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Voglia di politica in tempo di crisi

C'è diffidenza verso le istituzioni e le classi dirigenti. Ma anche domanda di partecipazione
di Carlo Buttaroni

elezioni_2013Attenti e informati, consapevoli che bisogna interessarsi di politica per scegliere rappresentanti onesti e competenti. Eccoli gli italiani che non ti aspetti. Persino convinti che “destra”, “centro”, “sinistra” siano coordinate che hanno ancora corrispondenze nel modo di interpretare la società e i suoi bisogni. Anche se, quando si parla di partiti, le sfumature si attenuano e prevale un’atmosfera rarefatta che rivela la perdita di quelle identità e di quei riferimenti che, a lungo, hanno costituito i punti d’orientamento per masse di cittadini. Una perdita che si trasforma in crescente diffidenza nei confronti delle forze politiche, nel momento in cui le ambizioni e gli interessi dei singoli hanno preso il sopravvento sui fini generali. Perché la politica è un invito costante ad agire in pubblico e a scegliere delle destinazioni per affermare il bene comune.
E’ proprio l’allontanamento da questa missione a far defluire la grande attesa riposta nelle leadership in un disincanto che assume le forme dell’abbandono e del sentimento tradito.
Un tradimento che non si traduce, però, nell’abbandono della politica, ma segna il suo ritorno sotto altre forme, insieme al desiderio di partecipare per cambiare il corso degli eventi. Non prevale l’ineluttabilità ma il suo contrario, perché la politica resta comunque lo strumento di governo della società. E farne a meno significherebbe rinunciare a una delle più grandi conquiste dell’umanità: la consapevolezza che nessun individuo può bastare a se stesso ma ha bisogno di convivere insieme ai suoi simili condividendo un patto di solidarietà. Ed è in questa dimensione che la politica diventa fondamento della convivenza, rendendola non solo possibile ma anche profittevole.
E’ un’Italia diversa quella che emerge dai dati della ricerca di Tecnè. Sicuramente migliore della sua rappresentazione superficiale. Un profilo che anticipa qualcosa che ancora non è un progetto, ma sembra somigliargli molto: quello di un riscatto, di un ritorno ai valori fondanti e al primato della buona politica che guarda agli interessi generali. Anche quando l’attesa si abbandona a un nichilismo che sembra avvelenare l’aria, non c’è la rinuncia all’aspirazione di una società più giusta, governata da una politica capace di far convivere gli interessi di ciascuno con quelli di tutti. Un sentimento che si rivela anche in un’altra constatazione: la democrazia ha bisogno dei partiti. Anzi, è proprio la loro crisi a rilevare il nesso tra lo stato di salute dei partiti e quello della democrazia. Perché la natura della democrazia assegna un ruolo fondamentale alle organizzazioni politiche, e pur nell’irrisolta alternativa fra il partito forte degli iscritti e il partito debole degli elettori, ridefinire il loro ruolo significa individuare più chiaramente gli obiettivi della politica e i percorsi democratici per raggiungerli. E se la democrazia, oggi, appare una quotidiana faticosa conquista, le ragioni sono da ricercare proprio nella crisi dei partiti stessi.
L’Italia uscita dalla guerra non è mai stata una democrazia perfetta, anzi. Ma la vita politica aveva, se non altro, una certa dimensione etica di rispetto, quantomeno formale, delle istituzioni. Furono proprio l’etica repubblicana dei leader dei grandi partiti di massa e il sentimento popolare, negativo a facili suggestioni, a rendere possibile l’avvio di una fase di crescita del paese che non fu solo economica, ma anche democratica, sociale, culturale.
La fase politica che prende l’avvio all’inizio degli anni ‘90 è la figlia minore della precedente. Da quel momento, si è assistito alla progressiva eclissi della responsabilità politica e al venir meno dell’etica istituzionale. La democrazia formale è stata via via considerata un impaccio caro ai giuristi e la democrazia sostanziale, che solo un autentico Stato sociale può realizzare, si è deteriorata con il progressivo smantellamento degli apparati di protezione. Nel frattempo, si è affermato un populismo fuori tempo, alimentato dalla strumentale convinzione che bisogna sintonizzarsi sulle pulsioni delle persone anziché rafforzare i diritti dei cittadini. Il paese ha così scoperto che l’uscita dal tunnel ha significato ritrovarsi in un cunicolo, e mentre si annunciava una nuova stagione di valori, è sembrato lecito praticarne l’ipocrisia.
Nel momento in cui non vi è unità nei principi e solidarietà tra tutte le parti, quando non c’è la stessa percezione del rispetto delle regole formali della democrazia, ecco che allora viene a mancare un terreno fertile in cui i valori possono esistere e consolidarsi fino a divenire regole stabili ed indiscusse. La crisi dei partiti nasce anche da qui, dalla mancanza di unità politica perché manca l’unità nella Costituzione e nei valori che essa esprime. E’ la mancata condivisione dei principi costituzionali che rende la crisi attuale più profonda di altre vissute in passato.
L’accentuazione personalistica degli ultimi anni ha fatto crescere l’autoreferenzialità dei partiti, ha logorato idee, svuotato valori e progetti. E i leader, prigionieri delle loro icone, hanno perso progressivamente, agli occhi dei cittadini, ogni residuo spirito pubblico.
Nell’indagine, tra le righe, si afferma la domanda di un nuovo patto che è qualcosa di più di un desiderio astratto. E’ la speranza di rifondare la società intorno ai valori condivisi di un ethos civile, la voglia di esserci in prima persona, di non essere più lontani ed estranei da ciò che accade, di uscire dall’angolo dell’individualismo autoreferenziale per guardare, con maggiore attenzione, ai legami e alle responsabilità di ciascuno verso i propri simili, considerati non più soltanto come limite, ma anche come condizione irrinunciabile della libertà individuale. La riscoperta dell’etica pubblica invita ogni individuo alla migliore espressione della propria natura e costringe la politica a misurarsi con se stessa, con i suoi modi di fare e di essere, nelle scelte che compie e nei modi in cui le realizza. E’ il messaggio di speranza di un paese che da troppo tempo vive in apnea e che adesso vuole tornare a prendere in mano le redini del proprio futuro.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 9 settembre 2013. Sfoglia il sondaggio Tecnè.

 

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