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Se la politica resta in panchina

Il ceto medio è impoverito: il reddito medio reale è stato inferiore dell'1,7% rispetto all'anno precedente
di Carlo Buttaroni

personeÈ l‘immagine di un Paese in ginocchio quella che emerge dalle dichiarazioni dei redditi diffusi dal dipartimento delle finanze. Nel 2012 gli italiani hanno dichiarato un reddito medio reale (depurato, cioè, dall’inflazione) inferiore dell’1,7% rispetto all’anno precedente e del 6,1% rispetto al 2008. I redditi hanno seguito lo stesso andamento del Pil, sceso rispettivamente del 2,8 e del 7,5%. Un Paese più povero, dove la ricchezza si è andata progressivamente concentrando in pochissime mani. Il 5% dei contribuenti dichiara, infatti, redditi superiori a 100mila euro, aggregando complessivamente il 23% della ricchezza.
Calo del Pil e dei redditi che vanno di pari passo, quindi, ma non si tratta di una relazione scontata, perlomeno nella misura registrata nel nostro Paese. Al contrario, un binomio riflesso di scelte che, soprattutto negli ultimi anni, hanno trasferito il peso della crisi sulle spalle di quell’86,7% di cittadini (piccoli imprenditori, lavoratori dipendenti, pensionati) che dichiarano meno di 35mila euro l’anno, erodendo così un ceto medio già poco robusto come si caratterizza quello italiano. Non è stato così ovunque. L’Italia, infatti, è l’unico, tra i Paesi avanzati, a registrare quest’andamento. In altri casi si sono, infatti, registrate flessioni dei redditi più lievi o addirittura un loro incremento.
È la freddezza delle cifre a mostrare gli effetti collaterali più evidenti delle politiche del rigore messe in campo negli ultimi anni, con l’impoverimento del ceto medio e la crescita delle disuguaglianze. Scelte che, dietro l’apparente neutralità della tecnica, hanno trasformato l’Italia in un Paese dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, dove la classe media tende a scivolare verso l’area della povertà e i giovani si trovano davanti un futuro sempre più opaco.
In queste condizioni è difficile immaginare di recuperare il terreno perduto con la crisi. Impossibile pensare di farlo in tempi brevi. D’altronde, l’indicatore più significativo dello stato di salute di un’economia è la condizione della “classe media” che, se cresce e prospera, funziona da moltiplicatore della ricchezza in tutto il Paese. La nostra classe media, invece, è sofferente e in pochi anni ha disceso la scala sociale. Non è un caso che il problema principale che in questo momento ci troviamo ad affrontare sia proprio la debolezza della “domanda interna”, la cui componente principale è rappresentata dai consumi. Inevitabile che la contrazione dei redditi si riflettesse in un consistente calo dei consumi, considerando che a trovarsi con meno soldi da spendere sono proprio quelle fasce socioeconomiche che convertono in acquisti una percentuale proporzionalmente molto più elevata del proprio reddito.
Di fronte a questa nuova evidenza dell’impoverimento del ceto medio, viene da chiedersi quali ulteriori prove occorrano per comprendere che occorrono politiche espansive, per le imprese e per il lavoro, di sostegno ai redditi delle famiglie? E non si capisce chi è più visionario tra chi pensa di uscire dalla crisi proseguendo sulla strada del “rigore” e chi ritiene che è venuto il tempo che la politica si riappropri del governo dell’economia, superando i paradigmi che hanno portato alla situazione attuale.
Perché se è vero che la crisi parte da lontano e affonda le radici nella globalizzazione, è altrettanto vero che ciò che la nutre non è l’interconnessione planetaria, ma l’arretramento della politica dal governo delle grandi questioni economiche.
D’altronde, l’inizio del nuovo capitalismo finanziario mondiale prende avvio agli inizi degli anni ’70, con la scelta del governo USA di sospendere la convertibilità in oro del dollaro. Una decisione che, azzerando gli accordi di Bretton Woods del 1944 che limitavano la circolazione dei capitali, ha dato avvio al processo di globalizzazione della finanza, sottraendola agli indirizzi di politica economica dei governi nazionali e dando origine a un capitalismo virtuale, del tutto slegato dalla produzione, che ha affidato all’economia una dimensione prima cartacea, poi telematica. Per capire questo, basta pensare a quante risorse sono state sottratte all’economia reale nel tentativo di tenere basso lo spread, cioè il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli di stato dell’Italia e della Germania: centinaia di miliardi in pochi anni.
La rottura della relazione tra capitale e produzione è stata una conseguenza inevitabile di questa impostazione. Come inevitabile è stato il progressivo distacco dell’economia dal territorio e dalla dimensione nazionale, che di quel legame ha sempre costituito l’aspetto politico, con un rovesciamento dei rapporti di forza tra capitale, produzione e lavoro, ma anche tra capitalismo e democrazia. L’Italia, tra i Paesi occidentali, è stata il crocevia di questa follia, con la politica seduta in panchina mentre i tecnici tracciavano la strada ai tanto decantati “sacrifici inevitabili”. Col risultato, purtroppo, che tutti conosciamo. Nessuna delle premesse delle politiche dell’austerità si è realizzata: non la crescita del Pil, che si prospetta talmente lenta da far pensare a una fase di stagnazione; non l’occupazione, in continua diminuzione; non il debito pubblico, in inarrestabile ascesa. Si acclamava “meno politica”, quando serviva “più politica”, come ė successo in Usa e in Germania. Stupisce semmai che di questo fallimento non si discuta, mentre si continuano a far perdere quote di democrazia sostanziale al Paese, facendo leva su una demagogia che si alimenta dei peggiori istinti. Davvero si pensa che i deficit del Paese dipendano dal fatto che i sindacati difendono gli interessi dei lavoratori e le organizzazioni imprenditoriali tutelano quelli delle imprese? Davvero s’immagina che un sistema non innervato da livelli intermedi e con partiti deboli, renda la democrazia più efficiente? Da cosa nasca questa convinzione è un mistero, considerato che la storia ci ha consegnato una contabilità assai diversa. Nei decenni in cui il Pil dell’Italia cresceva a due cifre, si respirava la forza dei sindacati e dei partiti, e il confronto era tutto politico. Semmai viene da chiedersi come mai la presa di distanza dalle scelte che ci hanno condotto fin qui sia così timida, sempre coperta dall’alibi di scelte neutre e doverose, senza che ci sia mai una reale presa in carico di responsabilità.

Questo articolo è stato pubblicato su l’Unità del 31 marzo 2014. Sfoglia l’indagine Tecnè in pdf

 

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