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Ma la domanda di politica è forte

La condanna di Berlusconi arriva al culmine della crisi di un sistema incapace di rinnovarsi
di Carlo Buttaroni

parlamento_legislaturaLa conferma della condanna di Silvio Berlusconi è il detonatore che riaccende la crisi politica. Una crisi che si trascina da oltre vent’anni e che si riflette nella sofferta geografia del consenso degli ultimi anni e nel progressivo calo della partecipazione, che ha assunto, a tratti, i caratteri di un vero e proprio abbandono, perlomeno nelle sue forme tradizionali.
La crisi della politica non è un fenomeno nuovo, quindi, e non riguarda solo l’Italia ma gran parte delle democrazie avanzate. Eppure nel nostro Paese, ha assunto forme inedite e pericolose negli effetti che ha prodotto.
Se dovessimo sinteticamente connotare la politica a partire dalla percezione che offre di sé, troveremmo come frammentarietà e incertezza siano parte integrante di essa, al punto da essere diventate, ormai, qualcosa di costitutivo e insuperabile. Elementi imprescindibili di un quadro che sembra progressivamente deteriorarsi. Altra caratteristica della crisi politica è una generalizzata caduta delle tensioni progettuali e ideali, il venir meno dei fondamenti di un pensiero forte, l’abbandono di qualsiasi idea universalistica, cui si oppone un buonismo tollerante, che altro non è che la perdita di ogni criterio di demarcazione e di capacità di sanzione sociale, proprio mentre la politica si trova a fare a meno delle categorie forti del Novecento e le problematiche confluiscono in un pensiero negativo, in un nichilismo che può essere efficacemente riassumibile nelle parole di Nietzsche quando lo descrive come un processo dove i valori supremi si svalutano, dove manca lo scopo e una risposta ai perché.
È un pensiero debole quello che, oggi, pervade la politica, dove il relativismo finisce per essere una sorta di premessa largamente condivisa, perché le procedure non obbediscono ad alcun criterio riconoscibile come oggettivo. Non ci sono più i fatti, né i metodi, né le certezze, ma solo interpretazioni. Al grande racconto del Novecento si sono sostituite una pluralità di narrazioni, e le grandi passioni e i valori universali sembrano ormai fare parte del passato. E questa frammentarietà della politica fa sentire i suoi riflessi non solo sulla grande storia (le epoche), ma anche sulla storia piccola, quotidiana, quella che ha a che fare con quotidianità di ciascuno e con la percezione che ognuno acquisisce della propria identità personale, attraverso le esperienze più o meno significative della propria vita. Persino nelle storie personali si riflette, infatti, l’idea che la politica non sia più orientata, che abbia perso il senso in rapporto a una missione da compiere, a un progetto da portare avanti, impossibilitata a organizzare il passato e il futuro in un’esperienza coerente.
E’ proprio l’assunzione del presente come unico orizzonte storico, e dunque la scomparsa del futuro, che esclude politiche di emancipazione e di liberazione, perché il programmare, il progettare grandi mete, non si addice a un pensiero debole come quello attuale. L’avvenire resta interrogativo senza tentativi di risposte per una politica timorosa di inoltrarsi in un futuro che non ha più la forma di una meta da raggiungere o di un criterio cui uniformare le condotte. La stessa importanza del passato cambia di segno. Non si tratta di dimenticarlo attraverso un azzeramento delle esperienze e delle verità storiche, ma di liberarsi da un’idea della storia come di un corso omogeneo e necessario che ci avrebbe sospinto fin qui e che, con lo stesso impeto ci porta verso il futuro.
