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Il monito di Rehn e l’aumento dell’Iva

di Fabio Germani

olli_rehnIl monito di martedì alla Camera del commissario europeo agli Affari economici, Olli Rehn, deve avere dato i suoi frutti se è vero (come sembra) che ormai l’aumento dell’Iva previsto al primo ottobre (dal 21 al 22%) non è più ipotesi evitabile. La decisione del governo che dovrebbe procedere in questo senso è da ricercarsi nella mancanza di una copertura adeguata (servirebbe un miliardo, quattro per rendere la misura stabile), senza contare che l’esecutivo è impegnato nel reperimento di risorse utili per rifinanziare alcuni capitoli di spesa (ad esempio la cassa integrazione). Già l’abolizione dell’Imu sulla prima casa non è stata molto gradita a Bruxelles, che nel frattempo ha rimesso gli occhi sull’Italia. Il nostro Paese, infatti, deve mantenere intatto l’impegno del rispetto dei parametri concordati in sede comunitaria, a cominciare proprio dal rapporto deficit/Pil al 3%.
Stando alle stime del Centro studi della Confindustria, la pressione fiscale raggiungerà quest’anno un livello pari al 44,5% del Pil e “rimarrà molto alta nel 2014; quella effettiva, escluso il sommerso, oltrepassa il 53%”. Secondo la Cgia di Mestre, invece, “ipotizzando che i comportamenti di consumo delle famiglie italiane rimangano immutati, per un nucleo costituito da tre persone l’aggravio medio annuo (in riferimento all’Iva) sarà di 88 euro. Nel caso di una famiglia di quattro componenti, l’incremento medio annuo sarà invece di 103 euro”.
“Visto che per il 2013 l’aumento dell’Iva interesserà solo l’ultimo trimestre – prosegue la Cgia di Mestre nella sua analisi –, per l’anno in corso gli aumenti di spesa saranno pari a 22 euro per la famiglia da tre persone; 25,75 euro per quella da quattro. Il costo di questa operazione graverà sulle tasche dei consumatori per un importo di circa un miliardo di euro per il 2013 e di 4,2 miliardi per il 2014”. Tra i beni (non alimentari) che subiranno l’incremento carburanti, riparazioni auto, abbigliamento, calzature, mobili, elettrodomestici, giocattoli e computer.
Per rilanciare il sistema economico – era tuttavia l’osservazione degli esperti della Confindustria – sarebbe opportuno ridurre l’imposizione sul reddito da lavoro e impresa “per riportare il Paese su un più alto sentiero di sviluppo”. E ancora, per quanto riguarda la legge di stabilità allo studio del governo, appare necessario ridurre “l’eccessivo carico fiscale che grava sul lavoro e sull’impresa agendo sul cuneo fiscale e contributivo”. Su questo fronte, da quanto si apprende, il governo sarebbe intenzionato a trovare nuove soluzioni tra le quali risorse per il taglio delle tasse su lavoratori e imprese. Garantendo sempre, ovviamente, il mantenimento del rapporto deficit/Pil entro il tetto del 3%.

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1 Commento per “Il monito di Rehn e l’aumento dell’Iva”

  1. […] L’aumento dell’Iva previsto ad ottobre, è l’analisi del Centro studi di Confcommercio, “amplificherebbe la già drammatica situazione dei consumi che, dopo aver chiuso il 2012 a -4,3%, chiuderà, senza interventi, anche quest’anno in negativo a -2,4%”. La misura, poi, “andrebbe a incidere negativamente sulle spese del mese di dicembre e quindi delle festività, momento nel quale, invece, potrebbero concretizzarsi finalmente gli auspicati segnali di ripresa”. I prezzi dei beni, inevitabilmente, registrerebbero un’impennata “tra ottobre e novembre di circa lo 0,4%” (effetto scalino), con “inevitabili effetti di trascinamento anche nel 2014”. “Nel dibattito attuale – afferma Confcommercio – si dimentica quanto accaduto nel 2012: se, in termini di caduta dei consumi, è stato l’anno peggiore della storia repubblicana, ciò è stato dovuto anche all’incremento dell’Iva avvenuto a metà settembre 2011”. La contrazione della domanda, che si avrebbe con il nuovo aumento, “porterebbe con sé anche una riduzione del gettito Iva atteso”. Al contrario “la perdita di produzione, determinata dal calo dei consumi, comporterebbe, a regime, una riduzione dell’occupazione approssimativamente di diecimila posti di lavoro”. “In una situazione già di estrema difficoltà per le imprese del commercio – si sottolinea ancora –, gravate da una pressione fiscale da record mondiale e dal mancato pagamento dei debiti della P.A., un’ulteriore contrazione della domanda interna porterà alla chiusura di molte attività”. Ma ad essere particolarmente penalizzate saranno “le famiglie a basso reddito in quanto la pressione Iva (rapporto tra Iva pagata e reddito) per il 20% di famiglie più povere arriverebbe al 10,5%, mentre per il 20% di famiglie più ricche sarebbe del 7,5%, circa il 30% in meno”. A temere uno stop della ripresa è anche Confesercenti: “L’aumento dell’Iva, che ormai sembra essere sempre più certo, è un triplo errore che va assolutamente scongiurato: in primo luogo perché peggiora la competitività del nostro Paese in Europa, soprattutto rispetto alle grandi nazioni come Francia, Germania e Spagna. L’Italia, inoltre, raggiungerebbe la Slovenia ad un poco inviabile quinto posto nell’area dell’euro”. […]

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