Le visite del Segretario di Stato John Kerry in Corea del Sud, in Cina ed in Giappone, sono state un segnale molto chiaro di come – anche nell’attuale contesto internazionale – Washington continui a considerarsi vincolata da tali impegni. Il profilo che è stato tenuto dall’amministrazione Obama appare, tuttavia, intenzionalmente basso, come sottolineato, ad esempio, dalla scelta di schierare nell’area solo una serie limitata di assetti difensivi. Anche i governi locali (al di là delle misure prese, necessarie, se non altro per dare all’opinione pubblica un segnale di attenzione) non sembrano guardare allo sviluppo della crisi con eccessiva apprensione. Né sembra – per quello che possono valere le indicazioni che giungono dai mercati – che ci sia particolare apprensione per lo sviluppo della crisi nemmeno nell’Asia nel suo insieme.
Per quanto riguarda le implicazioni ‘fuori area’ della crisi, ora che gli occhi del mondo sono puntati su Pyongyang, nelle altre ‘aree calde’ (in primo luogo in Medio Oriente) l’azione diplomatica può muoversi in modo più congegnale, cioè lontano dai riflettori. Il fatto che l’Iran – altro Stato delle esplicite ambizioni nucleari – non sia più al centro dell’attenzione, non significa che la situazione sia congelata. Al contrario, i primi mesi della seconda amministrazione Obama si sono caratterizzati per un notevole attivismo nei confronti di Teheran, attivismo che si è espresso, fra l’altro, nelle dichiarazioni del Vicepresidente Joe Biden alla Wehrkunde 2013 riguardo alla necessità di raggiungere una soluzione diplomatica della questione. L’ostentato rifiuto della leadership iraniana di ‘incontrare’ le aperture di Biden non deve essere sopravvalutato; allo stesso modo non devono essere sopravvalutati gli esisti – ancora una volta deludenti – dell’ultima tornata di negoziati, svoltasi agli inizi di aprile ad Almaty. Washington è alla ricerca di un successo ‘di prestigio’, capace, di riscattare l’esperienza (tutto sommato deludente) di una Presidenza partita con grandi ambizioni e presto impantanatasi nelle insidiose secche del Congresso e di ‘gestione del quotidiano’ sempre più problematica.
In questa prospettiva, la crisi coreana sembra fornire all’amministrazione statunitense l’occasione di rilancio a lungo attesa. Gli Stati Uniti sembrano avere ‘scommesso’ sulla possibilità di contenere la tensione montante dando prova di moderazione; permettendo a Kim Jong-Un di consolidare la sua posizione interna; e lasciando che – pur potendo contare sul loro ombrello protettivo –siano le potenze regionali a depotenziare la crisi. I vantaggi di questa postura sono diversi. Essa consente a Washington di accreditare una sua posizione ‘super partes’; ne rafforza la credibilità come potenziale mediatore in altri scacchieri regionali; e permette di spostare l’enfasi dall’hard al soft power, in linea con una posizione che il Presidente Obama ha cercato (non sempre con successo) di imporre sin dagli inizi del suo primo mandato. In una congiuntura economica sfavorevole, e di fronte alle pressioni del Congresso per un deciso contenimento del ‘costi della politica’, essa consente, infine, l’esercizio di un dignitoso understretching, capace di incontrare le richieste di un Legislativo di cui la Casa Banca ha sempre più bisogno e che in passato ha dimostrato ripetutamente (e, dal punto di vista dell’amministrazione, dolorosamente) il suo peso contrattuale e la sua volontà di sfruttarlo fino alle estreme conseguenze.
La grande incognita di questo scenario è costituita dalla Repubblica Popolare Cinese. Sicuramente, la RPC ha una visione della sicurezza internazionale assai diversa rispetto a quella degli USA e – più in generale – dei diversi attori occidentali. Comunque, oggi è Beijing che più di tutti ha interesse a stabilizzare la situazione regionale. Trasformarsi nel garante (riconosciuto) dell’ordine nell’Asia orientale rappresenterebbe, per la Cina, il punto di arrivo del suo pluridecennale inseguimento allo status di ‘Grande Potenza’. In questo senso, non mi sembra un caso che, proprio in occasione delle ultime tensioni, il suo governo abbia abbandonato (almeno parzialmente) la posizione ambigua sempre tenuta verso le ‘intemperanze’ nordcoreane. ‘Tenere in ordine il cortile di casa’, inoltre, è la maniera migliore per evitare che qualcun altro – Stati Unti in primis – sia tentato di farlo. Ovviamente, ciò non significa che, da un giorno all’altro, la Cina diventerà una sorta di ‘poliziotto dell’Occidente’ nell’Asia orientale. E’ però possibile pensare a una collaborazione più o meno tacita, basata su di un insieme di interessi condivisi; una collaborazione destinata a rafforzarsi mano a mano che la Cina – con sempre maggiore convinzione – farà passi avanti nell’occupare la posizione che ritiene ormai le spetti.

Gianluca Pastori è Professore aggregato di Storia delle relazioni politiche fra il Nord America e l’Europa, Facoltà di Scienze Politiche e Sociali, Università Cattolica del Sacro Cuore, Milano.

 

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