Al modello di ragione universale e forte del Novecento si contrappone ormai una costellazione di razionalità parziali e di nuovi linguaggi che fanno irruzione nella vita sociale. Foucault l’ha chiamata “morte dell’uomo”, altri si sono limitati a parlare di fine della ragione, per l’individuo decentrato dal proprio passato e dal proprio futuro, cosciente del “non senso” del vivere in un mondo di dissolvenze dal quale, però, sembra travolto. Persino l’elogio del “governo del popolo” suona ormai stanco e rituale, nel momento in cui si spegne la passione di una scelta che ormai troppo spesso appare solo quella del male minore, tra alternative dai profili incerti, che spesso tendono a confondersi e confondere.
La democrazia, che, come insieme equilibrato di poteri e contropoteri, ha i suoi fondamenti nella partecipazione popolare e nella classe politica, si è trasformata inevitabilmente in un’iperdemocrazia, basata esclusivamente sul voto e sull’opinione pubblica. Il risultato è la rarefazione della partecipazione politica, ridotta a scelte sempre più connotate da opposizioni schematiche tra avversari e da una nuova visione surrogata secondo la quale la democrazia politica consisterebbe, ben più che nella rappresentanza della pluralità degli interessi sociali e nella loro mediazione parlamentare, nella scelta elettorale di una maggioranza di governo e con essa del capo della maggioranza. Chi conta è solo il capo della coalizione vincente, identificato ormai nel senso comune, con l’espressione diretta ed organica della volontà popolare, concepita a sua volta come la sola fonte di legittimazione dei pubblici poteri. È così che, nel pensiero corrente, la scelta della maggioranza e del suo capo è concepita come un fattore di valorizzazione e di rafforzamento della rappresentanza politica, tanto da far parlare, addirittura, come della forma di democrazia più diretta, più decidente e più partecipativa.
Ne è risultata invece una deformazione in senso plebiscitario della democrazia rappresentativa che ha progressivamente svalutato i limiti e i vincoli imposti dalla Costituzione ai poteri della maggioranza riproducendo, in termini parademocratici, una tentazione pericolosa, che è all’origine di tutte le demagogie populiste e autoritarie: l’idea del governo degli uomini o, peggio, di un uomo. Ma un organo monocratico non può rappresentare la volontà del popolo intero e la sua assunzione ideologica serve a mascherare il contrasto d’interessi, effettivo e radicale, che si esprime nella realtà dei partiti politici e nella realtà, ancor più importante, del conflitto di classe che vi sta dietro. Per questo, come scrive Hans Kelsen, l’idea di democrazia implica assenza di capi. E nel farlo ricorda le parole che Platone, nella sua Repubblica, fa dire a Socrate, in risposta alla domanda su come dovrebbe essere trattato, nello Stato ideale, un uomo dotato di qualità superiori: “Noi l’onoreremmo come un essere degno d’adorazione, meraviglioso ed amabile; ma dopo avergli fatto notare che non c’è uomo di tal genere nel nostro Stato, e che non deve esserci, untogli il capo ed incoronatolo, lo scorteremmo fino alla frontiera”.
Eppure solo la politica può offrire la soluzione per uscire dalla crisi. Per farlo deve abbandonare l’idea che la soluzione passi attraverso “un governo forte di un uomo forte”, trovando invece riserve di senso, di speranza, d’impegno dentro di sé, nelle comunità, nei movimenti religiosi, nelle minoranze attive, nelle università, nel mondo delle aziende, nel confronto tra generazioni. Riscoprendo che la buona politica ha bisogno dei partiti.
Da attori principali della democrazia rappresentativa, i partiti si sono progressivamente avvicinati alle istituzioni e allontanati dalla società civile, riducendo la loro capacità di ascolto e la funzione di promotori d’identità collettive in grado di incanalare all’interno delle istituzioni le crescenti domande sociali. Ora bisogna invertire la direzione e i partiti devono ripensarsi e trovare le giuste modalità per portare a sintesi una comunità complessa, canalizzando le sue pulsioni, positive e negative, in percorsi che producano partecipazione, condivisione e consenso.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 5 agosto. Sfoglia l’indagine Tecnè

 

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